Carlo Cattaneo: repubblicano, federalista ed autonomista

Carlo Cattaneo fu un repubblicano, convinto assertore di una Repubblica Federale ed autonomista. Sostenne con forza le sue idee anche in contrasto con Mazzini e Garibaldi, cui rimproverava di essere troppo filo Savoia.

18 marzo 1848: a Milano scoppia una rivolta contro gli austriaci. Iniziò una dura lotta per le strade della città che durò cinque giorni (“le cinque giornate di Milano”) e si concluse con la repressione della sommossa.

Tra i protagonisti della rivolta, dopo una iniziale esitazione, vi fu anche un intellettuale liberale molto conosciuto a Milano: Carlo Cattaneo. Figura eminente della corrente federalista, era propugnatore dell’autonomia italiana del regno Lombardo — Veneto, nel più vasto quadro della abolizione della diretta dipendenza dal governo asburgico delle diverse nazionalità che la componevano e che egli riteneva dovessero autogovernarsi.

Chi era Carlo Cattaneo?

Nato a Villastanza, frazione di Parabiago, in una modesta famiglia di commercianti (suo padre gestiva una oreficeria), Cattaneo frequentò prima il seminario di Arlenico (Lecco) poi quello di Monza per passare nel 1817 al liceo Sant’Alessandro di Milano (l’attuale liceo Beccaria) probabilmente in seguito ad una crisi religiosa.

Nel 1820 si diplomò, rinunciò ad iscriversi all’Università di Pavia per difficoltà finanziarie ed accettò un modesto posto di insegnante nel ginnasio comunale milanese di Santa Marta, dove restò ad insegnare per quindici anni.

Si iscrisse contemporaneamente ad un corso universitario di diritto aperto da Gian Domenico Romagnosi a Milano che però durò poco in quanto il grande giurista, arrestato nel 1821 e processato per non aver denunciato la congiura di Silvio Pellico e dei suoi compagni, in segno di protesta contro il governo austriaco (l’imperatore in persona aveva voluto che fosse sospeso il giudizio a suo carico) rinunciò a proseguire le lezioni.

Cattaneo continuò a frequentare il vecchio maestro, ottenne la laurea “in ambo le leggi” nel 1824 presso l’Università di Pavia, proseguì gli studi anche di economia, fisica e chimica, scrisse testi scolastici per arrotondare il magro stipendio e, pur frequentando molti circoli democratici, restò sempre fuori da congiure antiaustriache.

Cattaneo liberista e garantista

In un articolo pubblicato nell'”Antologia” diretta a Firenze da Viesseux si schierò decisamente per un liberalismo di tipo garantista, fondato sul pluralismo, tesi questa che andrà elaborando via via negli anni successivi prima con articoli su “Il conciliatore” e poi dal 1839 sul “Politecnico” da lui stesso diretto.

Per Cattaneo l’Italia non aveva alcun “primato” (era la tesi di Gioberti) ma doveva “tenersi soprattutto all’unisono con l’Europa… l popoli debbono farsi continuo specchio tra loro perché gli interessi della civiltà sono solidali e comuni”.

Era una tesi originale per i tempi che valse a Cattaneo un vasto prestigio. Nel 1843 venne nominato membro dell’Imperial Regio Istituto Lombardo di scienze, arti e lettere, la maggiore accademia scientifica del regno Lombardo — Veneto: fu una nomina imposta dagli intellettuali milanesi e mal accettata dal Governo di Vienna che tra il 1847 e l’inizio del 1848 meditò di assegnarlo al confino come elemento pericoloso.

Dimessosi nel 1835 dal ginnasio Santa Marta, si dedicò ad imprese editoriali, grazie anche al patrimonio della moglie che gli assicurava stabilità economica.

Divenuto (1845) segretario della società d’incoraggiamento d’arti e mestieri, assunse iniziative per lo sviluppo economico e sociale della Lombardia che doveva, a suo avviso, essere protagonista “di questo moto delle genti” (15 maggio 1845, alla cerimonia annuale della società).

Restò contrario, come scriverà poi nel volume dedicato alla “Insurrezione di Milano” alla sollevazione contro l’Austria per le conseguenze negative (vendette, violenze, rapine) che ne sarebbero potute derivare.

Cattaneo repubblicano per un’Italia federale

Furono queste convinzioni lungamente maturate a renderlo esitante quando scoppiò nel marzo 1848 la rivolta di Milano: il 20 marzo prese la sua decisione ed iniziò a partecipare alle riunioni del comitato organizzatore della rivolta collocandosi subito tra coloro che nel comitato erano contrari sia ad una trattativa con il governo austriaco sia a chiedere l’aiuto del Regno Sardo, come sollecitava Carlo Alberto.

Cattaneo era per la repubblica: restato isolato nel comitato, finì di fatto per guidare gli insorti. Incontrò La Marmora quando arrivò a Milano per trattare l’aiuto piemontese, tenendo ferma la pregiudiziale repubblicana, ma alla fine, messo in minoranza nel governo provvisorio, accettò dì far parte di una commissione per l’elezione delle assemblee primarie che avrebbero deciso sul futuro della Lombardia, una soluzione chiaramente di compromesso che per Cattaneo era però una sconfitta politica.

La sua posizione tenacemente repubblicana lo portò all’isolamento politico: la maggioranza dell’opinione pubblica era favorevole alla annessione al Piemonte.

Entrò in conflitto (30 aprile) anche con Mazzini, che avrebbe voluto fossero superate le divergenze ed utilizzate tutte le forze per combattere e vincere la guerra e continuò ad organizzare in Lombardia le truppe degli insorti.

