La Finestra sul Cortile

Il “grande Gualino”, racconto di un’Italia da riscoprire nel corso del ‘900

Non mi capitava da un certo tempo, di rientrare a casa dal lavoro con un certo anticipo per sfruttare ancora qualche ora di energia apprenditiva per accelerare la lettura del libro “Il grande Gualino” di Giorgio Caponetti edito da UTET nel 2018 e pochi mesi fa venduto in edicola abbinato al Sole 24 ore in edizione tascabile.

Il grande Gualino

L’ho letto per molti motivi.

  • Innanzi tutto l’attenzione alle biografie degli italiani “speciali”, quelli la cui vita è una prova a contrasto dei tanti stereotipi sull’ “italiano”.
  • In secondo luogo l’interesse per la non diffusissima tipologia di “borghesi progressisti”.
  • In terzo luogo per andare a vedere se – malgrado le agiate famiglie d’origine e una vita pur con gli accidenti di anni difficili (1879-1964) – alcuni tratti provinciali vengono trasfigurati in uno straordinario adattamento al mondo, alle lingue, alle culture internazionali, alla facilità di integrarsi in esperienze, ambienti, affari, cause, ragioni che oggi come minimo possiamo riconoscere come “europee” (da Torino a Parigi, da Londra a San Pietroburgo).
  • In quarto luogo perché – avendo io lavorato per alcuni anni nel sistema televisione-cinema – il nome di Riccardo Gualino (pur mantenendosi incredibilmente in ombra rispetto alla monumentalità delle esperienze che ha condotto con successo) ha costeggiato molte cose, molte conoscenze, persino alcune persone (lui della generazione di mio nonno) della mia vita. E quindi partendo dalle specializzazioni industriali della fine dell’ottocento (oreficeria, legnami, tessile) la sua storia finanziaria e industriale serpeggia in tantissimi ambiti dell’innovazione del ‘900 (infrastrutture, innovazione, tecnologie) per poi finire nel dopoguerra alla costituzione della Lux cinematografica che ci lascia esempi da antologia, da Senso ai Soliti ignoti. Industrialmente Gualino significò Snia, poi Snia-Viscosa, Rumianca, Unicem, Unica, Cinzano, poi la prima rete industriale radiofionica. Per un tratto fu azionista di riferimento della Fiat. E poi una caterva di Banche, quasi tutte. E soprattutto una vita costellata da una passione per l’arte e la cultura che ne fa – insieme alla moglie Cesarina Gurgo Salice – una coppia straordinaria del collezionismo d’arte e della tessitura di rapporti non solo mecenateschi ma anche di accompagnamento creativo e artistico con tutto il meglio, tutto il nuovo, persino tutto l’insolito (malgrado un forte radicamento classicheggiante) della trasformazione culturale italiana ed europea intervenuta nel ‘900.
  • In quinto luogo il mio interesse da sempre per gli italiani – con qualcosa da perdere – che, pur non facendo politica attiva, il fascismo lo hanno colto per tempo nel suo verso peggiore e ne hanno preso le distanze nei modi con cui chi voleva mantenere ruolo nell’economia e nella finanza avrebbe potuto farlo al tempo. Finì massacrato da Mussolini (“Gualino. Fermatelo!”), spogliato di quasi tutti i beni in Italia (case, collezioni d’arte, azioni, ruoli, eccetera), messo in galera e poi per anni al confino a Lipari (salvaguardando ancora le sue risorse internazionali con cui finanziò anche la Resistenza).
  • In sesto luogo perché ai primi degli anni ’80 il mio compianto amico e collega Gigi Mattucci, torinese, ingegnere,  dirigente della Rai (assunto da Vasari a Torino non perché solo ingegnere ma perché “ingegnere che aveva letto Proust”) al momento del mio passaggio dalla Rai al Luce, come direttore generale, mi regalò il romanzo di Mario Soldati “Le due città” (ovvero Torino e Roma) confidandomi il suo progetto (rimasto inevaso) di fare della vita di Gualino solo adombrata e presa a spunto in quel libro, un film. Lessi il libro e ne convenni. Ma quel film non si fece.
  • In settimo luogo perché tra i “giovani” che entrano nel romanzesco racconto di quella vita, c’è nella pagine finali un mio grande amico – che fu vicepresidente dell’Istituto Luce quando lo diressi e fu molto solidale con il mio impegno “ricostruttivo” di quell’azienda – cioè Giancarlo Zagni, che nel libro e nella realtà è uno dei tre aiuto-registi di Luchino Visconti in Senso, ma soprattutto catturato dalla bellezza senza pari di Alida Valli e con lei fuggito per amore in Sud America, storia troppo lunga da raccontare ma citato con affetto dall’autore.
Giorgio Caponetti

