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La guerra oggi come sempre: una inutile immane sofferenza

La guerra è stata uno dei temi più “usati” nella storia della letteratura. Nel mondo classico era quasi una costante e per lo più veniva narrata per celebrare eroi -guerrieri di cui si decantavano il coraggio, la virtù, l’amore per la propria patria fino al sacrificio della vita.

È dal ‘900 in poi, dopo le due guerre mondiali, che l’approccio alla guerra è cambiato, l’attenzione è andata alle sofferenze fisiche e morali che essa produce e alle conseguenze a lungo termine sul tessuto sociale e umano. Tra tutti gli autori si è voluto prendere in considerazione l’americano Ernest Hemingway, proponendo la lettura di uno dei suoi ultimi racconti “Vecchio al ponte”, scritto nel 1938 ai tempi della guerra civile spagnola a cui partecipò come soldato -reporter.

È una storia brevissima che ha per protagonista un vecchio di 76 anni obbligato a lasciare il suo paese, San Carlos, per l’arrivo dell’artiglieria. Il vecchio, senza nome, è descritto con abiti impolverati e con occhiali dalla mondatura metallica, seduto ai margini della strada a guardare la gente e i mezzi di trasporto che passano sul ponte del fiume Ebro. Sullo sfondo un paesaggio desolato che ricorda l’Africa.

Il vecchio è incapace di muoversi, come irretito, si chiede continuamente cosa abbia fatto di male visto che lui badava solo ai suoi animali: un gatto, 4 coppie di colombi e 2 capre. Cosa sarebbe stato di loro? Era il giorno di Pasqua, il cielo era grigio “con un soffitto di nuvole basse e perciò non c’erano gli aeroplani”, ed era questa l’unica fortuna per i suoi poveri animali. Il cielo, quindi, anche se cupo e basso, come realtà “altra”, resta l’unica speranza di salvezza in un mondo terreno “a codice rosso”.

Il racconto colpisce per la sua essenzialità per la sua “scarnificazione”, privo come è di ogni stucchevole retorica. Difficile oggi, nel nostro tempo di guerra, non riconoscersi in quel vecchio impolverato, incredulo e annichilito di fronte agli orrori che una guerra sempre comporta; essa priva anche delle azioni più banali e semplici come accudire gli animali. Quell’uomo è sempre lì, ieri come oggi, a ricordare che la guerra non cambia mai col suo fardello di insostenibile pesantezza da far agghiacciare e incancrenire.

Difficile ancora di più non riconoscere in quel movimento di genti e mezzi sul ponte del fiume Ebro, l’esodo di queste ore di donne, vecchi e bambini in fuga dalla guerra, da questa insensata e folle guerra di inizio secolo che mai avremmo immaginato di dover vivere e che ci sorprende per la sua atrocità inaudita; mai avremmo sospettato di vedere ancora palazzi sventrati, città devastate, cadaveri per strada, disperazione, dolore infinito e tanto sgomento. In quel vecchio incapace di agire si incarna l’intera umanità, incredula di fronte all’irragionevolezza della guerra che mai può apparire una soluzione, soprattutto dopo le ferite ancora sanguinanti del recente passato. Resta sempre una realtà sconvolgente e brutale che non ha mai vincitori ma solo vinti.
L’uomo, pare, non abbia voglia di imparare dalla storia e dai propri errori ed è proprio vero “persistenza è solo l’estinzione” (E. Montale).

