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Essere preparati serve più che l’emergenza durante una pandemia

Ecco un dilemma che vale per tutti i capi di stato (non necessariamente leader illuminati). Sappiamo che il presidente Usa Donald Trump era al corrente dell’imminente pandemia fin dalla fine del mese di novembre 2019. Sia il National Center for Medical Intelligence, che la Defense Intelligence Agency, i Joint Chiefs of Staff del Pentagono, e la Casa Bianca erano al corrente della pandemia che il Covid-19 avrebbe causato. E situazioni simili si sono verificate in Italia, Germania ed altri paesi del mondo.
Cosa sarebbe successo se il presidente Trump avesse ordinato misure di contenimento ancora a fine gennaio, subito dopo che la Cina imponeva il lockdown al focolaio cinese origine della pandemia, la città di Wuhan?

Secondo l’Università di Southampton in Inghilterra, se le autorità cinesi si fossero attivate il 16 gennaio (il primo paziente ad entrare in un ospedale di Wuhan e riconosciuto con il coronavirus risale al 16 dicembre 2019, in seguito gli ospedali della città ricoverarono altri 26 pazienti con il virus) ci sarebbero stati il 66% in meno di contagi. Quindi se Trump avesse messo in atto il lockdown a fine gennaio si potrebbe presumere che il contagio si sarebbe ridotto quasi del tutto.
Ed ecco il problema; con il paese in lockdown e l’epidemia sotto controllo, i cittadini si sarebbero chiesti il perché essere rinchiusi in casa senza un motivo tangibile.

Solo in seguito si è capito l’entità del problema e, come abbiamo visto, nonostante la gravità e l’emergenza della pandemia, molti hanno ignorato le regole per la prevenzione. Figuriamoci se l’emergenza non fosse stata tangibile: non solo pochi avrebbero osservato le misure cautelari, ma la popolazione avrebbe criticato severamente i provvedimenti.
La responsabilità di Trump, e degli altri capi di stato, sono da ricercare altrove, e soprattutto nella mancanza di preparazione, nell’assenza di piani di prevenzione e nella carenza organizzativa.
Il fatto che Trump e gli altri capi di stato non erano preparati è più grave ed inaccettabile dell’aver agito con ritardo nell’istituire lockdowns e restrizioni di contatti. Mentre il secondo errore è scusabile, la mancanza di preparazione nonostante i molteplici avvertimenti non ha scuse.

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Dom Serafini

Domenico (Dom) Serafini, di Giulianova risiede a New York City ed è
il fondatore, editore e direttore del mensile “VideoAge” e del quotidiano fieristico VideoAge Daily", rivolti ai principali mercati televisivi e cinematografici internazionali. Dopo il diploma di perito industriale, a 18 anni va a continuare gli studi negli Usa e, per finanziarsi, dal 1968 al ’78 ha lavorato come freelance per una decina di riviste in Italia e negli Usa; ottenuta la licenza Fcc di operatore radio, lavora come dj per tre stazioni radio e produce programmi televisivi nel Long Island, NY. Nel 1979 viene nominato direttore della rivista “Television/Radio Age International” di New York City e nell’81 fonda il mensile “VideoAge”. Negli anni successivi crea altre riviste in Spagna, Francia e Italia. Dal ’94 e per 10 anni scrive di televisione su “Il Sole 24 Ore”, poi su “Il Corriere Adriatico” e riviste di settore come “Pubblicità Italia”, “Cinema &Video” e “Millecanali”. Attualmente collabora con “Il Messaggero” di Roma, con “L’Italo-Americano” di Los Angeles”, “Il Cittadino Canadese” di Montreal ed é opinionista del quotidiano “AmericaOggi” di New York. Ha pubblicato numerosi volumi principalmente sui temi dei media e delle comunicazioni, tra cui “La Televisione via Internet” nel 1999. Dal 2002 al 2005, è stato consulente del Ministro delle Comunicazioni italiano nel settore audiovisivo e televisivo internazionale.

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