Comunicazione e coronavirus. Nuovi toni e vecchi galli da combattimento

Il dibattito pubblico è come un sismografo. Se è senza impennate, se i toni si attutiscono, se la polemica si contiene, la curva è come quella delle corse in pianura. Non è questo l’ingrediente favorito del sistema dei media, ovviamente. Sistema che, da quando l’orafo di Magonza Johannes Gensfleisch della corte di Gutenberg, lavorando il metallo al conio, quindi stampando monete, trasferì la sua metodica a 290 tipi di caratteri producendo il primo esemplare stampato della Bibbia, ne ha inventate di ogni per alzare ogni giorno quella curva al fine di selezionare di più le notizie e incuriosire di più i lettori.

Eppure, ci sono momenti della vita collettiva in cui l’impennata della curva ci pensa già il destino a produrla.

E a volte in modo così tumultuoso da obbligare le voci in campo a scendere di intensità, a pacificarsi, a ingentilirsi. Proprio per distinguersi, per smarcarsi al contrario, per rendersi accessibili.

La regola ribaltata

David Sassoli

Nelle tre settimane della crisi planetaria scatenata da Codiv-19 c’è chi ha colto questo ribaltamento di una regola aurea e ha costruito la banda dei commenti nella fascia bassa degli schermi (quelli acustici, quelli telefonici, quelli radiofonici, quelli televisivi e quelli della carta stampata).

Stiamo rapidamente (non tutti ovviamente) adattando i nostri lay-out a questa regola di convivenza tra l’urlo dei fatti e la pacatezza dei commenti. Forse anche per uniformarci alla mestizia del momento. Ma soprattutto per mettere in pratica nella comunicazione il principio generale della convivenza con il cataclisma. Vale per la resilienza sulle questioni ambientali. Vale per la metabolizzazione delle sofferenze. Vale per la “comunicabilità” del tentativo di spiegare, narrare, comprendere, combattere il fronteggiamento di un nemico invisibile, sconosciuto, assassino. Un nemico che non si sa per quanto tempo terrà ancora banco nella prima pagina dei media e nelle iscrizioni quotidiane delle necrologie.

Finisce qui, si conceda l’eccesso, la “cornice teorica” ad alcuni fatterelli di questi giorni, uno dei quali il direttore di questo giornale mi chiede di replicare dalle colonne “istantanee” della mia pagina di Facebook.

Sarebbe stato possibile precedere questo “copia e incolla” con i tanti casi in cui politica e media hanno osservato questa regola del ribaltamento, contribuendo a stare in sintonia con i ragazzi che cantano compostamente dai balconi, con i medici che non strepitano dicendo cose che andrebbero gridate, con i famigliari dei malati che rendono ai microfoni dei cronisti mestissime dichiarazioni.

Se l’Italia sta guadagnandosi stima e apprezzamento internazionale dopo giorni di sciacallaggio e delegittimazione è grazie alla forza delle misure assunte e grazie allo stile collettivo per adempiere.

Ci ricorda il presidente del Parlamento europeo, nostro amico e collega di un tempo, David Sassoli, che la battaglia è per la salute, ma anche per la democrazia. Per questo il “ribaltamento della regola” deve tener conto anche dell’impossibilità di ridurre tutto a pensiero unico. E in questo ci stanno i confronti aperti: tra scienziati che devono discutere, tra istituzioni che devono tener conto di diverse istanze rappresentate, tra soggetti del sistema economico e produttivo che pongono la difesa del lavoro insieme a quella della salute. Tra soggetti politici che devono affinare analisi e proposte.

Anche questa beve riflessione deve fare da cornice al “copia e incolla” di un episodio che suona diverso, che suona inerziale rispetto ai cambiamenti, che suona come qualcosa da correggere. Perché correggere ritardi e distonia adesso si può e si deve fare.

Tutto ciò premesso sono più sereno nel “copiare e incollare” due post dedicati (esemplificativamente, perché altri ve ne sono di questo tenore) a quella che pare una contraffazione del “fare comunicazione senza polemica”.

