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La sinistra ha perso il senso dell’umorismo

Di Dom Serafini

Negli anni ’70, registi progressisti come Norman Lear hanno creato serie televisive comiche per le reti americane del tipo di “All in the Family”, in cui il protagonista, Archie Bunker, può essere definito un malvagio dalle pari opportunità, nel senso che  denigrava indiscriminatamente persone di ogni sesso, nazionalità e razza. “TV Guide” classifica la serie come il quarto programma televisivo americano più popolare di tutti i tempi. Peccato che oggi non lo si potrebbe più produrre.

            Il comico americano Don Rickles era famoso per le sue sparate offensive nei confronti di tutti, compresi (e soprattutto) i suoi correligionari ebrei. Chiamava sua madre “la [generale George] Patton ebrea”. Per rivedere i suoi sketch, basta trovare su YouTube uno degli show di “Celebrity Roasts” di Dean Martin degli anni ’70 (nella foto sopra). 

            Rickles definiva il suo stile come “comiche offensive”, e per questo era soprannominato il “mercante di veleni”. A livello politico Rickles si é sempre dichiarato sostenitore del Partito Democratico, ma oggi il partito non gli permetterebbe più di rappresentare quel tipo di personaggio.

            Un altro comico progressista americano (che però non amava il political correct), George Carlin, era definito “il decano dei comici della controcultura” a causa del suo repertorio di argomenti tabù. Nel 1978 la sua routine televisiva con “sette parolacce” finì alla Corte Suprema degli Usa per una causa (che poi vinse) intentata dall’autorità per le comunicazioni degli Stati Uniti. 

            Un precursore progressista della critica sociale è stato il cabarettista Lenny Bruce, che nel 1961 fu arrestato per oscenità, All’epoca la sua comicità era considerata in opposizione ad uno stato sociale che giustificava l’accanimento contro i poveri e le minoranze.

            Quell’era potrebbe essere oggi descritta “Live, Laugh, Love” (“Vivi, Ridi, Ama”), come una recente vignetta del settimanale “New Yorker”, un baluardo del pensiero progressista, le cui vignette purtroppo non sono più divertenti perché socialmente e politicamente sterili.

            Oggi, le parolacce (e non l’irriverenza sociale) sono le uniche cose che i comici possono usare per far ridere perché le loro battute devono aderire al “politicamente corretto”. Per ascoltare un po’ di umorismo irriverente 15,5 milioni di americani si sintonizzavano sul programma radiofonico dell’estremista di destra Rush Limbaugh, prima del suo decesso lo scorso febbraio (il giornale conservatore “National Review” lo ha definito un “intrattenitore esilarante”).

            Recentemente il parco divertimenti di Disneyland é balzato sulla ribalta politica per via di Biancaneve. Alcuni progressisti americani si sono scandalizzati dal fatto che il Principe Azzurro potesse baciasse Biancaneve addormentata senza il suo consenso, e che quindi non potesse esser stato vero amore.

            Un’altra notizia dagli Stati Uniti rimbalzata in tutto il mondo é quella dell’editore di molti libri per bambini degli anni ’50 e ’60 dell’autore progressista Dr. Seuss, che ha tolto dalla circolazione sei dei suoi libri, perché contenevano immagini considerate razziste (generando di conseguenza la scorsa all’acquisto online).

            La società progressista di oggi vive in un’era di “cultura della cancellazione”, un termine reso popolare nel 2014 dal movimento #MeToo, e che sta facendo proseliti ad Hollywood e a New York tra i media liberali.

            Che ne sarà ora de “Il Padrino”? Il film del 1972 ed i suoi seguiti che hanno vinto nove Oscar, così come la serie Tv della HBO del 1999 “I Soprano” e il film del 1992 “My Cousin Vinny”, tra decine di altri che hanno stereotipato e disprezzato gli italo-americani.

            E che dire di “West Side Story”? I portoricani ora si opporranno al film del 1961 e allo show teatrale di Broadway del 1957 perché incitano alla paura degli immigrati e al razzismo? E il divertente film del 1978 “La Cage aux Folles” (“The Birdcage” nella versione americana del 1996 con Robin Williams e Nathan Lane) potrebbe essere realizzato nel clima culturale di oggi?

            La sinistra non solo ha perso il senso dell’umorismo, ma vuole riscrivere la storia in versione sanificata. Ad esempio, ha definito Cristoforo Colombo un “razzista”, quando questo concetto non esisteva nel 1492 (il termine fu coniato nel 1902).  Inoltre, il fatto che, nel tentativo di salvare gli indigeni, Colombo ordinò che venissero battezzati, è spesso trascurato dai sostenitori della “cultura della cancellazione”.

           Al giorno d’oggi, le uniche persone che possono parlare schiettamente senza  conseguenze sono i populisti, gli ultraconservatori e i nazionalisti, personificati dall’ex presidente Usa Donald Trump, noto anche per aver detto: “Potrei stare nel mezzo della Fifth Avenue, sparare a qualcuno e non perderei i voti degli elettori”.

            Gli Stati Uniti si trovano ora di fronte ad una situazione politica in cui la sinistra più radicale ha bisogno della rabbia suscitata dalle gesta dell’estrema destra per mobilitare la propria base e rimanere rilevante. Allo stesso tempo la destra sta erodendo il movimento Democratico centrista, che si sta stancando delle imposizioni culturali dell’estrema sinistra.

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Dom Serafini

Domenico (Dom) Serafini, di Giulianova risiede a New York City ed è
il fondatore, editore e direttore del mensile “VideoAge” e del quotidiano fieristico VideoAge Daily", rivolti ai principali mercati televisivi e cinematografici internazionali. Dopo il diploma di perito industriale, a 18 anni va a continuare gli studi negli Usa e, per finanziarsi, dal 1968 al ’78 ha lavorato come freelance per una decina di riviste in Italia e negli Usa; ottenuta la licenza Fcc di operatore radio, lavora come dj per tre stazioni radio e produce programmi televisivi nel Long Island, NY. Nel 1979 viene nominato direttore della rivista “Television/Radio Age International” di New York City e nell’81 fonda il mensile “VideoAge”. Negli anni successivi crea altre riviste in Spagna, Francia e Italia. Dal ’94 e per 10 anni scrive di televisione su “Il Sole 24 Ore”, poi su “Il Corriere Adriatico” e riviste di settore come “Pubblicità Italia”, “Cinema &Video” e “Millecanali”. Attualmente collabora con “Il Messaggero” di Roma, con “L’Italo-Americano” di Los Angeles”, “Il Cittadino Canadese” di Montreal ed é opinionista del quotidiano “AmericaOggi” di New York. Ha pubblicato numerosi volumi principalmente sui temi dei media e delle comunicazioni, tra cui “La Televisione via Internet” nel 1999. Dal 2002 al 2005, è stato consulente del Ministro delle Comunicazioni italiano nel settore audiovisivo e televisivo internazionale.

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