Ora che la biografia di Giorgio Caponetti ha curato la lunga trama nei dettagli (e che la voce di Wikipedia in rete consente di comprendere per sommi capi), spero che il “piano Mattucci” sia portato a compimento dai suoi epigoni a Viale Mazzini. La scrittura di Caponetti non è propriamente giovanilistica, ma accompagna con rispetto e ammirazione una vita densissima, complessissima, articolatissima. E la rende semplice, interessante, con i “tempi teatrali” addirittura capaci di prefigurare e proporre non pochi colpi di scena. Impossibile raccontarli qui anche per esempi. Ma sono quasi sempre legati all’entrata in campo di figure “giornalisticamente” mozzafiato: il nonno di Gianni Agnelli (il sen. Giovanni Agnelli, che ha ruolo da protagonista ma dalla parte dei “cattivi”) , il padre di John Kennedy, la regina Maria Josè, il premier britannico Chamberlain ma anche Winston Churchill,  i gerarchi italiani, il maresciallo Badoglio (trattato con la meritata durezza), Guglielmo Marconi, una certa Torino (Einaudi, Gobetti, eccetera), la finanza italiana al completo con in testa il Governatore della Banca d’Italia Bonaldo Stringher, una sfilza di intellettuali e creativi che non si possono contare (Lionello Venturi, Felice Casorati, gli architetti Busiri Vici e Levi-Montalcini, eccetera, eccetera). Le donne hanno il loro posto, attorno alla soave fermezza della moglie, ognuna (a cominciare dalla madre di Gianni Agnelli, Virginia Bourbon del Monte), con pennellate di straordinarie “stravaganze”.

Riccardo Gualino

Insomma “il grande Gualino” (titolo che non è un esclamativo dell’autore, ma una battuta un po’ sfottente della moglie di Gualino) è la strada che corre lungo tutto il ‘900 (con Torino al centro e Roma e Parigi ai due poli geopolitici del tempo) in cui Milano e la sua borghesia industriale e commerciale e anche il suo indubbio ruolo nell’arte e nella politica è pressoché ai margini di ogni narrativa (e quando entra in campo, come la figura di Senatore Borletti, assume tratti predatori). Qui c’è certamente una visuale alternativa dello sguardo al ‘900 a cui gente come me è poco abituata. Ma non c’è bisogno dei “giusti equilibri” e della “par condicio” per apprezzare una storia con i suoi caratteri, con il suo retrogusto (fatto anche di cibi, di vini, di mode, di profumi, di castelli, di campagne, di maniere), per cui la diversità del racconto proprio del ‘900 assume da un lato comunque interesse e dall’altro fa pensare che, proprio per questo, alla fine ha tenuto in una ingiustificata ombra il suo protagonista.

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Stefano Rolando

Stefano Rolando è nato a Milano nel 1948, dove si è laureato in Scienze Politiche e specializzato alla Scuola di direzione aziendale della Bocconi. Tra vita e lavoro si è da sempre articolato tra Milano e Roma. E' professore universitario, di ruolo dal 2001 all’Università IULM di Milano dopo essere stato dirigente alla Rai e all'Olivetti; direttore generale dell'Istituto Luce, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Consiglio Regionale della Lombardia. Insegna Comunicazione pubblica e politica e Public Branding. Ha scritto molti libri sia su media e comunicazione che di storia, politica e questioni identitarie. Da giovanissimo è stato segretario dei giovani repubblicani a Milano, poi ha partecipato al nuovo corso socialista tra anni settanta e ottanta. Poi a lungo non appartenente. Più di recente ha lavorato sul civismo progressista (Milano e Lombardia) e su un progetto politico post-azionista in relazione al quale è parte della direzione nazionale di Più Europa.

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