Agostino Depretis e la “politica del camaleonte”

Depretis e la politica del camaleonte, ovvero come governare senza una maggioranza precostituita.

“Irto, spettral vinattier di Stradella” che a Montecitorio dispensa “celie allobroghe e ambagi”: così Giosuè Carducci definì sprezzantemente Agostino Depretis, un uomo che aveva compiuto un complesso cammino politico, da mazziniano e affiliato alla “Giovine Italia” a Presidente del Consiglio dei Ministri, schierato con il re anche contro i suoi antichi compagni di sette e cospirazioni.

Al di là della sua linea politica, Depretis, primo Presidente del Consiglio della Sinistra (1876) dopo il crollo politico e parlamentare della Destra storica che aveva costituito la classe politica dirigente durante il periodo della unificazione nazionale, Depretis costruì in realtà la “terza Italia”, quella post-unitaria con una classe politica che, con i suoi pregi e i suoi difetti, anticipò per molti versi quella che gli succedette nella direzione del Paese.

Chi era Agostino Depretis?

Nacque in una famiglia di modesta agiatezza il 31 gennaio 1813 a Mezzana Corti (oggi Bressana Bottarone), allora frazione del comune di Cava Manara, in provincia di Pavia. Fu mandato a studiare nel capoluogo e, dopo gli studi liceali, si iscrisse alla facoltà di legge dell’Università pavese, dove molti studenti e professori, tra cui lo stesso vice rettore del Collegio Ghislieri, erano affiliati alla “Giovine Italia”.

Fu in quel periodo che il giovane studente diventò mazziniano e, come sembrerebbe dalle lettere che Mazzini gli invierà tra il 1851 e il 1855, con ogni probabilità aderì alla “Giovine Italia”.

La morte del padre costrinse il giovane, che aveva iniziato la professione di avvocato, a prenderne il posto quale amministratore di una famiglia lombarda, i Gazzanica Arnoboldi, con vaste proprietà in provincia di Pavia.

Nel 1842 Depretis si trasferì a Stradella, il paese al quale restò radicato fino alla fine e si iscrisse all’Associazione agraria, di cui facevano parte anche esponenti democratici piemontesi come Giovanni Lanza, convinti che le riforme politiche dovessero iniziare dallo sviluppo dell’agricoltura, unica risorsa economica in un Paese dove il processo di industrializzazione non era ancora iniziato.

Definito (1852) da Mazzini uomo “non caldissimo per l’azione”, Depretis abbandonò presto la propensione per la rivoluzione e la repubblica auspicata da Mazzini e si schierò a favore di una monarchia costituzionale che a suo parere meglio avrebbe garantito il raggiungimento dell’unità nazionale.

Nel 1844 fu nominato consigliere comunale di Stradella e nel 1848 eletto alla stessa carica nelle prime elezioni politiche che si svolsero nel Regno di Sardegna. Nel 1850 fondò a Torino “Il progresso” e fu tra i fondatori de “Il diritto”.

A capo del movimento per la liberazione di Voghera, nel 1852 fu eletto deputato al Parlamento subalpino e nell’aula di Palazzo Carignano andò a sedersi all’estrema sinistra, da dove intervenne più volte contro il Governo, spesso polemico con Cavour e sempre invitando la maggioranza parlamentare al rispetto dello Statuto, unico modo, a suo avviso, di creare difficoltà ad una maggioranza poco incline al dialogo con la Sinistra.

Nel 1849 chiese al Governo di riprendere la guerra di indipendenza: il suo prestigio alla Camera dei deputati andò crescendo ed il 10 marzo ne fu eletto Vice — Presidente, che era la massima carica parlamentare a cui potesse aspirare un deputato dell’opposizione: restò vicepresidente nella III, IV e IX legislatura del regno.

Con il giornale “Il progresso” cercò di tenere insieme mazziniani e dissidenti, sbiadendo i toni della polemica in nome della comune fede democratica e anticipando così in qualche modo la sua linea politica di quando diverrà Presidente del Consiglio.

Depretis e l’avvicinamento alla monarchia

Nel 1851 sembrò voler ritornare sui suoi passi: partecipò ad un progetto di alcuni patrioti, tra cui Bixio, mai giunto alla fase attuativa, di rapimento dell’imperatore austriaco, diffuse le cartelle del prestito nazionale lanciato da Mazzini per finanziare l’insurrezione in Lombardia e custodì in una sua proprietà parte delle armi predisposte per i moti di Milano del 6 febbraio 1853.

Il loro fallimento segnò il definitivo distacco di Depretis dalla lotta armata ed il suo avvicinamento alla monarchia sabauda, anche se restò critico nei confronti di Cavour e della sua politica, in particolare a proposito dell’invio di truppe piemontesi in Crimea (1855).

Dopo l’annessione della Lombardia al Regno di Sardegna fu nominato governatore della provincia di Brescia (1859) e l’anno successivo inviato in Sicilia per cercare di realizzare un accordo con Garibaldi a proposito della immediata annessione dell’isola del Regno di Sardegna senza attendere, come voleva Garibaldi stesso, la presa di Roma.

Depretis non riuscì nel suo tentativo: fu nominato dittatore pro-tempore della Sicilia, ma si dimise presto dall’incarico (2 settembre 1860) anche per il malcontento provocato dalla sua azione diretta a dare attuazione alle direttive di Cavour (promulgazione dello Statuto Albertino quale legge fondamentale in Sicilia, estensione all’isola della legge piemontese sull’ordinamento comunale e provinciale, provvedimenti sulla leva, dalla quale, per antico privilegio, i giovani siciliani erano esentati) ed a ristabilire l’ordine pubblico.

