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Proviamo a metterci, oggi, nei panni di Enrico Letta

Dieci giorni nelle vaghezze o nelle scelte coraggiose.

Sono sicuro che Enrico Letta (legittimamente “vincitore”) ha sul tavolo la sintesi sulle percentuali di voto di M5S nelle città capoluogo che hanno votato. E’ vero che Roma è l’unico caso sopra il 10% (cioè l’11%) ed è anche vero che a Torino M5S è all’8%. Due città che escono da sindaci 5S con traino naturale anche di clientele o almeno di continuità relazionali.  

Per il resto – salvo Novara (5,3%) e Savona (6,4%) – tutto il resto, cioè 11 città distribuite in tutta Italia , è  abbondantemente sotto il 5%. In Lombardia Milano è al 2,7% e Varese (la città più degrillizzata d’Italia) è all’1,6%. 

Che interesse strategico ha dunque il PD a sollecitare una formale convergenza di voto ai ballottaggi con Cinquestelle? Tenendo conto che a Torino il candidato del centro-sinistra non sollecita il voto. E che Gualtieri per ora fa il pesce in barile, non smentendo solo quello che non è smentibile, cioè che lui è stato ministro dell’Economia con Conte premier.

In più per dare un appoggio ufficiale e trasparente cosa potrebbe chiedere in cambio Conte? Una cosa che ridurrebbe molto lo slancio “federatore” di Letta, cioè la richiesta di co-decidere (tenendo conto del residuo peso parlamentare dei Cinquestelle) la scelta del prossimo presidente della Repubblica.

Dunque, poco interessante sollecitare il voto, per certi versi umiliante assicurare patti alle presidenziali.

Insomma nel breve tempo che ci separa dal 17 ottobre Letta dovrebbe invece lanciare messaggi di lungo periodo sul tema della logica federativa. E, rispettando le novità del turno elettorale, dovrebbe lanciare il primo messaggio, senza veltronismi compensativi (“si ma anche…”),  a Carlo Calenda. Che nasce brillante ministro di governi a traino PD, che ha successo europarlamentare nelle fila del PD, che ha chiesto al PD di fargli fare la corsa da subito come candidato del CS (e in tal caso al Nazareno sanno che avrebbe vinto al primo turno) e che si richiama all’azionismo che non è merce ideologica del centrodestra.

In questa cornice c’è posto per una scommessa difficile e per una scommessa progettualmente affascinante.

Quella difficile è la possibilità che – al traino del voto romano – si riesca rapidamente a creare condizioni di proposta coordinata generale da parte di tutta l’area liberaldemocratica (che ha rapporti migliorati ma anche fragili e sospettosi). Ma che ha bisogno di tempo e stimoli per sciogliere nodi e crescere.

Quella brillante è di carattere inter-istituzionale. Cioè di creare delle condizioni fondate su un pluralismo ampio delle posizioni interne tanto al PD quanto al centrosinistra perché la filiera delle grandi città della dorsale strutturale italiana (Torino, Milano, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Salerno) – pur sapendo che Sala non è Manfredi e che Gualtieri non è Nardella, tanto per dire – costruiscono un patto di governo progressista. A quale fine? Quello di esprimere una inedita capacità di dialogare seriamente con lo Stato per la qualità della progettazione post PNRR e cioè togliendo l’attuale delega assoluta che il governo ha dato alle regioni per selezionare i progetti del Fondo di coesione e sviluppo. Un terreno in cui Milano potrebbe lavorare con molta utilità per l’intero paese.

Insomma un progetto di “multilevel governance” che presuppone un federatore non teorico o peggio ancora ideologico ma di economia applicata al territorio e possibilmente anche una economia in grado di fronteggiare opacità e oscurità che il “territorio” italiano profila, da sud a nord, quando parte da interessi oscuri, salta la complessità della rappresentanza urbana e si appoggia alla politica compiacente.

Il “messaggio federatore” insomma non può inseguire l’esperienza di fidanzamento tra il PD e Cinquestelle basato su vaghezze, emotività, populismi. Deve essere all’altezza di un dialogo serio con il sistema di impresa, con le università più qualificate, con la società civile e professionale. Insomma con ciò che il sistema urbano dell’Italia riuscirebbe ad esprimere se qualcuno si decidesse a investirvi senza continue contraddizioni.  

E’ un linguaggio che gli europeisti Letta e Calenda conoscono e potrebbero mettere al servizio di un re-indirizzamento in cui trova senso il negoziato per il Quirinale (in cui la pur ottima candidatura di Draghi ha bisogno di misurarsi con un comittment politico all’altezza di quel ruolo) e con la preparazione delle elezioni politiche.  Il resto è un film già visto, una minestra riscaldata in un sistema allusivo. In cui la politica è sostituita dagli abbracci (come quello di Conte a Manfredi per far vedere che si è politicamente vivi) e in cui il rapporto pubblico-privato (bastione del progressismo europeo) torna a tradursi nelle vocazioni assistenziali.

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Stefano Rolando

Stefano Rolando è nato a Milano nel 1948, dove si è laureato in Scienze Politiche e specializzato alla Scuola di direzione aziendale della Bocconi. Tra vita e lavoro si è da sempre articolato tra Milano e Roma. E' professore universitario, di ruolo dal 2001 all’Università IULM di Milano dopo essere stato dirigente alla Rai e all'Olivetti; direttore generale dell'Istituto Luce, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Consiglio Regionale della Lombardia. Insegna Comunicazione pubblica e politica e Public Branding. Ha scritto molti libri sia su media e comunicazione che di storia, politica e questioni identitarie. Da giovanissimo è stato segretario dei giovani repubblicani a Milano, poi ha partecipato al nuovo corso socialista tra anni settanta e ottanta. Poi a lungo non appartenente. Più di recente ha lavorato sul civismo progressista (Milano e Lombardia) e su un progetto politico post-azionista in relazione al quale è parte della direzione nazionale di Più Europa.

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