L’uomo e la cometa: da qui all’infinito

Riflessioni sulla teoria evoluzionista di Darwin

L’esame di Stato, quello che un tempo era l’esame di maturità e che quest’anno è stato l’esame covid, si è concluso e i miei studenti del “diariodiunaquarantena” hanno salutato definitivamente il loro liceo.

Durante i colloqui, oggetto di riflessione è stato più di una volta la teoria evoluzionista  secondo la quale solo i più forti si adattano e sopravvivono. Sicuramente Darwin, attraverso una serrata logica scientifica, ci ha liberato da tante false credenze, pur tuttavia ci ha privato dell’affascinante illusione di pensarci materia plasmata da soffio divino. Non si vuole, con questo, negare, né avere la pretesa di confutare la tesi evoluzionista, ritengo, però, che non possa bastarci. Esiste nell’uomo una religiosità dell’anima che è sete di infinito, un anelito verso la virtù, la giustizia e la bellezza che non può non essere “divino”. Purtroppo falsi bagliori sembrano oggi spegnere questo anelito impedendoci di confrontarsi con l’infinito e di tendere ad esso.

Quello che preoccupa di più, oggi, è la evidente sproporzione tra la prosaicità dell’uomo “faber” e la profondità della sua anima, sproporzione che ha fatto smarrire il rapporto diretto tra l’io e l’infinito.

E così il nostro orizzonte è, nonostante tutto, infinitamente più ristretto rispetto a quello dell’uomo antico e dell’uomo cristiano.

Se il primo  poteva aver rapporti diretti con il divino e il mondo degli eroi e la sua forza più grande era la stupita creatività della sua fantasia che lo rendeva unico e quasi magico, l’uomo moderno può appena aver rapporti con la sua società globale non sufficientemente grande per soddisfare la sua inconscia sete di immenso e di eterno.

La conseguenza prima di questa piccolezza dell’uomo moderno è la sua impotenza a capire in maniera soddisfacente i suoi rapporti con il Tutto a cui  appartiene e, in ultima analisi, a riconoscersi, cosicché percepisce la sensazione della propria natura di “mezzo” e il senso di impossibilità di porsi come “fine” secondo la tesi Kantiana.

E’ per questo che la più recente teoria secondo cui la natura umana ha trovato la sua origine nel materiale stellare delle comete mi coinvolge molto perchè più che mai sembra restituirci il fascino e lo stupore della “contemplazione” . Essa ci ricorda che la misura umana è l’universale non il gigantesco in cui pur vive ma, soprattutto, ricorda all’uomo la sua superiore maestosità e bellezza, una bellezza che non incanta solo gli occhi ma sconvolge l’anima perché in essa scorge equilibrio, armonia e bene, inscindibile costellazione ternaria a cui nessun vero uomo  potrà rinunciare se non a costo di precipitare nel non senso.

In realtà è solo la consapevolezza di essere scintilla di infinito che spinge a creazioni eccelse e a guadagnare l’immortalità.

La perdita di tale coscienza è il pericolo più grande a cui  va incontro l’uomo contemporaneo oltre al sicuro smarrimento della propria  essenza e del proprio destino di grandezza.

A questo destino dobbiamo credere tutti e tanto più ci avvicineremo all’idea che in noi si nasconde qualcosa di vasto e universale tanto più la vita avrà fede nella verità, nel bello e nel bene, valori che appena tralucono oscuramente nel nostro mondo minacciato dalla perdita di significati.        

Dinanzi a questa minaccia che è la minaccia di una società tecnocratica troppo autoreferenziale, bisognerebbe comprendere che la vita è un bene da custodire e valorizzare per sé e per gli altri, è occasione di scoperta, è impegno di crescita, è fatica, è sacrificio, è opportunità straordinaria. Ciascuno dovrebbe agire affinché questa scintilla di infinito che ci caratterizza, non si spenga mai. In  altri termini, bisognerebbe recuperare almeno la speranza che non solo i “forti” possono adattarsi e salvarsi ma anche i migliori e che  sono le grandi concezioni religiose-filosofiche e le grandi concezioni politico-sociali a dare senso e valore alla vita e all’uomo

E se pur ammettiamo che l’uomo non è mai stato altro che un mezzo e che saggezza antica e Cristianesimo non sono state altro che inganni o illusioni questo non sarà un motivo per impedirci di credere che l’uomo possa finalmente essere un fine. Anzi, al contrario, sarà un incentivo a sperare che lo diventi ai nostri giorni per la prima volta forse proprio ammirando un cielo stellato e che ciascuno, come stella unica tra infinite stelle altrettanto uniche, contribuisca all’azzurra completezza del firmamento ed esplodendo in un personale Big Bang concorra alla formazione di nuovi pianeti e quindi ad un ordine superiore, capace di ricordare che la lotta per la sopravvivenza può essere vinta anche restando in pace con i propri vicini, in un reciproco conforto.

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Antonella Botti

Sono nata a Salerno il 3 Marzo del 1959 ma vivo da sempre a Sessa Cilento, un piccolo paese di circa 1300 anime del Parco Nazionale del Cilento. Ho studiato al Liceo classico “Parmenide” di Vallo della Lucania ed ho conseguito la laurea in Lettere moderne. Sono entrata nella scuola come vincitrice di concorso nel 1987, attualmente insegno Letteratura Italiana e Latino al Liceo Scientifico di Vallo della Lucania. Ho pubblicato due testi di storia locale: "La lapidazione di Santi Stefano" e "Viaggio del tempo nel sogno della memoria". Da qualche mese gestisco un blog, una sorta di necessità interiore che mi porta a reagire al pessimismo della ragione con l’ottimismo della volontà. I tempi sono difficili: non sono possibili "fughe immobili".

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