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Coronabond, Europa, Germania: fine di una illusione?

La proposta italiana di emettere titoli di credito garantiti dall’Ue per fare fronte alle difficoltà economiche dei paesi Europei colpiti dal virus (principalmente Italia, Spagna, Francia) ha avuto subito l’ostilità dei paesi del nord Europa che si sono accodati alla Germania nel bloccare, almeno per ora, l’iniziativa in proposito: tutto il resto, compreso l’eventuale ricorso alternativo al Meccanismo di Stabilità Europea (MES) sono cortine fumogene per dissimulare la dura realtà di una UE in profonda crisi.

E’ anzitutto da chiarire che il MES ha un fondo di 750 miliardi di €, di cui già 106 già utilizzati per concedere prestiti ad alcuni paesi (Portogallo, Cipro, Spagna): anche se fossero utilizzate tutte le capacità residue i prestiti da concedere sarebbero comunque insufficienti per far fronte alle esigenze di tutti i paesi colpiti dalla pandemia.

E’ da ricordare (ed è questo il punto più controverso) che al momento della concessione del prestito il MES può imporre allo stato debitore l’adozione di drastiche misure finanziarie, tra cui la “ristrutturazione” del suo debito pubblico, il che significa in pratica diminuire la somma dovuta ai risparmiatori al momento del rimborso dei titoli di Stato in loro possesso: ne conseguirebbe quasi certamente il dissesto delle banche di quel paese detentrici di una parte consistente dei titoli stessi.

E’ in discussione la modifica del trattato che dovrebbe avere rigore dal 2022 ed alla quale l’Italia si è finora opposta, senza molto successo, che rende ancora più stringente l’adozione di quella misura. E’ ben comprensibile dunque la resistenza italiana a chiedere un prestito al fondo salvastati per superare le difficoltà economiche della pandemia, anche se all’epoca in cui l’accordo istitutivo del fondo (governo Monti) fu ratificato dal Parlamento nella convinzione che esso sarebbe stato uno strumento utile per accedere ad un prestito del fondo stesso che consentisse all’Italia di uscire dalle difficoltà finanziarie in cui in quel momento versava. L’errore fu quello di ritenere che un prestito eventuale del MES sarebbe avvenuto a condizioni non troppo penalizzanti per il nostro paese, tralasciando dal considerare che esso è il secondo paese manifatturiero d’Europa, dietro la Germania, e che per questo la Germania avrebbe reso più ad una resa dei conti che ad ostentare una generosa amicizia. E’ da ricordare tra l’altro che il governo tedesco firmò il trattato solo dopo che la Corte Costituzionale aveva dato il via a quella firma chiarendo però che l’impegno della Germania non poteva superare i 190 miliardi di euro senza una specifica autorizzazione del parlamento tedesco: la Germania ostentava in questo modo chiaramente la sua volontà di non concedere spazio finanziario ai paesi europei che si trovassero in difficoltà, evidentemente vedendo nel fatto una circostanza valida a garantire la primazia tedesca dell’Unione Europea.

Ritenere che in questa situazione l’Italia possa anche solo ipotizzare il ricorso ad un prestito del fondo per uscire dalla crisi è una mera illusione, sia per le conseguenze che ne deriverebbero, sia in quanto la somma ritenuta necessaria dai paesi europei per uscire dalla crisi supera i 500 miliardi, lasciando al fondo, dinanzi ad una eventuale richiesta di prestiti, pochissimo spazio di manovra residua, in sostanziale contrasto con le finalità di intervento rapido e temporaneo oltrechè limitato per il quale fu istituito.

Ciò spiega l’iniziativa italiana a favore di titoli di credito per complessivi 500 miliardi di euro garantiti dall’UE ed utilizzabili dai paesi colpiti dal virus per uscire dalle difficoltà derivanti dalla pandemia. Il Presidente della Repubblica Mattarella, nel messaggio agli italiani del 27 marzo, ha chiaramente affermato che rifiutare questa soluzione o soluzioni analoghe significa condizionare molto pesantemente la permanenza in vita di una Unione Europea per la constatata assenza di una autentica solidarietà tra i paesi che ne fanno parte in questa situazione di emergenza.

La Germania ed i paesi del nord europa che seguono la strada del rifiuto di un coinvolgimento europeo nella garanzia dei titoli da emettere seguono una strada molto pericolosa: sono proprio certi che le loro scelte siano quelle giuste e che la eventuale dissoluzione dell’Unione Europea giocherà a loro vantaggio?

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Mario Pacelli

Mario Pacelli è docente di Diritto pubblico nell'Università di Roma La Sapienza, per lunghi anni funzionario della Camera dei deputati. Ha scritto numerosi studi di storia parlamentare, tra cui Le radici di Montecitorio (1984), Bella gente (1992), Interno Montecitorio (2000), Il colle più alto (2017). Collabora con il «Corriere della Sera» e «Il Messaggero».

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