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La sfida del cartello riformista

L’articolo pubblicato sul Foglio da Roberto Giachetti centra il punto: con Forza Italia ridotta a un ectoplasma politico ed il PD che ha scelto di tornare ad una impostazione di sinistra molto “tradizionale” l’opinione pubblica riformista, modernizzatrice (o semplicemente di buon senso) non ha in questo momento punti di riferimento forti e c’è posto per i riformisti.

Giachetti propone un percorso di merito e di metodo a Italia Viva (di cui fa parte), Azione, +Europa, ai socialisti (cui riconosce di avere una “rete territoriale più consistente di quanto si pensi”), ai verdi non integralisti, agli altri radicali, oltre che agli autentici liberali in difficoltà nel centrodestra sovranista e (immagino) ai numerosi riformisti ancora presenti nel PD.

Certo esistono differenze politico/programmatiche (e qualche ostilità pregressa) ma credo anche esista un minimo comun denominatore “riformista” su tre questioni fondamentali che, da sole, definiscono un’identità politica chiara e riconoscibile in cui tutte queste forze possono riconoscersi:

  1. Il rifiuto del sovranismo nazionale e l’ancoraggio all’Europa;
  2. La priorità assegnata alle politiche di sviluppo e recupero della competitività produttiva rispetto agli interventi di tipo assistenziale;
  3. La restituzione di centralità alle istituzioni democratico-rappresentative rispetto agli altri poteri (economici, mediatici, burocratici e giudiziari) che hanno abbondantemente tracimato in questi anni.

Costruire “cartelli” di forze che vogliono mantenere la propria identità ed autonomia organizzativa non è mai facile, bisogna affrontare ostacoli non solo “programmatici” ma anche “organigrammatici” e “politici”. Da potenziale elettore di questo potenziale cartello (e da effettiva “vittima” della divisione tra “+Europa” e “Insieme” nelle elezioni del 2018) posso solo dire che le qualità politiche dei gruppi dirigenti interessati si misureranno nella capacità di affrontare questi nodi senza frantumarsi.

riformismo

Questo vale anche per noi socialisti. I tentativi in corso di ricomporre la diaspora sono meritori, ma sarebbe una pia illusione pensare che, anche se avessero successo, renderebbero possibile un’autonoma presenza elettorale a scala nazionale. Al contrario la collocazione dentro un disegno come quello descritto per un verso favorirebbe il reincontro di chi ha seguito strade diverse per l’altro aiuterebbe a ricostruire presenze istituzionali senza le quali non c’è volontarismo organizzativo che tenga.

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Daniele Fichera

Daniele Fichera. Ricercatore socioeconomico indipendente. Nato a Roma nel 1961 e laureato in Scienze Statistiche ed Economiche alla Sapienza dove è stato allievo di Paolo Sylos Labini, ha lavorato al centro studi dell’Eni, è stato a lungo direttore di ricerca al Censis di Giuseppe De Rita e dirigente d’azienda e business development manager presso grandi aziende di produzione e logistica italiane e internazionali. E’ stato inoltre assessore al Comune di Roma dal 1989 al 1993 e Consigliere regionale del Lazio dal 2005 al 2010 (assessore dal 2008 al 2010) e dal 2015 al 2018. Attualmente consulente per l’analisi dei dati e l’urban innovation per diverse società e centri di ricerca.

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