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Domani, un romanzo “maturo” con protagoniste tre città: Beirut, Sihanoukville, Sarajevo

Corrado Ruggeri è stato per 30 anni inviato speciale del Corriere della Sera e capo dell’edizione romana. Ama perdutamente viaggiare (è stato in più di 80 paesi) e scrivere di viaggi. Domani (ed. Ponte Sisto) è il suo primo romanzo, un romanzo “maturo” con lo sguardo ad un “piccolo mondo buono…. dove le persone si aiutano senza farsi troppe domande”, ma non per questo sottace il brutto, l’atroce.  Si snoda in vari paesi, principalmente tre -il Libano, la Cambogia, la Bosnia – attraversati da un giornalista, Andrea Fabi, in crisi con il suo mestiere. E si intuisce che è l’alter ego di Ruggeri.

Ci sono vari personaggi, ma le vere protagoniste sono tre città, Beirut, Sihanoukville, Sarajevo – città martiri di insensate guerre che vogliono dimenticare. E a dispetto di tutto vogliono rinascere. Non a caso il cuore del libro sono  tre bambini i cui destini si incrociano fatalmente con quelli degli adulti.

“C’è un mondo, lontano dalle nostre scrivanie, che ignoriamo e che invece dovremmo raccontare. Il nostro mestiere è un sogno che impallidisce sempre di più, avvolto da sabbie mobili che stanno inghiottendo la nostra professione, lasciata a chi racconta senza vedere, vede e non racconta, inventa o tace” – scrive Corrado-Andrea in una amara mail di addio ai colleghi. Queste considerazioni sono fatte al termine del libro e del viaggio di Andrea nelle città martiri, incontrando in ognuno dei tre stati, storie di vita disperate, però di gente “sorretta dalla forza del coraggio, quel sole che illumina i loro cuori e che, mi hanno spiegato, non muore mai”.

Corrado Ruggeri – Domani

Sin dalle prime pagine si  capisce che Ruggeri è un viaggiatore  e non un semplice turista. Ci fa entrare in Cambogia descrivendo i ragazzini che “sembrano grandi anche da piccoli con quegli occhi profondi, così scuri, penetranti, indagatori infossati nei loro volti scavati dalle loro infanzie difficili”, ragazzini costretti dalla fame e dai genitori a prostituirsi, preda dei pedofili che vanno in Cambogia per violarli. Racconta delle roulette sessuali (orge cui partecipa un malato di Aids che però non si sa chi è e il godimento è il brivido del rischio). Poi però ci parla di Sihanoukville, città portuale, del suo mare cristallino, la sabbia che sembra farina, la barriera corallina e i pesci colorati. Di turisti che arrivano da tutto il mondo per godere di queste meraviglie. E di Bangkok (Tailandia) e dei suoi angeli , un corpo speciale di polizia preposto a salvare le donne incinte che per via del traffico non riescono ad arrivare in tempo in ospedale. Dopo una serie di tragedie, bambini e mamme morte, il governo ha deciso di istituire questo corpo speciale con competenze mediche. Ci racconta del Vietnam dove il gioco preferito dei bambini è l’aquilone, “il passatempo dei bambini che si sanno ancora accontentare e riescono ad essere felici con poco”.

Struggente la descrizione di Beirut, quella che è e quella che fu. “il Libano era celebrato come la Svizzera del Medio Oriente, tranquillo e ricco, fra nottate con cedri e champagne, party, modelle e cocaina”. Oggi un misto tra scheletri di edifici, spari e bombe dei kamikaze, killer mandati da politici corrotti per uccidere chi è scomodo. Campi profughi dei palestinesi, dove un bambino ad un sorriso di una donna risponde con il gesto delle dita mimando una pistola. Lo stesso bambino con una bomba alla cintura cercherà di far saltare l’Università americana.

Ma Beirut oggi è tornata ad essere strepitosi alberghi restaurati, raffinati ristoranti. C’è ancora il  museo Sursock, famoso più per la bellezza dell’edificio che per le opere. “ed era bene andarci di sera quando la villa brillava ben illuminata, come un candido gioiello”. O rue Monot “una delle strade più movimentate“. In mezzo ad uno sfacelo di una guerra civile interminabile, sfarzose residenze ed eleganti luonge bar, signore distese sulle  terrazze, “sensibili al rosso dello smalto, ma non a quello del sangue”.

E poi Sarajevo, la Gerusalemme dei Balcani, perché in pochi metri si trovano la grande moschea, la cattedrale cattolica, la chiesa ortodossa, la sinagoga. “Luoghi che hanno distribuito la pace all’anima di ogni credente prima che la follia omicida di una guerra utilizzasse quelle fedi come una ragione per uccidere“. Oggi ci sono hotel dove incontri donne con i capelli verdi e viola, “giovanottoni” gay e uomini con i muscoli e tatuaggi bene in vista. Dove una multinazionale del turismo ha aperto un casinò con roulette, slot machine, ristorante e spettacoli. Sarajevo è piena di giovani che sciamano da un locale all’altro per sentire ogni tipo di musica, si incontrano nei caffè all’aperto, brindano in strada. “Sono le loro – annota Ruggeri – le vite restaurate”. Triste, emblematico il Tunnel della Vita o della Speranza: una galleria che aveva permesso alla gente di Sarajevo di sopravvivere “all’assedio più lungo e crudele della storia. Alla fine del XX secolo”. Sulle colline intorno  la città, stavano i cecchini serbi e per evitarli i bosniaci lo avevano costruito per fare arrivare cibo, medicine, rinforzi. L’Amarcord del Tito Caffè in onore del presidente della Jugoslavia comunista, dove in giardino troneggiano carri armati e autoblindo. “Ricordi di guerra e fantasie di pace”.

Domani ha anche una spruzzata di giallo. Finora abbiamo raccontato frammenti di più ampie descrizioni e spiegazioni, sì spiegazioni perché Ruggeri in questi posti c’è andato, li visti e non solo guardati. E si vede. Della trama non raccontiamo niente, se no che giallo è?

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Stefania Conti

Giornalista. Nata a Roma e laureata in sociologia, ha lavorato presso (in ordine cronologico): Adnkronos, Il Messaggero, Tg2.

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