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Giuseppe Conte come Leone XIII?

Narra una vecchia leggenda romana che Gioacchino Pecci, divenuto nel 1878 Papa con il nome di Leone XIII, ricevette un giorno un gruppo di abitanti di Carpineto Romano, paese vicino Roma dove era nato. I visitatori ammirarono la magnificenza della corte pontificia, lo splendore delle sale piene di dipinti e mobili dorati, la sala del trono papale dove furono ricevuti, un mondo quasi incantato che nemmeno pensavano che esistesse. Alla fine della visita il più anziano dei visitatori, dopo il bacio del sacro anello, non potè fare a meno di sussurrare al Pontefice: “Gioacchì, nun te perde ‘sto postarello”.

Forse una a analoga raccomandazione farebbero i concittadini del prof. Giuseppe Conte se, dalla natia Volturara Appula (410 abitanti in provincia di Foggia) si recassero a trovarlo a Palazzo Chigi, antico palazzo dei principi Chigi, oggi sede della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Al secondo piano dell’edificio, tra specchiere e mobili dorati, c’è il suo ufficio, non molto vasto ma certamente tale da colpire la fantasia dei suoi concittadini: è da credere che non mancherebbe qualcuno di loro a raccomandargli di non abbandonare quel posticino.

Il Prof. Conte, un professore prestato alla politica, in verità di lasciare Palazzo Chigi non sembra sentire proprio il bisogno e tende ad allontanare il più possibile il giorno che dovrà farlo. D’altra parte, a quanto sembra, non riesce a comprendere perchè dovrebbe farlo: è il migliore di tutti, come gli confermano ogni giorno i suoi cortigiani, alcuni noti per la loro competenza, anche se magari solo in materia di depilazione ascellare, ed è quanto ci ripete lui stesso ogni giorno guardandosi allo specchio. Impeccabile vestitino blu con la variabile del fazzolettino bianco nel taschino della giacca che compare o scompare a seconda degli umori, sorretto a quanto recentemente sostenuto da un settimanale popolare, dalla sua bionda compagna italo/svedese, intelligente, con la parola facile dell’avvocato, sembra veramente avere tutti i requisiti necessari per un Presidente del Consiglio, magari in attesa di diventare Presidente della Repubblica.

La sua grande occasione sarà il defilè a Villa Pamphili, molto simile ad una sfilata dell’alta moda, utile per mostrare un modello ben sapendo che non sarà certo il parere degli invitati a determinarne la sua immissione sul mercato. Conte sembra aver fatto scelte precise: digitalizzazione ed opere pubbliche per il rilancio dell’economia, un progetto ambizioso sul quale cerca il consenso più largo possibile ben sapendo che la sua sorte dipende proprio da quell’ambizioso progetto. La sua riuscita dipende obiettivamente da molti elementi, primo tra tutti il ritorno o meno della pandemia, così come dalla congiuntura internazionale e dal voto del Parlamento sulle misure che dovranno essere adottate per realizzarlo.

Conte, come ogni giocatore di poker in difficoltà, ha scelto di alzare la posta, mostrando una sicurezza da molti paragonata alla tracotanza di chi è sicuro di essere il solo a possedere la verità in mondo di imbecilli.

E’ una scelta per lui pericolosa, come la storia ha insegnato a proposito di tutti coloro che ritenevano di aver sempre ragione ma è stato costretto a farla per mascherare, sotto la sua apparente sicurezza, la sua incapacità politica specie quando si tratta di compiere un’impresa oggettivamente difficile. Ed è proprio quella sua incapacità che probabilmente segnerà la fine della sua corsa, costringendolo a lasciare, suo malgrado, quel gradevole posticino.

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Mario Pacelli

Mario Pacelli è docente di Diritto pubblico nell'Università di Roma La Sapienza, per lunghi anni funzionario della Camera dei deputati. Ha scritto numerosi studi di storia parlamentare, tra cui Le radici di Montecitorio (1984), Bella gente (1992), Interno Montecitorio (2000), Il colle più alto (2017). Collabora con il «Corriere della Sera» e «Il Messaggero».

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