Si trovava a Bergamo quando gli giunse la notizia che le truppe piemontesi erano state sconfitte davanti a Milano e che i patrioti stavano abbandonando la città.

Passò allora in Svizzera ed il 6 agosto 1849 incontrò a Lugano Mazzini e coloro che erano riusciti a fuggire da Milano e dalla Lombardia prima di cadere in mano agli austriaci.

Da Lugano si recò a Parigi dove cercò di convincere i repubblicani francesi ad appoggiare la giunta di insurrezione nazionale italiana costituita durante gli incontri di Lugano e pubblicò in francese “L’insurrezione di Milano”, che contiene un duro atto di accusa contro i moderati lombardi e negli ultimi capitoli un vero e proprio “manifesto” del federalismo repubblicano.

Il soggiorno a Parigi segnò in pratica la fine della partecipazione attiva di Cattaneo alle vicende politiche italiane.

L’idea di unire l’Italia con gli scritti piuttosto che con le armi

Tornato a Lugano, andò ad abitare a Castagnole, nelle vicinanze della città. Divenuto scettico sulla possibilità di riprendere la lotta armata, ritenne necessaria invece una diffusa opera di propaganda della causa dell’unificazione nazionale attraverso gli scritti, cosa che determinò il suo distacco da Mazzini (1850) che continuava a difendere la necessità della rivoluzione e dello Stato unitario contro l’assetto federale sostenuto da Cattaneo.

In Svizzera acquistò presto grande autorità sia come uomo di studi che come politico. Elaborò un piano di riforma dell’insegnamento che fu approvato dal governo cantonale, fu nominato professore di filosofia del liceo di Lugano, assunse posizioni rigidamente laiche e diede lavoro nel liceo a molti fuoriusciti italiani.

L’Austria chiese, senza successo, l’espulsione dalla Svizzera del nucleo di patrioti che si era formato intorno a Cattaneo, tutti rigidamente “federalisti”, in polemica con i mazziniani che erano invece altrettanto rigidamente sostenitori dello Stato unitario.

Nel 1859 venne invitato a tornare a Milano, ma rifiutò: l’anno precedente aveva avuto la cittadinanza onoraria ticinese, accettata quasi a sottolineare il suo distacco dalle cose italiane.

Nel 1860 non seppe però resistere all’invito di Crispi ed alle insistenze di Bertani affinchè collaborasse con Garibaldi. Da Genova partì per Napoli, dove Garibaldi aveva fissato il suo quartier generale dopo la conclusione dell’impresa dei Mille, ma si fermò solo un mese (21 settembre — 18 ottobre 1860), comprendendo che i suoi sforzi per la elezione di una assemblea rappresentativa che preparasse il plebiscito salvaguardando le autonomie territoriali aveva poco spazio nella lotta tra i fautori del governo autonomo e quelli favorevoli alla annessione al regno di Sardegna.

Continuerà a difendere il suo punto di vista negli anni successivi rimproverando a Garibaldi di aver subito il plebiscito a favore di Vittorio Emanuele II°.

Tornato a Castagnola, l’anno successivo rifiutò la cattedra offertagli dall’Accademia scientifico — letteraria (in pratica l’Università del tempo) di Milano e riprese l’attività pubblicistica, collaborando a molte riviste sui temi più diversi, dalla storia militare alle teorie evoluzionistiche di Darwin.

L’elezione alla Camera di Torino

Alle elezioni del 1860 fu eletto deputato in tre collegi (Milano V°, Cremona I° e Sarnico) ma non andò mai a Torino a prendere parte alle riunioni della Camera per non essere costretto al giuramento di fedeltà al re.

Nel 1862 redasse un appello alla nazione francese a nome di 500 associazioni politiche d’Italia affinchè inducesse Napoleone III a non opporsi alla spedizione di Garibaldi per l’occupazione di Roma, che finì tragicamente in Aspromonte.

Nei suoi scritti si spostò sempre più su posizioni radicali: indica ai democratici nel suffragio universale la prima meta da perseguire (Epistolario, vol. IV, p. 378), invitò l’amico Bertani a sedere alla Camera dei deputati nello scranno “più a sinistra di tutti” (Epistolario, vol. IV, p. 379), scrisse (1865) che il vero pericolo per la libertà italiana “è nel modo in cui il potere viene esercitato e non nello straniero” (A. Bertani, Della opposizione parlamentare, pag. 19, scritto in realtà da Cattaneo).

Nel 1867, malgrado gli attacchi sistematici dei moderati, fu nuovamente eletto: si recò a Firenze, dove era stata trasferita la capitale, quattro volte, senza mai mettere piede a Palazzo Vecchio, dove la Camera dei deputati teneva la sue riunioni, per restare fedele alla pregiudiziale repubblicana.

Stabilitosi definitivamente a Castagnola, continuò a vivere sempre più isolato fino alla morte, avvenuta il 5 febbraio 1869.

È sepolto nel cimitero monumentale di Milano.


Biblioqrafia

  • Enciclopedia italiana, alla voce.
  • Dizionario biografico degli italiani, alla voce.
  • Storia del Parlamento italiano, vol. I.
  • Giuseppe Armani, Carlo Cattaneo, Milano, 1997.
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Mario Pacelli

Mario Pacelli è docente di Diritto pubblico nell'Università di Roma La Sapienza, per lunghi anni funzionario della Camera dei deputati. Ha scritto numerosi studi di storia parlamentare, tra cui Le radici di Montecitorio (1984), Bella gente (1992), Interno Montecitorio (2000), Il colle più alto (2017). Collabora con il «Corriere della Sera» e «Il Messaggero».

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