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Il futuro non aspetta: giovani e poveri pagano il prezzo più alto della crisi

Il futuro appartiene ai giovani, ma non aspetta, è già qui. Li aspetta un futuro  pesante, rappresentato dal peso del debito pubblico che continua a crescere. A gennaio ha superato i 2.600 miliardi di euro (esattamente 2.603,1289) con una tendenza a salire nei prossimi mesi, man mano che verranno approvate altre misure a sostegno dell’economia e delle categorie più disagiate per effetto della pandemia  che imperversa da un anno e ancora va avanti, fintanto che i vaccini non l’avranno sconfitta.

Intanto, il debito italiano ha superato di una volta e mezza il prodotto nazionale (Pil), attestandosi intorno al 160%. Un livello che non ha uguali all’interno dell’Unione Europea, la quale per ora  ha sospeso l’obbligo di rientro a carico dei paesi membri. Attenzione però, la sospensione, è temporanea e, una volta che il sistema europeo sarà uscito dalla bufera pandemica, l’obbligo tornerà. 

Il Fondo monetario internazionale (FMI) ha recentemente sostenuto che il debito italiano è sostenibile da parte del sistema nazionale, ciò non toglie che, in un tempo che verrà sarà indispensabile una consistente sforbiciata. Come e quando, tutto da definire. Nel frattempo, in virtù del clima migliore che si è determinato con il nuovo governo, il costo del debito per gli interessi sui titoli di Stato è fortemente calato, il cosiddetto spread si è attestato sotto i 100 punti (rispetto ai bond tedeschi) e potrà scendere ancora se la politica italiana sarà capace di dare le risposte positive attese sui mercati finanziari internazionali.

Un dato obiettivo è il seguente, più il  debito cresce più ricadrà sulle spalle delle nuove generazioni, rappresentate dai giovani oggi in età scolastica e da quelli che nasceranno nei prossimi anni o decenni. La curva delle nascite, già in caduta, comporta un aggravio del fardello sui ragazzi di oggi quando entreranno nel mondo del lavoro.

Un calcolo grossolano (sulla base di 55-60 milioni di residenti) porta a dire che ciascun cittadino del futuro, ammettiamo del 2040-2050 in poi, dovrà teoricamente  sopportare un carico di 45 – 50.000 euro di debito. L’eredità che lasciamo a figli e nipoti è pesante.

Si tratta di un trasferimento di risorse impressionante, sul quale occorre cominciare a riflettere da subito. Pur non essendo il caso di avanzare ricette fantasiose, è almeno opportuno richiamare l’attenzione di noi stessi e del governo che guida il Paese. 

Lo stesso presidente del consiglio, Mario Draghi,  al meeting di Rimini dello scorso anno, osservò che privare i giovani del futuro è “una delle forme più gravi di  disuguaglianza”. E più di recente, quando ancora non era a Palazzo Chigi, ha invitato a distinguere tra “debito buono e debito cattivo”, dove per cattivo si può immaginare il flusso di rivoli che vanno a spese inutili e all’assistenzialismo senza sbocco, e per buono quello che riguarda investimenti produttivi e sociali.

Dopo anni di insulsaggini e di “sconfitta della povertà”, finalmente è arrivato alla guida del Paese un leader che non usa paraocchi ed è capace di guardare lontano, avendo chiaro l’obiettivo:  superare lo scarto generazionale, restando fortemente ancorati all’Europa, dalla quale sta arrivando un flusso di risorse quale mai si era  visto dai tempi del Piano Marshall fine anni ’40 del secolo scorso.

Lo accompagna il Next Generation UE, che affiancherà il Recovery Plan (quello che dispone circa 200 miliardi di euro per l’Italia). Esso inciderà particolarmente sulla realtà dei giovani, mettendo in campo un pacchetto di 1.824 miliardi di euro destinati al rilancio dell’economia attraverso investimenti nell’economia verde (037%) e del digitale (21%). 

