Sulla sanità in Calabria “spettacolo” televisivo tra Merola e Pirandello

Io non ho istintiva simpatia per Massimo Gilletti e il suo modo di far protagonismo giornalistico (io ho visto, io ho detto, io ho mandato, io ho voluto…) appartiene alla linea Gianfranco Funari non alla linea Sergio Zavoli, Arrigo Levi o Alberto Ronchey, che hanno segnato – su qualunque forma di media – il prototipo del giornalismo italiano di qualità.  Così che anche ieri sera, di fronte all’avviamento di tutta la seconda parte di “Non è l’Arena”, dedicata al caso della sanità in Calabria, per una buona oretta ho sofferto il suo modo intrusivo e vagamente da piazzista di trattare la materia. Ma volevo comunque vedere il programma perché seguo il tema da quando – per specifiche mansioni – andai a Locri per capire meglio il contesto dell’assassinio il 18 ottobre 2005 del vicepresidente del Consiglio regionale calabrese Francesco Fortugno reo agli occhi della connessione sistema ospedaliero-ndrangheta di avere detto “in questa legislatura dovremo mettere mano alla sanità in Calabria”.

Alla fine di un vero e proprio teatro delle anime in pena ho dovuto ammettere che l’unico copione possibile per quel soggetto e quegli attori poteva essere proprio questa forma di spettacolo da strada.

Uno è certamente un attore pirandelliano: il commissario straordinario della sanità regionale, generale dei carabinieri Saverio Cotticelli (69 anni), nominato dal governo Conte I su proposta dell’ex ministra della Salute Giulia Grillo (M5S) e poi riconfermato dal governo Conte II con il ministro della Salute Roberto Speranza e dimessosi dopo l’intervista di Rai3 (“Titolo V”) che lo mostrava ignaro delle sue stesse funzioni e quindi per prevenire l’annunciata dimissione forzata da parte del Presidente del Consiglio Conte. Entra in scena pirandellianamente avendo preparato praticamente una sola battuta, quella in cui dice che il commissario intervistato dal TG3 è “un’altra persona” rispetto a quella che parla ora e che la sua famiglia conosce. Qualcuno ha ricordato le parole del poeta polacco Stanisław Jerzy Lec: “A volte è solo uscendo di scena che si può capire quale ruolo si è svolto”.

L’altro è certamente un attore wertmulleriano: Giuseppe Zuccatelli (76 anni), il nuovo commissario straordinario nominato dal ministro Speranza per limitare i danni nei confronti della smarrita opinione pubblica calabrese con l’aureola che lo stesso ministro Speranza gli disegna rispondendo ai giornalisti: “un trentennale curriculum inattaccabile”. Invece con una foga alla Mimì metallurgico Zuccatelli appare di nuovo in un video con attitudini quasi negazioniste, ovvero sull’inutilità sostanziale delle mascherine, costringendo persino i compagni di partito di Speranza (ovvero l’on. Fratoianni) a deplorare la scelta.

Il terzo è certamente un attore meroliano: il giornalista calabrese Lino Polimeni (Articolo 21) che, occhi strabuzzati e voce a mitraglia, giustifica il suo immenso sdegno (che probabilmente contiene elementi di realtà e di ragione) per il fatto che il generale Cotticelli non gli ha risposto al telefono per mesi e nell’acme della foga vorrebbe fornire la prova dando a voce in tv – abc dell’etica giornalistica, eh! – il numero del cellulare dello stesso generale.

Il quarto è un attore abusivo, cioè il sindaco di Napoli Luigi De Magistris che viene traghettato da Gilletti dalla prima parte del programma (sul diverbio Lombardia / Campania, su cui ha titolo) per dire la sua anche sulla seconda parte (la sanità in Calabria) su cui non ha più titolo. Ma in realtà Gilletti lo trasforma (grazie al suo passato di magistrato in Calabria) per avere la sponda di un improvvisato giudice attorno all’infuriato dialogo tra il giornalista meroliano e il generale pirandelliano. Il quale, non trovando più copione, dopo l’evidenza del suo smarrimento, accetta l’intimazione del Polimeni di chiedere scusa e su questo – rivendicando la sua buona fede e l’enorme e inutile lavoro svolto – saluta e se ne va. De Magistris cerca di evitare la parte assegnata ma – anziché invocare un improvviso salvifico impegno – si accomoda su qualche argomento di buon senso, consigliando il generale ad andare in Procura per dire quel che sa. Insieme alle scuse il generale accetta anche questo consiglio. Incredibile finale per un carabiniere che una cosa del genere non dovrebbe farsela dire per averla in verità già fatta.

Non saremmo qui a ricamare su questa vicenda complessivamente grottesca se essa non fosse il manto nebbioso di una vicenda sottostante drammatica: la condizione della sanità calabrese, le sprovvedutezze dei governi in ordine al tentativo di fronteggiare affarismo e delinquenza (in un brandello del programma si sente ricordare che la morsa in Calabria avviene ad opera dell’ndrangheta  e di cosiddette “massonerie deviate”) che attanagliano non solo l’economia sanitaria ma anche integralmente il mercato del lavoro della salute nel territorio, portantino per portantino, primario per primario.

Così Gilletti riesce a creare le condizioni di una rappresentazione che un programma condotto “per bene” forse non avrebbe messo in pari evidenza. Di ciò gli va dato atto. Ma ricordando a noi stessi che il giornalismo di rivelazione e di denuncia deva trovare (almeno nelle componenti editoriali di una rete televisiva) il suo reale equilibrio con un giornalismo di analisi, di interpretazione e di emersione delle soluzioni. Senza la cui componenti si abituano gli italiani a tenere dissociata la realtà, tra come la si racconta e come la si governa.

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Stefano Rolando

Stefano Rolando è nato a Milano nel 1948, dove si è laureato in Scienze Politiche e specializzato alla Scuola di direzione aziendale della Bocconi. Tra vita e lavoro si è da sempre articolato tra Milano e Roma. E' professore universitario, di ruolo dal 2001 all’Università IULM di Milano dopo essere stato dirigente alla Rai e all'Olivetti; direttore generale dell'Istituto Luce, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Consiglio Regionale della Lombardia. Insegna Comunicazione pubblica e politica e Public Branding. Ha scritto molti libri sia su media e comunicazione che di storia, politica e questioni identitarie. Da giovanissimo è stato segretario dei giovani repubblicani a Milano, poi ha partecipato al nuovo corso socialista tra anni settanta e ottanta. Poi a lungo non appartenente. Più di recente ha lavorato sul civismo progressista (Milano e Lombardia) e su un progetto politico post-azionista in relazione al quale è parte della direzione nazionale di Più Europa.

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