La Gelosia

Ragazzi ci siamo: La gelosia!
Perché si è gelosi?
Perché si ritiene ancora la donna proprietà privata?
Perché con la donna scatta in noi il “Principio del Possesso”?
Perché con la donna scatta in noi il “Principio del Dominio”?
Perché con la donna scatta in noi il “Principio della Totalità”? (“o sei mia o di nessuno”)
Perché in ogni donna vorremmo vedere sempre la nostra mamma?
Perché, quando questo non avviene, il rapporto di coppia si rompe?

Giuro che questo argomento non volevo affrontarlo, perché lo scrivente è un: tardo-geloso-possessivo-dominatore-dittatore, nel senso che questi significati dell’amore li usa con la sua partner come dialettica di vita-conoscenza di sé e di conseguenza, conoscenza e bisogno dell’altra. Conoscenza e bisogno che lo rende sciocco in amore al 50% e non una quota in più. Giuro.

Cerchiamo di capire insieme da dove nasce la gelosia. Trascuriamo tutti i saggi scritti sull’argomento, per non farci inibire dalla teoria e dalla cultura, tentando insieme, lettore e autore, di costruire nuove vie per capire il rapporto oggi con la donna in che misura è riconvertitile dai vecchi ai nuovi valori, adeguandoci così alle mutazioni socio-affettive-economiche-culturali, avvenute negli ultimi anni, poiché lo scrivente, così come pure lettore, sono dell’avviso che “senza la donna non si può vivere”. E allora? E allora tanto vale capire “come si deve vivere oggi con la donna”, alla luce dei “valori del nuovo” di cui è portatrice.

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Anticamente, si diceva che l’uomo è cacciatore e la donna la sua preda. Questa verità era credibile nella misura in cui la “donna-preda” si riteneva soddisfatta di essere tolta dai boschi e dalle foreste, luoghi impervi e pericolosi, per entrare nella “casa-sicura” del cacciatore. E proprio perché l’uomo l’aveva presa come una preda, la trattava a suo piacere e istinto. La paura che la “donna-preda” potesse uscire dalla “casa-sicura” per ritornare nei boschi e nelle foreste, costringeva l’uomo a tenerla legata con le catene l’uomo cacciatore era quindi pervaso dalla paura di perdere quello che aveva conquistato con fatica; ma noi sappiamo bene che conquistare la “preda” non è cosa difficile, poiché la preda quando decide di entrare nella “casa-sicura”, comincia lei stessa a uscire dia boschi per passeggiare intorno al rifugio del cacciatore, facendosi così notare e ingenerando in lui il desiderio di possederla. Tutto ciò che avviene era, di fatto, già stato scritto dalla preda.

Perché la “preda” vuole lasciare il bosco o la foresta? Perché ha bisogno di alimentarsi del nuovo e dopo aver superato gli input e le sensazioni del bosco e della foresta, il bisogno della “casa-sicura” diviene impellente. Spesso l’errore del cacciatore è di pretendere dalla preda gratitudine per averla accettata nella sua dimora, ma questo è sufficiente nella prima fase dell’ospitalità, perché subito dopo, la preda reclama che le vengano riconosciuti i suoi diritti di esistenza, quindi, o scappa o tenta di difendersi uscendo spesso di nascosto per ripararsi nel bosco o nella foresta, luoghi naturali per alimentare la sua molteplicità, per poi far ritorno alla “casa-sicura”.

Diciamoci la verità, il cacciatore sa che la “preda” ha gli stessi suoi diritti e vuole essere trattata alla pari. Il fatto di essere nata e cresciuta nel bosco, nella “metafora” non è stata una sua scelta, ma un’imposizione millenaria per difendersi dalla quale utilizza, a suo uso e consumo, la magicità e la molteplicità. Il cacciatore, invece, è sempre nato nella “casa-sicura” e questo tutt’oggi, gli dà dei diritti retrò-patetici. Una volta fatta propria la “preda” si ha il dovere di “capire” sino in fondo la sua vera natura e operare per metterla in condizione di essere sé stessa anche in una “casa-sicura”. È necessario comprendere perché la “preda” ha lasciato la libertà del bosco o della foresta, dove un “proprio modo d’essere” le era garantito e farsi carico delle difficoltà di comunicazione e di sopravvivenza della “preda” al “momento dato”. È da disumani pensare di privarla del valore del bosco e della foresta: perciò, il dovere di “entrare in lei” è il primo compito del cacciatore. Compito immane ma raffinato se si crede alla “idea dell’amore”.

Entrare in lei significa darle tutto il tempo di verifica i valori a cui ha rinunciato; e se la nostra “preda” dovesse sentire nuovamente il bisogno di entrare nel bosco o nella foresta, sarà cosciente che subito dopo può tornare alla “casa-sicura” per raccontare al cacciatore le emozioni provate e attraverso queste continue narrazioni la preda capirà l’insufficienza del bosco e della foresta e di conseguenza non potrà più fare a meno della “casa-sicura”. Se invece il cacciatore a ogni uscita della preda teme che si possa smarrire oppure è afflitto dalla possibilità che altri “cattivi cacciatori” possano approfittare di lei o che addirittura la preda stessa provochi tali incontri, allora, è meglio lasciarla libera definitivamente. Il cacciatore che prevede nei suoi calcoli che la preda possa incorrere in un umano “incidente di percorso”, come riflesso condizionato alla Ivan Pavlov e non come valore di perdita di centralità del cacciatore stesso, allora sta lavorando per tenere legata a lui definitivamente la preda, e in queste verifiche e confronti continui, preda e cacciatore potranno unire le loro due metà fino ad arrivare ad una sola unità.

Fuori dalla metafora, il bisogno di capire la Nuova donna è un nostro dovere per non buttare all’aria millenni di amore di sofferenze, di altruismo, di egoismo, e per frenare quell’arido fiume di single che oramai attraversa tutte le sponde di tutte le società avanzate economicamente, oggi la donna non nasce e cresce più nel bosco e nella foresta (per fortuna), di conseguenza l’idea del cacciatore non esiste più. E in questo vuoto d’identità al maschile e al femminile, bisogna sforzarsi insieme per trovarne una nuova, dentro cui l’idea della coppia possa continuare a credere –obbedire-sognare. Credere alla Donna, obbedire all’amore, sognare di essere sempre fedeli!

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Salvatore Pica

Dopo l’infanzia trascorsa a Pignasecca, Pica inizia la sua carriera nel mondo del design, del teatro d’avanguardia, dell’arte moderna, tra le feste alla factory di Andy Warhol che lo fotografò insieme ad altri personaggi noti della città per le sue Napoliroid. Disse di se stesso: “Volevo diventare qualcuno, alla fine sono diventato qualcun altro”.

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