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L’Oro di Baghdad

“Non tutto ciò che luccica è oro” ammonisce il detto popolare, ma non sempre è l’oro a luccicare. Con trattamenti galvanici o con ossidazioni forzate, infatti, il prezioso metallo può assumere, almeno sulla sua superficie, l’aspetto del ferro. Basterà ripulirlo delle impurità indotte, fonderlo in nuovi lingotti e potrà circolare di nuovo con tutto il suo luminoso valore. Spesso, però, la circolazione dell’oro è accompagnata da vicende umane che i posteri chiameranno “Storia”.

È questo lo spunto, da cui parte Marco Forneris nel suo ultimo lavoro, L’oro di Baghdad (Sandro Teti Editore, 2019, 16,00 Euro), un romanzo che entra dirompente nella attuale quotidianità, con i suoi personaggi che sembrano strappati dalle cronache geopolitiche dei quotidiani e dei TG, per essere raccontati nella loro umana essenza, prima dei fatti per cui assurgono alla cronaca e alla storia reale di questi giorni.

L’oro di Baghdad

Il protagonista della vicenda ritorna quel David Faure che aveva già attraversato il primo romanzo di Forneris e che si era divincolato tra i nodi telematici e finanziari che avvolgono il pianeta, incappando casualmente negli occhi di una donna che aveva rimesso in moto la sua anima dopo un dolore profondo. Non tutto si era definitivamente chiuso e, come accade spesso nella vita, le cose non chiuse si ripresentano con una virulenza moltiplicata dal rimuginio dei giorni. Anima e materia, come sappiamo, si intrecciano in maniera indissolubile a formare la concretezza della vita e delle sue scelte e nulla sembra poter separare ciò che, nel profondo e nell’intangibile, le lega.

Faure, questa volta, si ritrova a dover attraversare il territorio più devastato del pianeta, lo spazio racchiuso tra la capitale irachena, la Sira e il Libano spedito in una missione che, come un piatto a più strati uscito da un forno fumante, nasconde diverse profondità, diverse griglie di lettura, diverse motivazioni del fare. Storie antiche, antichissime e modernissime, si intrecciano con le scelte umane e strategiche dei governanti di quelle terre. Tutte persone, spesso reali, raccontate come probabilmente sono (o erano) nella loro cruda realtà umana, prima che politica, militare o religiosa.

Nel romanzo appaiono, come in una sequela di piani sequenza, i luoghi che assumono, pagina dopo pagina, il sapore di cose conosciute, come “già viste”. Dettagli che tradiscono immagini rimaste impresse nella retina e nei neuroni, e che si stampano negli occhi di chi legge come se il nostro corpo, i nostri occhi, accompagnassero quel viaggio avventuroso e drammatico di David. Accanto a lui, stavolta, c’è una nuova compagna di avventura. Un’altra donna rispetto alla Susan del Nodo di Seta (il romanzo precedente di Forneris). Susan, però, non è dimenticata, né assente. C’è un filo dorato che lega queste due anime, un filo che può, apparentemente assottigliarsi, mai spezzarsi. Aveva scelto di stare lontano dalla donna che lo aveva “risvegliato” dopo la morte della moglie, certo, ma solo per proteggerla.

Jacqueline Chamoun, docente ad Harvard e analista per la CIA del Medio Oriente, non è però una comparsa. Ha salde radici in quelle terre e motivazioni anche personali per affrontare quell’avventura. Sa stare al “suo” posto, ma anche conquistarsene uno da protagonista, con lievità, determinazione e, in alcuni casi, con spietata risolutezza. Una donna che sa ciò che vorrebbe e sa costruirsi le condizioni al contorno necessarie perché ciò che desidera, alla fine, accada.

Nell’avventura compaiono, ed è questa una fortunata scelta di Forneris, personaggi delle cronache che impersonano loro stessi e svolgono parti non secondarie della trama. Nelle pagine del libro, si incontrano personaggi come Bashar al-Assad, Tarek Haziz, George Tenet, Paul Bremer, Maher al-Assad, Khaled al-Assad, Barzan Ibrahim al-Tikriti, Ahmed Chalabi, Samil Basaev, Abu Bakr al-Baghdadi e anche quel Qasem Soleimani, al centro delle ultime cronache per la sua uccisione, alle porte di Baghdad, da parte degli USA. Il romanzo colloca, attraverso una storia di fantasia, tutti i personaggi nella loro posizione reale, rendendo la storia il susseguirsi di fatti leggibili come in una sequela di notizie quotidiane. A tratti sembra di vedere i titoli dei giornali che, mascherando o addolcendo la realtà, raccontano degli avvenimenti del libro, mascherando le trame più profonde che il lettore ha davanti ai suoi occhi. È una scelta coraggiosa e che dona alle pagine un sapore diverso dal solito, un sapore quasi “fisico”, denso, avvolgente.

