La Terra Promessa (da G. Ungaretti)

In questi giorni di angoscia profonda quando la morte si impone come presenza assoluta e obbliga ad una riflessione sulla vita, ho riletto Ungaretti che nei suoi canti di guerra e di dolore riscopre il valore della vita.

Mi sono soffermata in particolare su questi versi:

ULTIMI CORI PER LA TERRA PROMESSA (da Il Taccuino del Vecchio)

Se una tua mano schiva la sventura,
con l’altra mano scopri
Che non è il tutto se non di macerie
È sopravvivere alla morte , vivere?
Si oppone alla tua sorte una tua mano,
Ma l’altra, vedi, subito t’accerta
Che solo puoi afferrare
Briciole di ricordi

La lirica riflette bene, anche se scritta in circostanze diverse, la realtà esistenziale ed umana dei nostri giorni e il senso di impotenza e di fragilità che ci lacera nel profondo dell’animo: anche noi siamo in guerra, in trincea e come Ungaretti sperimentiamo un dolore “assoluto “. L’autore in pochi versi offre un’immagine metaforica della vita fluttuante tra la miseria di un presente minaccioso e la corrosione di una solitudine straziante. Le mani, in una interpretazione rapportata alla nostra condizione attuale, rappresentano proprio questa ambiguità, da un lato si ritraggono dal contatto per evitare il peggio, il male, la morte, dall’altro non trovano alcuna gioia in questo ma percepiscono solo un ‘insopportabile pochezza, una desolante solitudine che riduce l’esistenza a mera sopravvivenza, ad una “fuga immobile” da un inevitabile franare tra macerie.

Anche il passato non aiuta a ricostruire un presente indecifrabile, inatteso, tragicamente inedito e inquietante. Su tutto trionfa un senso ineluttabile di inadeguatezza e di agghiacciante solitudine.

La stessa solitudine di papa Francesco in piazza San Pietro svuotata, direi scarnificata, in una grigia e piovosa serata di inizio primavera, una piazza che appariva grande e immensa come non mai, quasi a ricordarci la nostra pochezza e la nostra finitezza. Il passo incerto ma spedito del Pontefice verso il Crocefisso bene rappresentava il dolore di un’umanità ferita e la forza della Fede che è Speranza di Salvezza, di conforto, di protezione, di aiuto di fronte ad un male indomabile. Non è necessario essere credenti per lasciarsi prendere e coinvolgere dalle parole di quell’uomo, solo di fronte al mistero, che si faceva carico della sofferenza dell’intera umanità. Le sue parole sono un progetto di futuro, l’unico possibile al punto in cui ci ritroviamo: “Siamo tutti nella stessa barca, fragili e disorientati, ma nello stesso tempo, importanti e necessari. Tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca ci siamo tutti, tutti.”

In quel deserto della piazza più famosa al mondo ma soprattutto nel deserto che è la nostra vita e la nostra anima, papa Francesco ci ha invitato a restare uniti perché da soli non ci si può salvare. È tutti insieme che si deve lottare per poter vincere.

La lezione più grande che la storia di questi giorni ci offre, difatti, è la consapevolezza della nostra fragilità, della nostra estrema precarietà, della nostra inadeguatezza.

Costruire muri si è rivelato inutile negli USA di Trump come in Europa. Populismi, nazionalismi, xenofobie si sono rivelati inefficaci, anzi pericolosi e minacciosi.

L’individualismo sfrenato ha generato un solipsismo angosciante, sterile e inutile. Di fronte alla drammaticità del momento l’uomo sarà capace di apprendere la lezione e di cambiare rotta? Il mondo ripartirà da una nuova prospettiva? Sarà in grado di affermare l’importanza dei legami sociali fondati sulla responsabilità reciproca?

unsplash.com

Non sono in grado di fare previsioni: l’uomo è capace di stupire ma anche di deludere e la storia dimostra di quanto male sia capace, soprattutto, se affoga la ragione nell’odio e nell’ignoranza. Ho paura che nulla cambierà dopo la tragicità della pandemia di covid19. Le differenze sociali ed economiche resteranno, anzi si accentueranno, il sentimento di rabbia e di aggressività crescerà col crescere dell’avidità, delle smanie di protagonismi narcisisti e crescerà la diffidenza anche nei riguardi del vicino più prossimo, avremo una sorta di potenziale contagioso e mortale.

Per evitare questo precipizio occorrerà sentirsi su una stessa barca, proprio come dice papa Francesco, occorrerà sentirsi partecipi di un unico destino, occorrerà una buona dose di solidarietà e di rinunce ma l’uomo, avido ed egocentrico non è abituato a tutto questo.

Nella mia piccola realtà provinciale ho conferma tragica di questo mio timore: diffidenza, miseria morale, arrivismo, smanie di protagonismo, assenza totale di rispetto del prossimo vicino e lontano, aggressività, soprattutto verbale, desiderio di apparire a tutti i costi e aldilà di ogni ragionevole convenienza. Se tutto questo dovesse da qui a qualche mese essere contraddetto ….beh allora si potrà dire che il CORONAVIRUS e le sofferenze che ha prodotte non sono state inutili.

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Antonella Botti

Sono nata a Salerno il 3 Marzo del 1959 ma vivo da sempre a Sessa Cilento, un piccolo paese di circa 1300 anime del Parco Nazionale del Cilento. Ho studiato al Liceo classico “Parmenide” di Vallo della Lucania ed ho conseguito la laurea in Lettere moderne. Sono entrata nella scuola come vincitrice di concorso nel 1987, attualmente insegno Letteratura Italiana e Latino al Liceo Scientifico di Vallo della Lucania. Ho pubblicato due testi di storia locale: "La lapidazione di Santi Stefano" e "Viaggio del tempo nel sogno della memoria". Da qualche mese gestisco un blog, una sorta di necessità interiore che mi porta a reagire al pessimismo della ragione con l’ottimismo della volontà. I tempi sono difficili: non sono possibili "fughe immobili".

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