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Prego, si accomodi dove trova posto

Poche volte un semplice “ehm…” ha fatto la storia (della nostra microscopica cronaca).
Di lei, la Presidente, non vediamo il volto ma sentiamo appunto il commento gutturale.

Quel gentiluomo di Michel -dopo mille passaggi televisivi lo si percepisce benissimo- entra nella sala senza cedere il passo ad una signora (ma forse in omaggio alla parità di genere lo si considera ormai un comportamento “inappropriato”, una discriminazione) e si concentra immediatamente sulla posizione della poltrona.
Una volta seduto, comincia un balletto di su e giù ma senza staccare mai il sedere dal cuscino (“che faccio mi alzo o non mi alzo? Ma no! Lasciamo perdere”).
Erdogan assiste distaccato con quella faccia da pugile suonato che mostra abitualmente.

Contrariamente a quanto ti aspetteresti, il sultano di Istanbul non giace su un enorme trono d’oro ma su una poltroncina da bar. Probabilmente si diverte a farle scomparire all’ultimo momento per vedere l’effetto che fa.
Ultima immagine: la Presidente collabora al suo distanziamento e ridimensionamento, sedendo con aria disgustata all’estremo limite di un divano lunghissimo.
Il diavolo sta nei particolari.

Questa scenetta ha un valore politico molto maggiore della conferenza stampa al termine dell’incontro.
Il significato politico più vasto non riguarda però i rapporti con la Turchia quanto la vita interna delle Istituzioni Europee. Il modesto episodio fa capire la gelosia e concorrenza tra differenti organismi che invece dovrebbero cooperare e completarsi.
Non oso immaginare cosa sarebbe successo ci fosse stato anche il Presidente del Parlamento europeo.

Fosse solo una competizione di vanità e protagonismi tra presidenti (come sicuramente è anche) non sarebbe un problema. La nostra politica nazionale vive esattamente e solo di questo.
Ma nel caso dell’Europa, siamo di fronte ad una costruzione di ingegneria istituzionale mai completata. Dove a fianco della classica tripartizione (parlamento, governo e giustizia) esiste una autorità aggiunta che non risponde a nessun bilanciamento dei poteri: il Consiglio dei capi di governo dei paesi membri.
Che possono bloccare tutto, anche con il veto singolo della nazione aderente più piccola.

Che giornate sono state queste per le diplomazie di mezzo mondo.
E per gli addetti al protocollo e al cerimoniale.
Ho frequentato questi ultimi e vi assicuro che si immaginano ogni possibile contrattempo e prevengono ogni eventuale desiderio dei loro capi.
Un bagno riservato e facilmente raggiungibile, il menù senza cipolla e aglio, un break per rifarsi il trucco (da quando ci sono le presidenti), l’ordine con cui devono sedere gli ospiti (in base all’importanza dell’incarico, alla anzianità di carica, alle onorificenze ricevute), il titolo con cui rivolgersi all’interlocutore (soprattutto con le autorità religiose, i reali e i militari), gli argomenti da evitare con i vicini di cena.
Se capita un incidente è perché qualcuno lo ha voluto.

Per la diplomazia il lavoro è stato doppio grazie al nostro Presidente del Consiglio che ha pensato bene di definire “dittatore” il medesimo Erdogan.
Una frase apparentemente sfuggita durante una conferenza stampa ma, secondo me, meditata.
Il premier voleva introdurre il problema che hanno le democrazie occidentali (e quindi l’Italia) che devono cooperare con regimi illiberali e oppressivi nel tentativo di ridurre il loro autoritarismo e nell’interesse economico dei propri rispettivi paesi.
Scenario che ci riguarda da vicino ad esempio in Libia.

Una frase apparentemente banale che però richiama l’esigenza di una riflessione di civiltà democratica complicatissima. Dove le considerazioni da farsi sono tantissime e spesso di segno opposto.
Di solito la soluzione consiste nel fare le cose e non dirlo.
Trequarti del mondo pensa che Erdogan sia un dittatore ma nessuno lo ha detto ufficialmente. Anche perché bisogna poi dirlo per decine di suoi colleghi.
E comunque anche una delle risposte polemiche della Turchia pone un problema vero.
Quando fanno presente che il loro Presidente è stato eletto dalla volontà popolare.
Questa è un’altra importantissima questione: oggi una democrazia compiuta da quali e quanti aspetti è definita.
Ormai con i mezzi di persuasione, voto digitale, hackeraggio e controllo informatico, il solo elemento del voto popolare può non bastare più.
Vedete quante cose serie vengono fuori a seguito di una ridicola questione di precedenze!

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Gianluca Veronesi

Nato ad Alessandria nel 1950, si laurea in Scienze Politiche, è Consigliere comunale ad Alessandria per tre legislature, Assessore alla cultura ed al teatro, poi Sindaco della città. Dirigente Rai dal 1988 al 2018, anni in cui ricopre vari incarichi:Assistente del Presidente della RAI, Direttore delle Pubbliche relazioni, Presidente di Serra Creativa, Amministratore delegato di Rai Sat. E' stato consigliere dell’istituto dell’autodisciplina Pubblicitaria e del Teatro Regionale Alessandrino.

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