Francesco Rutelli “Tutte le strade partono da Roma” – Recensione.

Francesco Rutelli ribalta il motto universale su Roma e “tutte le strade”.
Un inventario che mostra le fondamenta di una rigenerazione del “Brand Roma”.

Dal titolo stesso (“Tutte le strade partono da Roma”) il saggio di inventario, di analisi e di commento (anche fotografico) che Francesco Rutelli ha scritto ribaltando il noto detto popolare, è un manifesto d’amore e di argomentazione per fare di Roma un punto di partenza e non un punto d’arrivo.

Il che significa oggi delineare alla John Ruskin, cioè sulle pietre, la metafora di una possibile rigenerazione.

Rigenerazione della città, rigenerazione dell’immagine della città, rigenerazione di un potenziale che stinga sul pensiero e sul desiderio altrui, rigenerazione della forza storica delle evidenze. Anche quando queste evidenze sono sotterrate dalla dinamica archeologica, confuse dalla cialtroneria umana, sparite a causa di saccheggi. Oppure semplicemente derubricate dalla memoria ai fini dell’agenda quotidiana.

Con una certa abilità – sorretta dalla tardiva ma al tempo stesso caparbia laurea in architettura – l’ex-sindaco della Capitale, più votato finora dai cittadini; l’ex-ministro della Cultura tra i più reputati dalla filiera creativa e persino burocratica dell’Amministrazione; l’ex-esponente di una politica che ha tentato negli anni ruggenti del berlusconismo di interpretare un’alternativa italiana fatta di ambiente, diritti e patrimoni, scrive – senza conclamarlo nel titolo – un vero e proprio programma narrativo per rifondare il brand stropicciato della Città eterna. Eterna sì, ma ormai perché rischia di essere derubricata dal presente.

Dunque da rimettere a terra (nel senso anche tecnico del termine) circa la percezione del patrimonio.

Poi da rimettere in cammino, per capire – anche sulle tracce delle antiche mobilità – dove porterebbe oggi il messaggio relazionale dei “romani”. E ancora da ridisegnare circa i messaggi valoriali che ne derivano per capire se il terzo millennio presenta (caso mai) un’altra chance storica per essere verbo del pianeta, cioè messaggio universale, senza affidarsi solo alla protesi del Vaticano.

Libro tecnico, insomma, dietro cui si cela un libro politico che lascia a casa quasi tutto della politica: le beghe, le fazioni, i referenti congiunturali, le trame, i rimpasti, il presentismo. Ma non lascia a casa l’artiglieria simbolica della politica ancora oggi non delegabile: la volontà di un nuovo processo narrativo che si incarni poi nella libertà dei media, dell’arte, dello spettacolo di svolgere criticamente il tema. Usando le armi della critica, tra cui l’amore e la competenza.

C’è storia politica e delle istituzioni in naturale commistione (trattasi della capitale) con il ruolo morale, politico e urbanistico della Chiesa e della comunità intellettuale che confina con i due poteri, con le due sponde del Tevere. Così come talvolta cerca di separarsi da entrambi quei poteri per parlare a sé stessa e al popolo. Roma ha riferimenti abbondanti a tutto. A patto che il narratore non abbia deliberatamente perso la memoria, tagliata per insipienza, abbandonata dietro agli irrisolti che dovrebbero fare della milanese Pietà Rondanini il monumento più simbolico della città, non l’altro sfolgorante capolavoro michelangiolesco della Sistina.

Questo teatro di tre protagonismi è retto dalla quinta trasversale della storia della romanità che produsse il “nation brand” più famoso e duraturo dell’età delle civilizzazioni: “con Roma potreste anche perdere l’indipendenza ma ci guadagnereste certamente la cittadinanza”.

Molte volte l’alzarsi nel cielo degli assedi le aquile imperiali dell’acronimo S.P.Q.R. palesava questo “deal” ed evitava massacri. La pax romana era dura ma regolata da leggi. Durò mille anni. L’universalità del messaggio romano si è poi trasferita nell’eredità della cattedra di Pietro. E si è dunque fatto sintesi simbolica. Così che qui si colloca il capitolo centrale di questo testo: Urbi et Orbi . Come ci ricorda Francesco Rutelli, “gioco di parole inventato da Ovidio”.

Viaggiatori, pellegrini, assalitori, invasori” – dice in premessa l’autore – hanno “raggiunto” la Città Eterna partendo dal motto “Tutte le strade portano a Roma”. Ma adesso, continua, è venuto il momento in cui è prioritario per Roma, oltre a essere capitale, “essere capita”. E la proposta cognitiva e metodologica – che il ribaltamento di quel motto comporta – è di scegliere ancora di misurarsi modernamente con il mondo.

Un altro snodo interessante del testo (che è intervallato da un ottimo bianco&nero fotografico di Andrea Jemolo che esalta le forme e neutralizza il fattore discriminante del tempo) riguarda l’inventario delle potenzialità della “capitale moderna”, cioè a partire dall’EUR agli ambiti di un sistema per alcuni versi industriale per altri per lo meno “operoso” in cui l’economia immateriale si fa strada. Anche se a fatica.

Qui galleggia un dibattito urbanistico da riqualificare. Ed è questa la partita: “Essere capitale in tempi difficili significa meritarselo”.

A valle della mia esperienza di “Comitato Brand Milano” proposi, dopo Expo, a Francesco Rutelli di guidare un’esperienza di rinnovamento di “Brand Italia”. Mi lascò in sospeso – a fronte di mille impegni – circa una risposta definitiva. Che adesso arriva in questa forma. C’è un tavolo di saperi e di “umilissimi amori” (come lui definisce il motore della ricerca) che potrebbe – a lato di ogni battaglia politico-elettorale nella capitale – raccogliere metodo, obiettivi e concreti tragitti per la rigenerazione del “Brand Roma”.

Un passaggio che farebbe del bene a qualunque amministrazione, a tutta la cittadinanza e che darebbe, nel dopo-Pandemia, una cornice attesa e indispensabile alla stessa Italia.

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Stefano Rolando

Stefano Rolando è nato a Milano nel 1948, dove si è laureato in Scienze Politiche e specializzato alla Scuola di direzione aziendale della Bocconi. Tra vita e lavoro si è da sempre articolato tra Milano e Roma. E' professore universitario, di ruolo dal 2001 all’Università IULM di Milano dopo essere stato dirigente alla Rai e all'Olivetti; direttore generale dell'Istituto Luce, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Consiglio Regionale della Lombardia. Insegna Comunicazione pubblica e politica e Public Branding. Ha scritto molti libri sia su media e comunicazione che di storia, politica e questioni identitarie. Da giovanissimo è stato segretario dei giovani repubblicani a Milano, poi ha partecipato al nuovo corso socialista tra anni settanta e ottanta. Poi a lungo non appartenente. Più di recente ha lavorato sul civismo progressista (Milano e Lombardia) e su un progetto politico post-azionista in relazione al quale è parte della direzione nazionale di Più Europa.

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