Vecchio al ponte

Seduto su un lato della strada c’era un vecchio con gli occhiali dalla montatura metallica e gli abiti molto impolverati. Sul fiume c’era un ponte di barche, e carretti, camion, uomini, donne e bambini che l’attraversavano. I carri tirati dai muli stentavano a salire l’argine ripido del fiume, ed i soldati aiutavano spingendo i raggi delle ruote. I camion mordevano la strada allontanandosi veloci; i contadini marciavano faticosamente nella polvere, alta fino alle caviglie. Ma il vecchio se ne stava seduto senza muoversi. Era troppo stanco per andare avanti. Io avevo l’incarico di passare il ponte, perlustrare la zona retrostante ed accertare fino a che punto fosse venuto avanti il nemico. Lo feci, e tornai al ponte. C’erano ora meno carriaggi e poca gente a piedi; ma il vecchio era ancora là.
– Da dove venite? – gli chiesi.
– Da San Carlos – disse lui, e sorrise.
Era il suo paese natale e gli faceva piacere nominarlo. Per questo sorrise.
– Badavo alle bestie – spiegò.
– Oh – dissi io. Ma non capivo bene.
– Sicuro – disse lui. – Ero rimasto là, capite, per badare alle bestie. Sono stato l’ultimo a lasciare San Carlos.
Non aveva l’aria d’un pastore né d’un mandriano; io guardai gli abiti neri e polverosi, la faccia grigia e coperta di polvere, gli occhiali dalla montatura metallica, e dissi: – Che bestie erano?
– Diverse bestie – disse egli, e scosse il capo. – Ho dovuto lasciarle.
lo guardavo il ponte e il paesaggio del delta dell’Ebro, un paesaggio che sembrava Africa, e mi chiedevo fra quanto tempo avremmo visto i nemici, ero in attesa dei primi rumori che avrebbero annunciato quel misterioso avvenimento che si chiama contatto; ed il vecchio era seduto là.
– Che bestie erano? – chiesi.
– Tre specie di bestie – il vecchio spiegò. – Due capre, un gatto e quattro paia di piccioni.
– E avete dovuto lasciarle? – chiesi.
– Sì. Per l’artiglieria. Il capitano mi ha detto di andarmene, per causa dell’artiglieria.
– E non avete famiglia? – io chiesi, e guardavo l’altra estremità del ponte dove gli ultimi pochi carri discendevano in fretta la scarpata dell’argine.
– No – egli disse. – Soltanto le bestie che ho detto. Il gatto naturalmente se la caverà. Un gatto sa badare a se stesso, ma non so cosa sarà delle altre.
– Di che idea politica siete – chiesi.
– Non ho idee politiche – disse il vecchio. – Ho settantasei anni. Ho fatto dodici chilometri e credo di non poter andare più avanti.
– Questo non è un posto buono per fermarsi – io dissi. – Se ce la fate ad arrivare fin là, al bivio per Tortosa passano dei camion.
– Aspetterò ancora un poco – egli disse – poi ci andrò. Dove vanno i camion?
– Verso Barcellona – dissi io.
– Non conosco nessuno da quelle parti – disse lui – ma grazie molte. Di nuovo molte grazie.
Mi guardò con aria stanca indifferente, poi, dovendo dividere la sua pena con qualcuno, disse: – II gatto se la caverà, ne sono sicuro. Non c’è ragione di stare in pensiero per il gatto. Ma le altre bestie. Voi cosa credete che sarà delle altre bestie?
– È probabile che se la cavino benissimo anche loro.
– Credete?
– Perché no? – dissi, e guardavo la riva opposta dove non c’erano più carri,
– Ma come faranno sotto il tiro dell’artiglieria, quando a me per causa dell’artiglieria hanno detto di andarmene?
– Avete lasciata aperta la gabbia dei colombi? – dissi. -Sì.
– Allora voleranno via.
– Certo, voleranno via. Ma le altre? È meglio che non pensi alle altre.
– Se vi siete riposato, io al vostro posto mi avvierei – gli feci fretta. – Alzatevi e cercate di camminare.
– Grazie – disse e si alzò in piedi, oscillò su un fianco e sull’altro, poi risedere nella polvere.
– Badavo alle bestie – disse con voce monotona, non più rivolto a me. – Ero io uno che badava alle bestie.
Non c’era niente da fare con quel vecchio. Era il giorno di Pasqua, e i fascisti stavano avanzando verso l’Ebro. Era una giornata grigia, con un soffitto di nuvole basse, e perciò non c’erano aeroplani. In questo fatto, e nel fatto che i gatti sanno sempre badare a se stessi, consisteva tutta la fortuna che quel vecchio poteva aspettarsi di avere.
Ernest Hemingway, Vecchio al ponte, in Quarantanove racconti (1938)

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Antonella Botti

Sono nata a Salerno il 3 Marzo del 1959 ma vivo da sempre a Sessa Cilento, un piccolo paese di circa 1300 anime del Parco Nazionale del Cilento. Ho studiato al Liceo classico “Parmenide” di Vallo della Lucania ed ho conseguito la laurea in Lettere moderne. Sono entrata nella scuola come vincitrice di concorso nel 1987, attualmente insegno Letteratura Italiana e Latino al Liceo Scientifico di Vallo della Lucania. Ho pubblicato due testi di storia locale: "La lapidazione di Santi Stefano" e "Viaggio del tempo nel sogno della memoria". Da qualche mese gestisco un blog, una sorta di necessità interiore che mi porta a reagire al pessimismo della ragione con l’ottimismo della volontà. I tempi sono difficili: non sono possibili "fughe immobili".

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