La Neo-Bizantina. La ragazza di via dei Mille

Camille, la ragazza di via dei Mille. Con questo appellativo erano chiamate alle feste del KGB le ragazze bene della città. In questa breve scheda tralasciamo la quarantenne e affrontiamo direttamente la ventenne, per capire il nuovo che ci sta davanti (nell’interesse dei maschietti protesi a flirt, fidanzamento o matrimonio con le Camille e soprattutto, per impostare con i genitori di Camille nuovi orizzonti pedagogici). Anche Camille richiederebbe un saggio da mille pagine, ma sarà trattata come le altre (quattromila settecento battute). Le coordinate antropologiche sono: quasi tutte figlie di famiglie stratificate nel sistema del potere economico e culturale.

I luoghi sociologici sono: il Liceo Umberto, il Mercalli, l’Istituto Suor Orsola Benincasa, L’Istituto Nazareth.
I suoi ritrovi serali (dai 12 ai 18 anni) sono: P.zza S. Pasquale, P.zza Amendola, P.zza Rodinò, P.zza Amedeo (ognuno di questi luoghi le garantisce un trend formativo preciso).

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Figlia della società globalizzata, il suo rappresentarsi è abbastanza affine alle Camille di Los Angeles-Parigi-Londra (caduta delle caratteristiche formative antropologiche). Solita scaletta pedagogica: danza- chitarra- tennis – palestra – inglese a Londra – campeggio in Grecia. Questa sicurezza formativa è la sua forza, ma anche il su punto debole. Dai 12 anni e fino alla laurea, è convinta di poter realizzare la sua idea di vita, diventare cioè Margaret Mazzantini – Lilli Gruber –Emma Mercegaglia – Gigi Hadid – Carla Fracci ma col passar degli anni si accorge sempre più del divario tra il suo ideale di vita e la sua realtà e non riesce a capire perché questo avvenga, senza accorgersi che proprio nel sistema socio- afferivo risiedono le maggiori resistenze al suo modello di vita “altra” da quello del pensiero corrente.

Nei fatti, per le ragazze di via dei Mille, è consentita la trasgressione e il gioco, ma entro la tribù socio-istituzionale. Questa libertà di gruppo è la massima concessione alla nozione della modernità e della post- modernità. Nel gruppo sono autorizzate, dal loro sistema socio-affettivo, a giocare anche alle Nuove Bizantine, e questa libertà da “giardino recintato” invece di farle crescere così come sentono, diventa l’elemento frenante della loro creatività. Se tutto ciò avviene è per un equivoco pedagogico che rende più facile, ai preposti alla loro crescita, lasciarle libere nel “giardino recintato”, garantendo tutti gli strumenti finanziari per i loro giochi, che tentare di capirle e costruire le premesse per realizzare la loro idea di vita. Questo approccio infatti, comporterebbe uno sforzo quotidiano che costringerebbe coloro che he hanno generate a confrontarsi oggettivamente con la vera natura e i veri bisogni di una figlia di via dei Mille. Il rischio che ne scaturirebbe è così da un lato, concedere (in verità poco pericoloso perché le possibilità economiche ci sono) e, dall’altro lasciarle, sperimentare continui percorsi di vita alternativi al sistema. È proprio su quest’ultimo bisogno del nuovo, che romper i vecchi schemi di storie familiari, che scatta la più raffinata resistenza socio-affettiva. Ancora oggi il binario della vita delle ragazze di via dei Mille è tracciato sulla vecchia linea delle loro madri e nonne.

Oggi la ventenne di via dei Mille rinuncia a questo schema improponibile e si attrezza andando verso un necrotico “Principio di doppiezza”. Così. Per accontentare il sistema socio-affettivo, percorre quel binario da altri deciso, dando così un’immagine di Ordine & Disciplina e al contempo opera e agisce per proprio conto in un “Principio di trasgressione continua” necessario per alimentare quel bisogno del nuovo che le viene tolto dall’ufficialità sociale.

Questo “Principio di doppiezza” rischia di allontanarla dalla sua vera natura e di tramutare in realtà di gioco e la trasgressione. Infatti spesso si illude che in questo processo di alternanza possa trovare sé stessa e realizzare il proprio progetto di vita.

La pertica della trasgressione della ragazza di via dei Mille è la più dolce e raffinata, e nella quale à il meglio di sé , poiché è parte di una pianificazione dell’esistenza; questa la differisce dell’inclinazione alla trasgressione della vomerese, vissuta come normalità , da quella della posillipina, ancorata sempre a ala “ricerca del mito” e da quella della fuorigrottese per la quale la trasgressione è una forma di progresso.

Altra caratteristica di questa fattispecie di ragazza è quella di essere sempre problematica: nelle discoteche, prima di ballare, ha bisogno di tempo, e infatti di lei si dice: È bella ma nunabballa”.

Compito del maschietto di via dei Mille sarebbe quello di vedere si quanta bellezza propositiva ella è portatrice e quanto la sua storia familiare le vita di estrinsecarla. Spesso, è proprio il ragazzo di via dei Mille a non essere in grado di capire la sua condomina, perché soggiogato ancora da una pedagogia affettiva, mammista: per lui ala donna è l’immagine della madonna, nei fatti vuole cogliere di lei solo la parte del Diavolo. Troppo comodo!

L’ideale di marito per la ragazza di via dei Mille è un settentrionale, certamente non della Lega. Insomma, un sano portatore della cultura industriale che passa controbilanciare la propria idea di vita sanamente mitteleuropea con quella della nostra ragazza mittelmediterranea invasa di principi di “neo-bizantinismo”. Come dire, gli opposti s’incontrano

La vera single del futuro è la ragazza di via dei Mille. Costruita sul gioco e la trasgressione continua, fa della molteplicità il suo pane quotidiano, alleandosi così al futuro nel quale il maschietto è visto come strumento e non più come progetto di vita. L’unico limite della ragazza di via dei Mille è che non è ancora in grado di diventare single alla Jane Austen poiché per lei la trasgressione è ancora Vergogna & Clandestinità. Superato questo, è la vera donna del futuro.

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Salvatore Pica

Dopo l’infanzia trascorsa a Pignasecca, Pica inizia la sua carriera nel mondo del design, del teatro d’avanguardia, dell’arte moderna, tra le feste alla factory di Andy Warhol che lo fotografò insieme ad altri personaggi noti della città per le sue Napoliroid. Disse di se stesso: “Volevo diventare qualcuno, alla fine sono diventato qualcun altro”.

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