Idea-Azione

Il furto della democrazia

Di furti nell’Italia e nel mondo ne avvengono molti ogni giorno, si ruba di tutto, dal denaro ai telefonini, dalle automobili ai televisori, dalle merendine a scuola ai prodotti esposti sugli scaffali del supermercato. A rubare sono talora ladri improvvisati spinti da mille motivi diversi, i furti più complessi, in un appartamento o in una banca, richiedono però una certa abilità: da quella della scelta di un obiettivo che ne valga la pena all’uso degli strumenti più adatti per aprire porte e cassaforti, superare apparati di sicurezza più o meno sofisticati, evitare telecamere e guardiani (quando ci sono). Più il bottino previsto è ingente più il furto richiede conoscenze e abilità che non è esagerato definire “arte” intendendo con questo termine il possesso di una serie di conoscenze teoriche e pratiche che unite ad una certa dose di audacia e a un pizzico di fortuna garantiscono il buon esito dell’operazione criminosa.

Non è quindi da sorprendersi se spesso si legge sui giornali di furti compiuti “a regola d’arte”. Forse non è corretto unire nella definizione Giotto e Luca Cortese (uno dei più famosi ladri italiani d’altri tempi) ma l’espressione usata rende bene il concetto. Certo è che l’espressione usata è l’unica adatta per definire uno dei furti di maggiore entità compiuti nel nostro paese nell’ultimo mezzo secolo: quello della democrazia. Non è una iperbole, né una frase ad effetto, ma la narrazione sintetica di quanto è avvenuto e sta avvenendo ancora oggi, anche se non sono molti coloro che mostrano, volenti o nolenti, di rendersi conto del fenomeno.

Anzitutto l’oggetto del furto: è la democrazia che significa il diritto di tutti i cittadini di contribuire alla assunzione delle decisioni che riguardano tutto il corpo sociale e ciascun individuo che di esso fa parte. “Rubare la democrazia” significa sottrarre ai cittadini quel bene totalmente (come fanno le dittature) o svuotarlo di tutto o parte del suo valore svincolando le scelte che si compiono dalla volontà degli individui visti solo come sudditi necessariamente pazienti (per non dire – come forse sarebbe più giusto – rassegnati).

Nel secolo scorso in Europa ci sono stati uomini che hanno tentato lo scippo totale della democrazia: ci sono riusciti, ma è finita abbastanza presto per i tempi della storia. Ammonniva giustamente Abramo Lincoln che si può ingannare qualcuno per sempre, molti per lungo tempo, ma non tutti per sempre.

Finite le dittature, dove c’erano, è tornata la democrazia. Troppo bello per essere vero: le vecchie ed inveterate tentazioni di conquista del potere e di ciò che insieme al danaro da esso consegue, non sono venute meno. Non sono stati pochi coloro che, dal dopoguerra ad oggi, hanno ritenuto impraticabile la strada della “democrazia governata” a scapito di quella “governante”. Occorre solo trovare gli strumenti adatti. Non è stato necessario molto tempo per trovare le specie in Italia dove, come avrebbe sentenziato Alexis de Torqueville, la tirannide è un fatto antico e la libertà recente. Burocrazia e partiti politici sono stati la struttura portante di un sistema antico contro il quale si era già scagliato Marco Minghetti alla fine del XIX secolo ma che non ha richiesto molti sforzi per essere rinvigorito con molta linfa.

Un sistema amministrativo avente come suo interlocutore persone trattate da sudditi piuttosto che da cittadini ha fatto allargare progressivamente la gestione negativa del potere pubblico simile alla macchia nera contro la quale è costretto a combattere Topolino (in questo caso il povero cittadino italiano) alla fitta popolazione di dipendenti dei ministeri, enti pubblici, autorità, agenzie, uffici con tante sigle incomprensibili.  Occorreva un mezzo corazzato di sostegno: lo hanno trovato facilmente nei partiti politici, tutti convinti per lungo tempo, ed almeno fino ai giorni nostri (ma qualcuno è rimasto ancora dell’antica opinione), che il loro modello non potesse non essere quello leninista del partito di quadri, ideato da Lenin in funzione rivoluzionaria, con un centro decidente e pensante ed una periferia obbediente, senza guardare troppo per il sottile.

“Che te serve?” è diventata la domanda centrale dei rapporti fra politici e burocrati. Gli schieramenti ideologici sono stati, ed una parte sono tuttora, lo schermo formale di una intesa in cui ciascuno ha trovato la sua convenienza cementata da una solida intesa su un punto fondamentale: la corruzione.

Amministratori corrotti, uomini politici corrotti, partiti corrotti: l’aggettivazione è diventata sempre più corrente anche quando si sono aperti squarci in un sipario che tutto sembrava destinato a coprire ogni misfatto per sempre. La fine per implosione dei partiti politici  tradizionali ha lasciato spazio alla nascita di movimenti, gruppi di persone che si riconoscono in un leader carismatico ma senza altro programma che quello di cambiare tutto senza specificare come e con che cosa. Essi per queste loro carenze strutturali non sono ne’ possono essere i pilastri di una democrazia parlamentare: hanno origine dalla esasperazione dei cittadini che non trovano altra forma per esprimere le loro necessita’ e le loro aspettative che il sostegno ad un movimento ed alla protesta che esso tende a far valere. I partiti hanno avvertito il pericolo di essere espropiati della rappresentativita’ politica ed hanno serrato le file: liste elettorali bloccate predisposte dalle segreterie, promozione degli uomini dell’apparato di partito a uomini  dell’apparato dei pubblici poteri, casi conclamati di corruzione chiusi nel cassetto “nella  doverosa attesa delle decisioni della magistratura” confidando che il tempo cancelli ogni traccia di quanto avvenuto.

Non più scelte, decisioni, tendenze a interpretare la volontà dei cittadini individuandone le necessità per fare ad esse fronte, seguire gli orientamenti espressi con il voto sui programmi: il bottino è la democrazia. Ospedali dove i malati attendono giorni che venga data risposta al loro diritto alla salute, ponti e strade che crollano a causa della dissesto del suolo, scuole che cadono a pezzi rendendo quanto meno precario il diritto allo studio e via di seguito. Di chi la colpa? Di Tizio, di Caio, di quel partito, di quel gruppo? No, la colpa grave è dei ladri di democrazia, un furto eseguito (purtroppo) “a regola d’arte “ reso possibile da un patto scellerato tra una burocrazia troppo spesso corruttibile e una classe politica infiltrata  dal bacillo di una virulenta corruzione. Qualcuno può dirsi felice? Forse sì, almeno fino a quando non arrivano i carabinieri.

L’Italia e’ un Paese con un grande passato, con un presente non certamente  entusiasmante: si accettano scommesse sul futuro (in particolare su quello della sua attuale classe dirigente). 

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Mario Pacelli

Mario Pacelli è docente di Diritto pubblico nell'Università di Roma La Sapienza, per lunghi anni funzionario della Camera dei deputati. Ha scritto numerosi studi di storia parlamentare, tra cui Le radici di Montecitorio (1984), Bella gente (1992), Interno Montecitorio (2000), Il colle più alto (2017). Collabora con il «Corriere della Sera» e «Il Messaggero».

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