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Borrelli, Curzio Malaparte e Fra Girolamo Savonarola

E’ morto Francesco Saverio Borrelli, procuratore capo del Tribunale di Milano negli anni di quelle inchieste giudiziare sul finanziamento illegale dei partiti che spazzarono via i vertici politici del tempo, da Craxi a Forlani, fino a La Malfa.

Francesco Borrelli

In molti articoli commemorativi apparsi sui giornali continua a porsi il quesito che da trenta anni a questa parte ha fatto scorrere i classici fiumi d’inchiostro: quell’inchiesta, con i suoi effetti dirompenti sulle istituzioni repubblicane, fu o meno un Colpo di Stato?

E’ un quesito al quale potranno forse tra qualche anno dare una risposta adeguata gli storici, a molta distanza dal tempo in cui si svolsero i fatti. Certamente non sarà una risposta facile: forse appare opportuno anche tenere presente ciò che scrisse nel 1931 quel bello spirito di Curzio Malaparte, che riuscì ad essere Fascista ed Antifascista insieme, nel libro: “Tecnica del colpo di Stato” che gli attirò le ire di Mussoline ma ebbe notevole successo tanto da essere ristampato anche di recente.

Annotava in quel libro Malaparte che nei tempi moderni il classico colpo di stato con le masse che manifestano per le strade, lo sciopero generale, la violenza armata, un capo che ordina e i rivoltosi che obbediscono, è ormai passato di moda.

Secondo lo scrittore toscano nei tempi moderni bastano pochi uomini nei posti giusti che seguono uno schema rigorosamente tecnico per esautorare una classe dirigente e sostituirsi ad essa: il modello del Malaparte era la rivoluzione bolscevica, una rivoluzione senza masse ma che potè contare su uno stretto gruppo di esperti che si impadronirono in poco tempo dei posti chiave dello Stato, secondo l’insegnamento di Trockij.

Malaparte aveva ragione o volle solo scrivere solo un libello provocatorio?

Certo è che al di là dei paradossi un minimo di ragione lo aveva. Il Colpo di Stato, cioè il subentro di una classe dirigente di un paese ad un’altra secondo schemi e procedure diverse da quelle stabilite dalla Carta Costituzionale, oggi non avviene più con le modalità violente del passato ma forzando il senso della legge, profittando degli spazi vuoti, agendo sui punti più vulnerabili del sistema.

Mani pulite fu un colpo di stato?

Fu l’opinione dei Presidenti dei gruppi parlamentari democristiani della Camera dei Deputati e del Senato (Gerardo Bianco e Gabriele La Rosa) che presentarono una denuncia alla Procura della Repubblica di Roma, sostenendo l’esistenza di una congiura contro i vertici pubblici dello Stato. La denuncia fu però archiviata mentre il resto del partito democristiano riteneva più opportuno fare finta di niente, forse ritenendo che si trattasse di una faccenda che avrebbe tolto di mezzo gli altri partiti, specie quelli scomodi come il Partito Socialista. Fu un errore tecnico che il Presidente della Repubblica Cossiga cercò di far venire alla luce. Poi arrivò Scalfaro. Il moralismo dell’Italia dei (falsi) galantuomini e quello dei seguaci del cattolico Fra Girolamo Savonarola si trovarono di fronte: il resto è storia.

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Mario Pacelli

Mario Pacelli è stato docente di Diritto pubblico nell'Università di Roma La Sapienza, per lunghi anni funzionario della Camera dei deputati. Ha scritto numerosi studi di storia parlamentare, tra cui Le radici di Montecitorio (1984), Bella gente (1992), Interno Montecitorio (2000), Il colle più alto (2017). Ha collaborato con il «Corriere della Sera» e «Il Messaggero».

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