Entrò in contrasto con Francesco Crispi che era ministro degli interni e delle finanze del governo della dittatura siciliana: nello scontro politico che ne seguì fu sconfitto. La sua decisione sullo svolgimento dei plebisciti quando erano ancora in corso le operazioni militari fu annullata da Garibaldi su sollecitazione di Crispi.

Depretis e la politica del camaleonte: governare senza una maggioranza precostituita

Depretis tornò a Torino cercando di fare da mediatore tra moderati e rivoluzionari e nel 1862 divenne Ministro dei lavori pubblici nel primo Governo presieduto da Rattazzi, quello che invierà l’esercito a bloccare ad Aspromonte Garibaldi che con i suoi volontari stava risalendo l’Italia per occupare Roma e porre fine allo Stato pontificio.

Ne conseguì un serrato attacco della Sinistra storica a Depretis, accusato di essere un traditore e un rinnegato per aver avallato il comportamento del Governo di cui faceva parte contro Garibaldi.

La risposta di Depretis, che pure aveva cercato di fare da mediatore tra Rattazzi e lo stesso Garibaldi fu molto semplice: “Le idee si maturano coi fatti e come la scienza progredisce ed il mondo cammina anche i partiti si trasformano” (1 dicembre 1862). Significava in pratica ritenere possibile governare senza una maggioranza precostituita, al di là degli schieramenti dei partiti politici, fidando sul “trasformismo“, cioè in una realtà politica in continuo divenire in cui gli uomini, così come i partiti, potevano trasformarsi e passare al fronte opposto.

Ministro della Marina nel 1866, quando l’Italia, nella II guerra d’indipendenza, subì una dura sconfitta nella battaglia navale di Lissa, riuscì a scrollare da sé l’accusa di aver mantenuto al comando della flotta l’ammiraglio Persano, della cui nomina fece carico ai suoi predecessori.

Il 17 febbraio 1867 lasciò comunque l’incarico di ministro della marina per assumere quello di Ministro delle finanze, ma il 9 aprile tutto il Governo presieduto da Minghetti, ormai privo della maggioranza parlamentare in seguito alla decisione di imporre una tassa sul grano macinato, fu costretto alle dimissioni.

Il 10 ottobre 1875 a Stradella Depretis, che alla morte di Rattazzi era divenuto il capo della Sinistra, tenne il suo più celebre discorso, in cui enunciò il programma della Sinistra storica che poneva la sua candidatura alla guida dell’Italia unita: istruzione obbligatoria, politica anticlericale, riforma elettorale, abolizione della tassa sul macinato e maggiori autonomie comunali ne erano i punti più qualificanti.

Depretis Presidente del Consiglio

I risultati delle elezioni furono favorevoli alla Sinistra: il 23 marzo 1876 nacque il primo governo presieduto da Depretis, che assunse anche l’incarico di Ministro dell’interno.

Salvo due brevi interruzioni (Governi Cairoli, 1878 e 1879) resterà Presidente del Consiglio per ben undici anni, fino al 1887, compiendo una serie di operazioni politiche che mettevano in atto i propositi espressi nell’ormai lontano 1862.

In un gioco politico che lo vedeva alla continua ricerca di nuove maggioranze parlamentari, estromise dal Governo gli esponenti della sinistra come Zanardelli e Beccarini e nominò ministri uomini di destra, come Ricotti e De Robilant.

Perse in tal modo sostenitori nella Sinistra storica (Zanardelli, Crispi, Cairoli, Baccarini e Nicotera costituirono una corrente di opposizione, detta “Pentarchia”) mentre al centro si formò un blocco liberale che comprendeva i moderati della Destra e della Sinistra ed in cui trovavano spazio conservazione e riforme, aspettative laiche e ragioni clericali.

I principi ideali del Risorgimento si andavano dissolvendo, lasciando ampio spazio all’affarismo, alla politica clientelare, ai pesanti interventi nelle elezioni a favore dei candidati filogovernativi.

In politica estera, Depretis cercò il sostegno di Austria e Germania, con le quali fu stipulato dall’Italia un patto di alleanza (la “triplice alleanza”) sempre rinnovato fino alla vigilia della I guerra mondiale, quando vi fu un rapido mutamento di alleanze ed il passaggio dell’Italia al fronte della “Intesa” (con Francia, Inghilterra e Russia).

Il 26 gennaio 1887 l’eccidio di Dogali, in cui gli abissini uccisero molti soldati italiani, costrinse il Governo presieduto da Depretis alle dimissioni. Ancora una volta il vecchio uomo politico riuscì a costituire un nuovo governo, questa volta con Crispi e Zanardelli, ma il successo ottenuto ebbe breve durata: morì infatti il 29 luglio 1887 a Stradella, dove fu sepolto.

Riccardo Bacchelli, ne “Il mulino del Po” lo definirà “mediatore del trapasso e degli uomini nuovi, con la sua facilità, che chiamavano patriarcale, di promettere senza impegnarsi; con la sua astuzia calcolatrice e lusinghiera, ma non priva di cordialità e di senso umano, con la sua cinica versatilità di adattamento e combinazione, da praticone parlamentale, che non mancava di finezza abile e realistica…”



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Mario Pacelli

Mario Pacelli è docente di Diritto pubblico nell'Università di Roma La Sapienza, per lunghi anni funzionario della Camera dei deputati. Ha scritto numerosi studi di storia parlamentare, tra cui Le radici di Montecitorio (1984), Bella gente (1992), Interno Montecitorio (2000), Il colle più alto (2017). Collabora con il «Corriere della Sera» e «Il Messaggero».

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