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Gli Stati Generali formato 2020

Il Presidente del Consiglio quando ha indetto lo gli Stati Generali dell’economia non poteva non conoscere la plurisecolare storia di questo tipo di assemblea che i Re di Francia convocavano sin dal 1300 quando il loro Stato era a corto di soldi e c’era bisogno di imporre nuove tasse che allora, quasi come oggi, le pagavano solo i poveri. L’ultima volta lo fece Luigi XVI  nel 1788 perché voleva imporre le tasse anche ai nobili giacché la Francia era sull’orlo del fallimento, ma gli andò male tre volte, primo perché i ricchi, primo e secondo Stato, tennero duro, secondo perché i poveri, terzo Stato, insorsero e proclamarono prima l’Assemblea Costituente e poi emanarono la Costituzione, terzo perché finì sulla ghigliottina.

Erano gli anni della fine del 18º secolo e perciò da allora sono passati più di due secoli, ma la vicenda attuale ha con quella remota molti punti in comune, speriamo non tutti. In comune ad esempio hanno l’architettura seicentesca delle locations: il palazzo di Versailles che i Re francesi elessero a residenza propria e del Governo per oltre un secolo e Villa Doria Pamphili a Roma residenza di campagna fuori le mura della potente e ricca famiglia Pamphili che annoverava tra le sue file Papa Innocenzo X. Oggi sia Versailles che Villa Pamphili sono proprietà statali. Tuttavia Conte, che malgrado il nome non appartiene al secondo Stato, quello dei nobili ricchi della Francia ottocentesca, ma alla borghesia italiana operosa e studiosa, non ha riunito gli Stati Generali per creare ulteriori balzelli, ma per creare debiti e per capire meglio come distribuirli. È pur vero che per il popolo tra balzelli ossia tasse dirette e prestiti da restituire, la differenza è poca perché di fatto la restituzione dei prestiti non può non avvenire che a carico diretto o indiretto del popolo che ne ha beneficiato.

Passando dalla storia alla cronaca, le molte riunioni a porte chiuse, credo per via del Covid, a Villa Doria Pamphili per gli Stati Generali di Conte, qualche frutto lo avranno certamente prodotto: per esempio avere portato l’Italia al centro di un ragionamento economico su scala europea per la presenza il primo giorno di tutta l’Elite politica ed economica della Unione Europea, mentre per anni in sede di economia europea abbiamo sempre avuto, anche formalmente, un ruolo marginale. Sul piano pratico l’incontro e gli scontri tra protagonisti economico finanziari della nostra vita nazionale non possono essere passati senza lasciare traccia tra coloro che devono decidere, cioè Governo e Parlamento.

Finita la festa ora da più parti si invoca l’azione immediata e già si accusa il Governo di indecisionismo, di lentezze e lungaggini. Sarà pur vero, ma la cosiddetta ripartenza è una operazione necessaria ma difficile. Purtroppo per ripartire, pur disponendo al momento teoricamente dei soldi europei, ci sono due nemici terribili: i tempi politici e tecnici dei nostri 27 partners europei e quelli della terrificante burocrazia italiana. Di certo il governo è debole pieno di contraddizioni e conflitti, una coalizione per così dire sfilacciata, sostenuta dalle indubbie qualità di alcuni Ministri e strattonata dalla insipienza di altri, anche fuori dal Governo, ma non ci sono alternative perché da qualunque altra parte ci si giri la qualità culturale e politica è inguardabile. Senza riandare con la memoria a Cavour e Rattazzi o a Depretis, Crispi, Giolitti, basta ricordare De Gasperi, Fanfani, Moro, La Malfa, Spadolini, Lombardi, Craxi, e perché no Berlusconi, per capire che l’offerta attuale è disastrosa. Da qui l’emersione dell’attuale Premier che almeno è professore ordinario di diritto privato all’Università e perciò ben conosce le leggi e la macchina dello Stato, veste con giacca e cravatta e parla correttamente, oltre all’inglese, anche l’italiano! Il suo problema è quello di essere il frutto acerbo di un pasticcio politico.

E quindi? Bisogna confidare nel genio italico che ci ha portato nel secolo scorso fuori da due cataclismi bellici, da molteplici epidemie e terremoti e da tanti troppi conflitti armati, eccetera. Bisognerà confidare nel progetto presentato dal Governo agli Stati Generali dai quali si spera sia uscito arricchito. Se i capisaldi sono la digitalizzazione del Paese e del suo sistema lavorativo e produttivo, nonché la semplificazione burocratica per la quale sarebbe già pronto il relativo decreto, associati agli investimenti nei settori vitali primi tra tutti l’alta velocità sino al derelitto Sud, si potrebbe avere fiducia. Se invece continueremo con l’assistenzialismo dell’improduttivo reddito di cittadinanza, della quota 100 favorevole a pochi e dannosa per troppi altri, con il rifinanziamento a perdere dell’Alitalia e di altre aziende decotte, allora ci sarà un altro autunno caldo forse peggiore di quello di cinquant’anni fa ed a allora dovremmo riconsiderare l’analogia con gli Stati Generali del cittadino Robespierre e del conseguente Terrore.

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Eugenio Santoro

Presidente Fondazione San Camillo- Forlanini - Roma

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