I galli da combattimento

(da Facebook del 15 marzo 2020)

Meloni e Giletti
  1. I politici di professione (pur se non tutti) hanno una tale adesione alla loro retorica – l’unico vero prodotto di cui sono specialisti – che quando il contesto li obbliga alla ”prudenza”, cioè a rinunciare alla foga polemica, la mascheratina dura pochi secondi. Guardo ora il programma di Giletti “Non è l’Arena”, che proprio per questa ragione il più delle volte non mi piace. Il conduttore sente i medici che dicono: basta polemiche, messaggi univoci, badare alle necessità. Sposa la tesi ma poi sotto sotto spera che il politico di turno rimetta in piedi il ring di pugilato. Così magari lui stesso si guadagna la patente di “italiano di buon senso”. E se gli arriva in campo (per averla lui stesso invitata) una come Giorgia Meloni, in cinque minuti il gioco è fatto. Lei si fa piccina, rallenta la foga, fa gesti di modestia. Poi dice la fatidica frase “sia chiaro che non voglio fare polemiche…”. E questo è il segnale dello scatenamento. Che Giletti si guarda bene dal contenere. Una sequela di conti aperti con mezzo mondo, lei che le aveva viste giuste e gli altri che hanno sbagliato. Crescendo rossiniano. Quando tutta l’artiglieria è arrivata nelle case dei telespettatori, a quel punto il conduttore ricorda che il tempo a disposizione è esaurito e passa ai saluti. Ma che televisione è questa? Che ceto politico della lotta all’epidemia è questo? Abbiamo lasciato alle spalle il ciclo della politica guidata dai galli da combattimento. A cui gli italiani rancorosi avevano dato ampio consenso. Comincia ad essere evidente che Coronavirus sta mandando in soffitta quel ciclo. Che politica e media avvertano per tempo la formazione di questa ritornata domanda.
  2. Dopo l’intervallo per la pubblicità (dove –  altra insensatezza di sistema – troviamo che c’è chi ha bisogno di tornare a parlare con Dio, ma qui non è per levare al cielo un grido di dolore, ma per avere conferma di quanto sia buona la produzione di divani e sofà!) ecco la coazione a ripetere. Via la Meloni, chi invita Giletti? Renzi. Che fiuta ormai il clima e dice: bocca chiusa dall’inizio della crisi. Nel senso di non far polemiche. E allora che ti ho invitato a fare, sembra dire Giletti. E alla fine lo sbilancia. E anche lui finisce per passare al tono tribunizio. Il mio governo, gli altri, io, la gente…Ora è evidente che un politico non deve essere l’interlocutore del medico che chiede le mascherine domani mattina. In qualunque paese europeo serio l’interlocutore è il direttore generale da cui dipende quella prestazione. Se vuoi un politico in studio è per sapere come cambiano regole e indirizzi. Ma questa confusione tra istituzioni e politica non è una mancanza di cognizione. E’ che la televisione costruita per i galli da combattimento non ne vuole nemmeno sapere di produrre informazioni utili quando può continuare a produrre brividi e fremiti. A quel punto del programma, ho ritenuto meglio spegnere. Almeno per essere ascoltato da Auditel.
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Stefano Rolando

Stefano Rolando è nato a Milano nel 1948, dove si è laureato in Scienze Politiche e specializzato alla Scuola di direzione aziendale della Bocconi. Tra vita e lavoro si è da sempre articolato tra Milano e Roma. E' professore universitario, di ruolo dal 2001 all’Università IULM di Milano dopo essere stato dirigente alla Rai e all'Olivetti; direttore generale dell'Istituto Luce, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Consiglio Regionale della Lombardia. Insegna Comunicazione pubblica e politica e Public Branding. Ha scritto molti libri sia su media e comunicazione che di storia, politica e questioni identitarie. Da giovanissimo è stato segretario dei giovani repubblicani a Milano, poi ha partecipato al nuovo corso socialista tra anni settanta e ottanta. Poi a lungo non appartenente. Più di recente ha lavorato sul civismo progressista (Milano e Lombardia) e su un progetto politico post-azionista in relazione al quale è parte della direzione nazionale di Più Europa.

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