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Le irruzioni della storia

Non ci si abitua mai alle irruzioni della Storia.
Poco serve averla studiata, pochissimo avere letto Hegel, meno ancora avere sviluppato una corretta (e preziosa) concezione religiosa e finalistica del divenire.
Gli esseri umani guardano stupefatti e un poco ipocriti l’avvenire di fatti che modificheranno profondamente il loro orizzonte temporale e fisico.

Le armate talebane conquistano Kabul mentre gli esseri umani si stordiscono di notizie e polemiche sul COVID, sui vaccini, sulla libertà negata o difesa.
Va detto subito che questa non è una caratteristica umana dell’oggi. Essa non dipende dai social, dalla mala informazione, dalla esistenza di strumenti di distrazione di massa. Non dipende neppure dalla difficoltà di comprendere passaggi storici complessi e lunghi.

Gli stessi esseri umani che inorridiscono di fronte al TG, cadono poi nelle braccia dei talk e discettano di virus e varianti come se ne conoscessero ogni aspetto.
La domanda “tu che vaccino hai fatto?” apre ogni nuova conoscenza o incontro. Non sappiamo di cosa parliamo, ma ne parliamo, con finta competenza, in continuazione.

Dicevamo che ciò è sempre avvenuto.
Noi attribuiamo lo sbigottimento del nobile francese di fronte alle masse in rivolta, oppure la cieca determinazione de “Il Federale” di Ugo Tognazzi dopo il 25 Luglio, alla difesa degli interessi costituiti e alla (magari volontaria) ignoranza del singolo.

Ma così non è.

Lo sconfortato stupore che ci coglie ad ogni irruzione della Storia nelle nostre vite nasconde ben altro.
Siamo abituati a consideraci, come specie umana, differenti dalle altre specie viventi sul pianeta in quanto possessori di una capacità di coscienza consapevole ben superiore a tutte le altre.
Riteniamo, in altri termini, che la nostra percentuale di materia cerebrale destinata alla consapevolezza e dominata dalla forza dell’Io sia nettamente superiore a quella degli altri animali.
Una gran parte delle azioni di tutti gli esseri viventi, a cominciare dall’area sesso, cibo, sonno, difesa, sono coordinate dal cervello in maniera “automatica”: senza, cioè, fornirne informazioni e richiedere valutazioni. Noi le consideriamo, in tutti i casi, azioni innate o apprese e poi automatizzate.
Vanitosamente riteniamo che sia caratteristico dell’essere umano affiancare a questi utili strumenti, una vastissima area problematica dove la conoscenza e la morale determinano e guidano una impegnativa responsabilità delle scelte.

Se ci viene chiesto cosa ci differenzia dalle altre specie animali, generalmente rispondiamo “la coscienza di noi stessi”. Spesso “invidiamo” questa forma di non coscienza, per esempio, nei cani. Essi ci appaiono vivere completamente sino all’ultimo dei loro giorni, senza soffrire se non per ciò che direttamente provoca loro sofferenza. Ci paiono, diversamente da noi, indifferenti ai fini della specie e persino del mondo. Non ne facciamo, quindi, una questione di intelligenza o di stupidità quanto di vocazione di specie a funzionare in un modo o nell’altro.

Poi arrivano i talebani a Kabul e di colpo ci rendiamo conto che il nostro cervello (anche quello collettivo) da anni e anni si è adagiato negli automatismi delle risposte agli stimoli. Come cavie in un  istituto di ricerca, ci siamo abituati ad agire (e a pensare) solo in  base al dolore o al pericolo o alla gratificazione immediata: scarica elettrica (lieve) o cibo? Premio per avere risolto un problema o frustrazione?
Emerge, a quel punto, quel che troppo spesso ci manca davvero: la capacità previsionale, la esigenza di un progetto.

Un piano, buono o cattivo che sia, fonda la sua esistenza sulla analisi e sulla conoscenza di tutti i fattori che vi possono interagire. È ben vero, credo, che grandissima parte del nostro cervello è impegnato (anche come specie) in funzioni vitali quanti inconsapevoli ma quel che (forse) ci caratterizza rispetto alle altre specie animali è l’operare, sempre, in vista di un risultato da conseguire.

Quando questo, come nel caso di Kabul, non avviene l’irruzione della Storia appare violenta e dolorosa. Quando, come nel caso delle politiche ambientali, si ignora deliberatamente anche quel che si sa e si conosce, la violenza dei fatti (unica arma della Storia) sarà ancora maggiore.

Ci è stato insegnato che nella Storia nulla va perduto e che anche l’ultima pietruzza sarà decisiva nella valanga. Ma, come dignitosi dinosauri ben orgogliosi di dominare il mondo, sembra che spesso ce ne dimentichiamo.

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Beppe Attene

Sardo, 1949, socialista da sempre e per sempre. Buttandosi nella politica professionale ha gettato al vento il suo precedente lavoro (Storia del Pensiero Economico presso Facoltà di Filosofia di Cagliari, come assistente di Paolo Spriano). Uscito dalla politica professionale, è stato Direttore di Cinecittà (Produzione filmica) dall’84 al ’90. Dal ’90 al ’93 è stato Direttore Generale del Luce. Ha compendiato gli anni di politica attiva in un libro intitolato “Politica e società civile, un matrimonio difficile” con prefazione di Riccardo Lombardi. Dopo la apertura della caccia ai socialisti è stato produttore e distributore, con alterne fortune e sfortune, per diversi anni. Quasi senza accorgersene nel 2000 ha vinto un Festival di Cannes. Ha diretto per alcuni anni le Grolle d’Oro di Saint Vincent. È stato giurato in numerosi festival italiani ed internazionali Ha diretto, come autore, un doc su Bruno Mussolini intitolato “Bruno e Gina” e uno intitolato “1945, l’anno che non c’è”. Ha appena pubblicato un libro intitolato “Una lunga catena di unione”. Ha visto momenti peggiori ma anche migliori.

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Tag: Storia

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