Sia permesso un colpo di tosse

Comunicazione istituzionale. Il presidente Draghi non ha più parlato agli italiani dal 17 febbraio.

Mercoledì 17 febbraio il presidente del Consiglio Mario Draghi parla in Senato, in forma memorabile, per avviare il confronto con la fiducia dei parlamentari e per farsi altresì ascoltare – in diretta – dagli italiani. “Questo è lo spirito repubblicano –  dice –  di un governo che nasce in una situazione d’emergenza raccogliendo l’alta indicazione del capo dello Stato”.  E aggiunge, nelle ultime parole: “Oggi l’unità non è un’opzione, l’unità è un dovere. Ma è un dovere guidato da ciò che, sono certo, ci unisce tutti: l’amore per l’Italia”.

Si potrebbe sostenere che lo spirito repubblicano non sia solo da intendere come l’appello a questa convergenza delle diversità per far fronte a mali maggiori. Ma che sia anche il ritorno – o comunque la conversione – di uno stile di governo più sobrio, più severo, meno annunciante, meno coreografico e, per dirla tutta, anche meno comunicativo.

Non che il presidente Conte si sbracciasse in una invadente retorica peronista. A suo modo ha avuto una certa sobrietà. Sia pur accudita da un’idea della comunicazione istituzionale – coltivata nel palazzo ormai negli anni – vistosamente attenta alla visibilità, alla televisionalità, alla seduttività. Pochette comprese.

E accompagnata da inverosimili balconate di ministri e, soprattutto nel governo precedente, da un vero e proprio arrembaggio perentorio, annunciatorio, proclamatorio.

L’inversione di tendenza non si poneva dunque solo come una questione di carattere personale. Ma come la traduzione simbolica di un paradigma dei governi dei tempi difficili. Che già Carlo Azeglio Ciampi – fonte di ispirazione per lo stesso Draghi – aveva chiamato negli anni ’90 “Repubblica come res severa”.

Una parte del plauso e del consenso, che la demoscopia italiana ha misurato subito a cifre altissime, conteneva questa percezione di un cambiamento al tempo stesso utile e necessario.

Sono passate quasi due settimane da quelle parole entrate nelle case degli italiani e la voce del presidente Draghi è tuttavia uscita dai radar degli italiani stessi.

Nella città del presidente Ciampi, Livorno, un vecchio motto dice “nulla è un po’ pochino”.

Lungi da critiche su questioni che richiedevano un segnale chiaro e anche un po’ prolungato per risultare emblematiche. E tuttavia è venuto il momento per un colpo di tosse.

Un colpo di tosse giustificato dal persistere della pandemia. Dal mantenersi vive le inquietudini di indirizzo attorno a manovre che non contengono solo componenti di nomina ma anche di efficacia sociale (come le vaccinazioni). Per non parlare del chiarimento sull’impostazione progettuale del Recovery Plan e del chiarimento sul quadro relazionale in particolare con l’Europa in una fase in cui anche la meritoria e meritevole Europa segnala alcuni svarioni di comportamento.

La pandemia ha fatto emergere a più riprese – lo abbiamo scritto in queste pagine e anche in libri di analisi – una domanda di “più istituzione” da intendersi anche come “più spiegazione” e “più accompagnamento”. Ben inteso, in una chiave di servizio e non di propaganda. Un modo di modellare in modo semplice ed efficace la comunicazione scientifica, un po’ troppo lasciata al trattamento giornalistico di “virologi” preziosi ma anche un po’ litigiosi. E di trattare la comunicazione economica lasciata per mesi ad esprimere lo slalom tra le lobbies e poco capace di spiegare ai cittadini vincoli e opportunità non di un breve passaggio ma di una grande e lunga trasformazione. A cominciare da questi temi (molti altri temi fanno la fila alle spalle) la ripresa di una seria comunicazione istituzionale rigenerata programmaticamente e nei punti cruciali – cosa inevitabile – incardinata nella parola del premier, è ora questione di doverosa segnalazione.

Resta metodologicamente forte e convincente la secca spiegazione data dallo stesso presidente Draghi a primi colpi di tosse non ricordo dove maturati (“si comunica ciò che si fa non ciò che si intende fare; non abbiamo ancora fatto niente e quindi nessuna comunicazione”). E tuttavia democrazia e controllo sociale richiedono anche una austera, pedagogica e misurata “spiegazione” attorno a obiettivi concreti e indirizzi poi misurabili. Soprattutto in questa fase storica una parola compresa non come retorica promozionale ma come messaggio sociale intrinseco nella funzione istituzionale stessa. Quella che per esempio gli italiani hanno colto nella morte di un ambasciatore e di un carabiniere che non hanno fatto discorsi, agendo per obiettivi sociali e umanitari. Il presidente Draghi ha grandi risorse morali e culturali per trovare i modi di svolgere – nella cornice di una politica di comunicazione istituzionale complessivamente riguardata – questa forma di servizio nel modo sicuramente più consono alla sua filosofia di governo e anche alle attese della gente.

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Stefano Rolando

Stefano Rolando è nato a Milano nel 1948, dove si è laureato in Scienze Politiche e specializzato alla Scuola di direzione aziendale della Bocconi. Tra vita e lavoro si è da sempre articolato tra Milano e Roma. E' professore universitario, di ruolo dal 2001 all’Università IULM di Milano dopo essere stato dirigente alla Rai e all'Olivetti; direttore generale dell'Istituto Luce, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Consiglio Regionale della Lombardia. Insegna Comunicazione pubblica e politica e Public Branding. Ha scritto molti libri sia su media e comunicazione che di storia, politica e questioni identitarie. Da giovanissimo è stato segretario dei giovani repubblicani a Milano, poi ha partecipato al nuovo corso socialista tra anni settanta e ottanta. Poi a lungo non appartenente. Più di recente ha lavorato sul civismo progressista (Milano e Lombardia) e su un progetto politico post-azionista in relazione al quale è parte della direzione nazionale di Più Europa.

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