Il punto sostanziale attiene alla necessità di presentare, entro il 30 aprile prossimo, piani e progetti nazionali precisando obiettivi da realizzare e costi stimati, un capestro opportuno per un esercito di attori dedito al finanziamento di fiere paesane.  Il piano prevede l’erogazione di sovvenzioni (per 390 miliardi di euro) e finanziamenti a lungo termine, da restituire entro il 2058, per 360 miliardi. 

I fondi saranno assegnati, per gli anni 2021-2023, in base al tasso di disoccupazione nei rispettivi paesi membri dell’UE, mentre nel 2023 si procederà in base alla perdita del PIL reale occorsa nel periodo 2020-2022.

La speranza verte sulla necessità che gli obiettivi italiani siano incentrati sui giovani e sul loro futuro, per contribuire a rimediare l’eccezionale scarto generazionale  esistente, perseguendo obiettivi concreti e fuori da vana retorica.    

Tra le forme gravi di disuguaglianza è caratteristica  italiana quella endemica del Mezzogiorno.

La conferma  arriva dall’Eurostat  (l’Ufficio di statistica dell’UE) che ha  pubblicato le tabelle sugli indici di povertà dell’Unione sulla base dei dati  relativi al 2019, quindi prima del covid.  Nella classifica del rischio di povertà  l’Italia si aggiudica i primi due posti del podio, con la Sicilia, dove già  il 41,4% della popolazione era a rischio povertà, e la Campania con il 41,2% . Nei primi venti posti troviamo anche la Calabria (30,9%), la Puglia (30,4), la Basilicata (27,1) e il Molise (26,5).

Un podio e una classifica consolidati nel tempo, da oltre dieci anni. Ma le cose vanno peggio se si tiene conto della esclusione sociale, che comprende le persone appartenenti a famiglie senza lavoro e con problemi di deprivazione materiale.  

Per l’occupazione un segnale positivo è venuto dalla decisione di decontribuzione per il Sud:  l’agevolazione riguarda il lavoro dipendente, a partire dal 1° gennaio scorso, con esclusione del settore agricolo e del lavoro domestico, ed è  pari al 30% dei contributi mensili dovuti fino a tutto il 2025, al  20% per gli anni 2026, 2027, al 10% per gli anni 2028 e  2029.  Con uno sforzo collaterale e robusto  del settore bancario e finanziario lo start imprenditoriale e occupazionale  potrebbe e dovrebbe funzionare. 

Tornando al problema povertà, l’anno del covid 19  ha fatto segnare un brusco aumento, con 1.000.000 di  persone povere in più rispetto all’anno precedente.  Aggiunti ai poveri di prima,  la cifra sale a 5,6 milioni  di individui, quasi un decimo (9,4%) della popolazione italiana.

Nel merito si registra un fenomeno nuovo, nel senso che ad ingrossare le fila dei poveri sono arrivate persone, che  hanno perso un lavoro precario o nel terziario, per lo più residenti al Nord e nelle aree metropolitane o limitrofe. Il Sud, si fa per dire, ha retto meglio per effetto del più ampio utilizzo del reddito di cittadinanza. 

A livello nazionale, nel corso del 2020, molte famiglie sono precipitate in povertà assoluta (dal 18,7% dell’anno precedente al 20,3 dell’anno passato). L’indice di povertà assoluta è calcolato in rapporto alla spesa delle famiglie rispetto ad un tot minimo per acquisti di beni e servizi. Ma, quel solo punto e mezzo in più nasconde una realtà drammatica: le famiglie hanno dovuto privarsi di consumare  tanti generi diversi  per concentrarsi su cibo e casa. A  livello nazionale, la spesa per l’acquisto di beni alimentari e il costo dell’abitazione è salita al 58,4%  (dal 53,1 dell’anno prima); per le famiglie in povertà assoluta, cibo e casa coprono adesso il 77,1 per cento della spesa complessiva.

Dopo un anno, pandemia e blocco produttivo presentano il conto, in termini economici e sociali. Parafrasando Hemingway, la campana suona alta e forte per giovani e poveri (vecchi e nuovi).

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Gianfranco Salomone

Giornalista - Già Direttore Generale Ministero del Lavoro

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