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Gigi Covatta, un cristiano per il socialismo

Conoscevo da moltissimi anni Luigi Covatta, morto a Roma il 18 aprile scorso: era un galantuomo, un socialista, un cristiano (la posizione degli aggettivi può essere quella che si vuole).

Lo conobbi ai tempi in cui collaborava a MondOperaio, che aveva gli uffici sopra la libreria in via Tomacelli, dove  qualunque studioso di politica e di istituzioni poteva trovare tutti i libri che desiderasse. Piccole stanze, sempre molto affollate, con un direttore del mensile (ne seguirono parecchi dopo Nenni) sempre pronto al dialogo, dove si discuteva anche animatamente di politica evitando sempre le chiacchiere da bar frequenti nei circoli ufficiali.

Covatta era innamorato di quel giornale: lo incontrai quando nello sfacelo totale del Partito Socialista decise, dopo Mani pulite, di continuare a collaborare alla rivista di cui, dal 2009, divenne direttore, appassionato come sempre di socialismo, diritti civili e sociali, di solidarietà e di democrazia.

Era un uomo mite, un cattolico che aveva iniziato a fare politica nel Movimento Cristiano dei Lavoratori che era stato fondato da Livio Labor. Il suo pensiero politico era molto semplice: riteneva – come aveva fatto Benedetto Croce nel 1942 con il suo celebre saggio “Perché non possiamo non dirci cristiani ” –  che “con l’appello alla storia non possiamo non riconoscerci e non dirci cristiani”. Cattolici, liberali, socialisti, nessuno poteva dimenticare, come scrisse Croce, che “il cristianesimo è stata la più grande rivoluzione che l’umanità abbia avuto”. Fu il fulcro ideologico e politico del Movimento Cristiano dei Lavoratori, che poi significava la solidarietà sociale di cui aveva parlato Proudhon che fu alla base del Vangelo Socialista di Luciano Pellicani: era il rifiuto di qualsiasi regime autoritario, o rosso o nero che fosse, era guardare ad un futuro fatto diritti e doveri sociali e di un potere politico al servizio di quel futuro per una democrazia che significasse anche (se non soprattutto) eguaglianza sostanziale e non formale di tutti i cittadini.

Altri che avevano le sue stesse convinzioni preferirono schierarsi con il Partito Comunista, talvolta con la mascherina di indipendenti di sinistra, salvo ben presto a pentirsene. Covatta, dopo lo scioglimento del movimento, scelse di aderire al Partito Socialista, fu un craxiano convinto sotto il profilo ideologico e politico, anche se non condivideva certi comportamenti di socialisti che tali forse non erano.

Contribuì alla elaborazione del progetto politico del Partito, non fu mai oggetto di accuse infamanti, a parte quella di fumare troppe Camel.

Alle elezioni del 1994 fu tra i candidati socialisti nelle liste del Patto per l’Italia: ricordo ancora le riunioni con Gennaro Acquaviva, prima al Senato e poi in una stanza della Canonica di San Carlo al Corso, per scegliere i socialisti che avrebbero cercato ospitalità in quelle liste. Fu un errore madornale, come poi i fatti dimostrarono, ma certamente non imputabile a Covatta che socialista è rimasto fino alla fine.

Ciao Gigi e grazie di tutto.

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Mario Pacelli

Mario Pacelli è docente di Diritto pubblico nell'Università di Roma La Sapienza, per lunghi anni funzionario della Camera dei deputati. Ha scritto numerosi studi di storia parlamentare, tra cui Le radici di Montecitorio (1984), Bella gente (1992), Interno Montecitorio (2000), Il colle più alto (2017). Collabora con il «Corriere della Sera» e «Il Messaggero».

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