Il gabbiano Yonathan Livingston di Richard Bach

L’articolo è dedicato a tutti gli studenti di oggi, in particolare, e di domani.

È tempo di esami e per i maturandi, come ogni anno, è il momento di bilanci, di nuovi progetti, di sogni, di saluti, di speranze future. La chiusura dell’anno scolastico, anno del covid-19, della DAD, è stata, però, anomala: si è avuto la sensazione dell’incompiuto, dell’indefinito, di qualcosa di monco.

È una sensazione strana, difficile da comprendere per chi non è un insegnante. Ho la fortuna di fare questo lavoro da molti anni e lo ritengo uno dei lavori più belli ma anche molto impegnativo in quanto, per me in particolare, significa partecipare con gli strumenti offerti dalla letteratura classica e moderna e dalla poesia alla costruzione del futuro.

Insegnare ha qualcosa di avventuroso e di magico, è, soprattutto, aiutare a scoprire quell’abisso di un inesauribile segreto di cui parlava Ungaretti che ciascuno, inconsapevolmente, custodisce nella profondità del proprio animo. Insegnare è anche dialogare con la realtà e accettare il rischio del coinvolgimento, problematico sicuramente ma affascinante.

Quest’anno, più che mai imprevedibile nella sua difficoltà, ha fatto passare in secondo piano tutte le conflittualità, le tensioni che la scuola e “il convento” inevitabilmente comportano e ha costretto ciascuno alla riflessione sull’io, sul noi, sull’esserci insieme.

Un profondo senso di fragilità e di precarietà ha coinvolto tutti rendendo ancora più incerti gli orizzonti del futuro, di un domani divenuto nebuloso e inquieto. A questa generazione di studenti che più di tutti ha vissuto nell’incertezza e ha percepito forte il senso della precarietà vorrei dedicare l’opera di Richard Bach “Il gabbiano Yonathan Livingston”. È la storia di un gabbiano diverso dai comuni gabbiani per i quali volare è solo un mezzo per procurarsi del cibo. Per Yonathan, difatti, volare significa superare con la propria forza interiore le difficoltà della vita vibrando nel cielo libero dalle meschinità del mondo che imbrigliano e riconducono tutto ai bisogni materiali.

Yonathan non si preoccupa del cibo ma di imparare a volare e così ogni mattina fino a sera si esercita per perfezionare sempre di più il volo. Gli amici lo lasciano in disparte, lo irridono ma lui non ascolta nessuno, desidera soltanto arrivare ad una quota di 1000 metri sul livello del mare per scendere poi in picchiata velocissima senza cadere sfiorando l’acqua. È una gara che fa con se stesso e intende vincerla. Non ci riesce subito, le difficoltà sono molte ma non si arrende, cosicché dopo molti tentativi riesce a scendere con tanta velocità da lasciare stupiti tutti gli altri gabbiani, meravigliati di fronte a tanta agilità e leggerezza: la gara con se stesso era stata vinta.

La storia del gabbiano Yonathan è la storia di tutti coloro che non accettano di arrendersi alle difficoltà, che lottano senza lasciarsi scoraggiare dagli ostacoli che inevitabilmente si incontrano, è la storia di chi ha il coraggio di volare alto sulle meschinità del tempo, è la storia del gabbiano che vive in ciascuno di noi e che non aspetta altro che volare.

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Antonella Botti

Sono nata a Salerno il 3 Marzo del 1959 ma vivo da sempre a Sessa Cilento, un piccolo paese di circa 1300 anime del Parco Nazionale del Cilento. Ho studiato al Liceo classico “Parmenide” di Vallo della Lucania ed ho conseguito la laurea in Lettere moderne. Sono entrata nella scuola come vincitrice di concorso nel 1987, attualmente insegno Letteratura Italiana e Latino al Liceo Scientifico di Vallo della Lucania. Ho pubblicato due testi di storia locale: "La lapidazione di Santi Stefano" e "Viaggio del tempo nel sogno della memoria". Da qualche mese gestisco un blog, una sorta di necessità interiore che mi porta a reagire al pessimismo della ragione con l’ottimismo della volontà. I tempi sono difficili: non sono possibili "fughe immobili".

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