L’oro di Baghdad rimane a cavallo di strategie internazionali e geopolitiche con i destini delle persone e delle famiglie. L’intreccio è indelebile e riconoscibile. Gli interessi e i destini dei popoli, in realtà, spesso passano per la volontà di ricchezza o di tutela degli interessi dei propri familiari. Anche David Faure, in fondo, viene risucchiato dentro la scena per i conti in sospeso lasciati aperti dalla storia precedente. La chiusura de Il nodo di seta, infatti, sembrava aver congelato un punto di equilibrio la cui instabilità pesava sulla sua anima e su quella di Susan; la presenza, nella trama degli accadimenti, del mai dimenticato Cardinale dell’Opus Dei, Esteban Barrel, non poteva lasciarlo indifferente: forse i conti con il passato potevano essere saldati.

Ma l’oro, si sa, non ha confini e le tracce dei suoi percorsi ci fanno attraversare non solo il Mediterraneo, ma il cuore stesso dell’Europa. Dietro alle mille analisi, umane e informatiche, necessarie a interpretare il mondo contemporaneo, innervato dei bit che lo accompagnano ossessivamente, rimane la potenza informatica della NetSafe e del suo amico Aaron Singer. L’azienda israeliana di cui David Faure è socio dischiude, al nostro protagonista, le porte, informatiche o meno, che spesso pensiamo impenetrabili. Alla fine, sarà la stessa CIA a dover inseguire la strategia di David e, all’oro di Baghdad, si affiancheranno le vicende della spada di Salah al –Din, il condottiero curdo che divenne sultano d’Egitto, Siria, Yemen e Hijaz, fondando la dinastia degli Ayyubidi.

Sarà per la contaminazione, probabile, dovuta al contatto avuto con la spada, che David Faure, stavolta, deciderà di rischiare di progettare il suo futuro, scegliendo l’amore che lo accompagni per il resto della vita.

Dove sono finiti i fondi neri di Saddam? Il libro costruisce una storia di fantasia verosimile sulle trame che hanno avvolto il Medio Oriente negli ultimi decenni. Dall’Iraq alla Svizzera la ricerca dell’oro del regime, oscilla tra la volontà di andare a garantire le risorse per un riscatto politico-militare alla possibilità di garantire il futuro alle famiglie dell’establishment sconfitto dalla guerra. Ma far circolare oro non è semplice e ogni protagonista della storia pensa di poterlo utilizzare per la propria strategia di potere. Servizi segreti, apparati di sicurezza, futuri e vecchi terroristi, intrecciano le loro scelte, le loro tattiche, per realizzare il loro specifico obiettivo.

Marco Forneris, L’oro di Baghdad, prefazione di Alberto Negri, Sandro Teti Editore, 2019, Euro 16,00.

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Sergio Bellucci

Sergio Bellucci, giornalista e scrittore, dirigente politico e manager, ha scritto numerosi editoriali, articoli e saggi sui temi della comunicazione e della società dell'informazione. Membro del Comitato d'Onore dell'Osservatorio Internazionale sull'Audiovisivo e la Multimedialità (OIAM) della Fondazione Roberto Rossellini per l'Audiovisivo. È stato dipendente del gruppo Fininvest dal 1978 e fino al 1993, durante tale periodo ha svolto anche attività sindacale nella CGIL come membro della Segreteria Nazionale della FILIS. Dal 1995 al 2006 è stato responsabile nazionale della Comunicazione per il Partito della Rifondazione Comunista. Dal febbraio del 2013 è direttore del quotidiano Terra e nel 2014 è diventato Presidente della Free Hardware Foundation Nel libro E-work. Lavoro, rete e innovazione analizza l'impatto delle nuove tecnologie digitali sulla vita umana con una particolare attenzione al mondo del lavoro. Secondo le sue analisi, l'avvento del digitale comporterebbe una "nuova organizzazione scientifica del lavoro", definita "taylorismo digitale", attraverso un impiego distorto della rete. Nelle tesi di E-work si prospetta la nascita del "lavoro implicito", il lavoro effettuato obbligatoriamente, senza nessuna retribuzione e attraverso strumentazione a carico del lavoratore, che le piattaforme digitali stanno espandendo nel loro ciclo produttivo. Insieme a Marcello Cini ha scritto “Lo spettro del capitale. Per una critica dell'economia della conoscenza” analisi del cambiamento epocale del capitalismo avvenuto negli ultimi venti anni: il passaggio da un'economia materiale ad un'economia immateriale, che produce un bene intangibile e non mercificabile: la conoscenza.

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