Edipo e la Sfinge

«Qual è l’animale che al mattino ha quattro gambe, a mezzogiorno due e alla sera tre?»: è l’enigma che, sulla strada di Tebe, la Sfinge propone a Edipo, pena la morte. La soluzione, però, è sùbito data e al mostro non rimane altro che cercare la fine precipitando dalla rupe sulla quale giaceva.

L’animale, naturalmente, è l’uomo, che impara a camminare a quattro zampe, da adulto procede su due e da vecchio deve far ricorso al bastone. Si tratta di un banale indovinello, ma l’episodio, inserito com’è nella classica storia di Edipo, ha portato i suoi protagonisti a divenire simbolo di riferimento per chi compone e risolve enigmi.

L’enigma di oggi è tutt’altro: è sempre costruito nel segno della duplice lettura, attraverso espedienti tutti legati al sapiente e accorto uso della lingua.

Questo riuscito lavoro a quattro mani di due genovesi Ser Berto e Gigi d’Armenia si risolve con il gioco del poker e, per quanto la soluzione sia immediata e agevole, una sua attenta rilettura sorprende certamente il lettore non del tutto smaliziato e non aduso a cogliere ogni particolare.

IL PARCO DEGLI INNAMORATI

L’apre qualcuno, misteriosamente,
non appena la solita coppietta
timidamente appare.
Cip, cip
e come palpita nell’aria l’ansioso invito
e un lieve frusciar d’ale trascorre intorno,
il gioco dei colori
impagabili sogni in cuore aduna.
Piccoli quadri spiccano tra i fiori.
Chi piange, chi s’accora
nell’attesa fremente d’una donna
che forse non verrà
ad allietare con la sua figura
la scaletta nascosta tra le palme.
Chi vagheggia un incontro fortunato
o indugiando al prato
in gioconde schermaglie si destreggia.
Chi infine passa, e nel passar non vede…
Cupido intanto avidamente occhieggia.
Parole; e nell’intenso
di sofferti silenzi intimo affanno,
il malizioso inganno
d’una bugia così, fatta di niente.
E tante, tante mani
che s’intrecciano l’una sulle altre,
appassionatamente.
È tempo ormai di chiudere.
Nel buio momenti d’abbandono.
Ancora un giro,
qualche dichiarazione e poi più nulla.
Dalla verde piana
s’alza leggero un candido piccione.

All’enigma spetta senz’altro il riconoscimento di componimento enigmistico più elevato. Esso è certamente presente in tutte le letterature di ogni tempo e di ogni popolo; in Italia, prima di acquistare una dignità formale oltre che sostanziale, quale quella dell’Ottocento e ancor più del Novecento, esso rimane, ancora in nuce, in formulazioni che sanno soltanto di domande bizzarre.

Anche i famosi enigmi di Turandot non si discostano da tale schema: la favola ha per protagonista questa fanciulla orientale ostile agli uomini cui mostra di concedersi soltanto se saranno capaci di penetrare gli enigmi che ella propone. L’Edipo di turno è il Principe di Calaf il quale si dichiara pronto a sostenere la prova che, in caso negativo, condurrà alla morte. Sono questi i tre fatali enigmi (sarebbe meglio dire “domande enigmatiche”):

«Qual è la creatura che appartiene a ogni terra, è amica del mondo intero e non saprebbe tollerare una sua pari?».
«Qual è quella madre che, dopo aver messo al mondo i propri figli, li divora uno dopo l’altro?».
«Qual è l’albero le cui foglie sono tutte da una parte bianche e dall’altra nere?».

Il Principe di Calaf non esita a fornire le soluzioni: il sole, il mare (la cui acqua dà vita ai fiumi riassorbendoli alla fine del loro córso) e infine l’anno (le foglie rappresentano i giorni, per metà illuminati dal sole e per metà avvolti nel buio).

Gli enigmi di Stelio, un enigmista dello scorso secolo, sono invece già tutt’altra cosa: quello che segue (1947) è stato a lungo considerato un “pezzo forte” della moderna poesia enigmistica.

MADDALENA

Ti accosti (è il giorno antico delle Ceneri)
alla pila nell’ombra, dove trema
l’acqua lustrale: ancora ti richiama
un desiderio umano di purezza
e forse pesa al tuo destino l’ora
del capo che s’imbianca. Di una lenta
giornata mercenaria ti rimane
una immonda memoria delle cose,
la pietosa miseria della carne.
Ora curvi i ginocchi, ti confidi:
«Sono stanca del mondo…» e nel lamento
tu pieghi il capo e lasci che fluisca
l’ultimo pianto sulle fredde mani.
Ma già nel vento è un candido svolìo
di primavera.

I due enigma ripoprtati si spiegano rispettivamente con: il gioco del poker e la lavandaia.

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Raffaele Aragona

Raffaele Aragona (Napoli), ingegnere, ha insegnato Tecnica delle Costruzioni all’Università di Napoli “Federico II”. Giornalista pubblicista, ideatore e promotore dei convegni di caprienigma, è tra i fondatori dell’Oplepo. Per la “Biblioteca Oplepiana” ha scritto La viola del bardo. Piccolo omonimario illustrato (1994) e molti altri lavori in forma collettanea. Autore di Una voce poco fa. Repertorio di vocaboli omonimi della lingua italiana (Zanichelli, 1994), ha curato per le Edizioni Scientifiche Italiane, i volumi: Enigmatica. Per una poietica ludica (1996), Le vertigini del labirinto (2000), La regola è questa (2002), Sillabe di Sibilla (2004), Il doppio (2006), Illusione e seduzione (2010), L’invenzione e la regola (2012). Sono anche a sua cura: Antichi indovinelli napoletani (Tommaso Marotta, 1991, ried. Marotta & Cafiero, 1994), Capri à contrainte (La Conchiglia, 2000), Napoli potenziale (Dante & Descartes, 2007) e il volume Italo Calvino. Percorsi potenziali (Manni, 2008). Ha pubblicato il volumetto Pizza nella collana “Petit Précis de gastronomie italienne” (Éditions du Pétrin, Paris, 2017). È autore di due volumi per le edizioni in riga (2019): Enigmi e dintorni e Sapori della mente. Dizionario di Gastronomia Potenziale. Il suo Oplepiana. Dizionario di letteratura potenziale è pubblicato da Zanichelli (2002).

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