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L’astro che in U.E. non si vede per la pandemia

Di Dom Serafini

In un editoriale di sabato 20 marzo, a due giorni dal tira-e-molla dell’U.E. sul vaccino AstraZeneca il Wall Street Journal descrive l’Europa come la “Gang That Couldn’t Shot Straight”. Quel “Shot” invece di “Shoot” del titolo originale, si riferiva all’inoculazione del vaccino. Vale la pena ricordare che il titolo faceva riferimento all’omonimo libro del 1969 divenuto nel 1971 film comico sulla Mafia e tradotto in italiano come “La gang che non sapeva sparare”. Se volessimo adattarlo all’editoriale del WSJ diremmo: “La gang che non sapeva fare le iniezioni”, il che sarebbe comico se non fosse drammatico, dopo la sospensione del vaccino AstraZeneca da parte dell’U.E. 

            E questo dopo che il 12 marzo, la stessa U.E. aveva rimproverato AstraZeneca per non aver spedito tutte le dosi pattuite (oltre alle 11,76 milioni giá consegnate).

            Ora, come ha riportato Yahoo News, l’America é preoccupata perché ha ordinato 300 milioni di dosi AstraZeneca senza avere ancora l’approvazione della Food and Drug Administration (FDA) e si ha timore che la popolazione americana si faccia degli scrupoli. “Lasciate perdere l’immunità di gregge”, ha scritto Yahoo News “in Europa la ‘mentalità di gregge’ é la forza dominante contro il Covid”.

            Dire che il mondo intero é rimasto stupefatto da ciò che il WSJ definisce, tra i tanti epiteti, “burocrazia inetta e mancanza di responsabilità politica”, é un eufemismo. Questo perché AstraZeneca era già stato somministrato senza problemi apparenti ad 11 milioni di britannici e 5 milioni di europei. Cosa di cui l’U.E. si é accorta dopo aver fatto perdere la fiducia degli europei verso il farmaco. La logica avrebbe voluto che si lasciasse decidere ai cittadini se volevano vaccinarsi con AstraZeneca oppure aspettare un altro turno per un vaccino diverso, invece che sospendere del tutto le somministrazioni. Dopotutto si erano verificati 30 casi di trombosi non riconducibili a quel vaccino.

            Ma questo é solo l’ultimo dei tanti “flip-flop” sulla pandemia che gli europei hanno dovuto sopportare per l’incapacità dei loro governanti. Basti pensare che l’U.E. non ha ancora un’Unione Europea della Salute, l’equivalente dell’agenzia americana diretta dal Dr. Anthony Fauci (se ne parlava già negli anni 50, ma solo lo scorso ottobre si é ricominciato a parlare di un European Health Union), e non ha neppure l’equivalente americano della FDA. L’U.E. ha la European Medicine Agency che però non ha poteri di regolamentazione e non può scavalcare le agenzie locali, come ad esempio l’Agenzia Italiana del Farmaco.

            L’U.E. non ha neppure un piano d’emergenza (le cosiddette misure anticrisi) per accelerare soluzioni in caso di disastri. Dal 1976 negli Usa vige il National Emergency Act per far fronte a crisi come le pandemie. A questa si aggiunge la Federal Emergency Management Agency (creata nel 1978) e la Defense Protection Act del 1950.

            A complicare le cose, a capo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità resta ancora Tedros Adhanom che, oltre ad offuscare le responsabilità della Cina, si é anche rivelato incapace ed incompetente.

            L’Italia ha un ministro della Sanità che si chiama (Roberto) Speranza, ma non é una speranza per i cittadini per come la pandemia é stata affrontata. Prendiamo, ad esempio, l’apri-e-chiudi di bar e ristoranti. Nelle zone gialle, invece di farli aprire solo a ora pranzo a pieno regime, perché non tenerli aperti per pranzo e cena al 50% di capacità?

            Per i soggiorni nelle località turistiche, perché non imporre un esito di tampone negativo per chi arriva invece che impedire gli arrivi da un’altra regione?  In un paese dove il turismo impiega un milione e mezzo di persone, a un anno da inizio pandemia ancora manca un coordinamento tra Ministero della Salute, quello degli Esteri e quello dei Trasporti (almeno accordarsi sulla documentazione necessaria per viaggiare).

            Quanto alla rigidità delle misure restrittive, non sarebbe meglio concentrarsi sulla percentuale di letti ospedalieri impegnati piuttosto che sui numeri di positivi? Negli Usa, ad esempio il 30% di pazienti in ICU (unità di terapia intensiva) viene considerato un alto “stress” al sistema e quindi impone misure restrittive, mentre é considerata “critica” la soglia del 90% dei letti per i ricoveri in ospedale dei positivi. In Italia, le misure restrittive vengono applicate subito in base al numero di soggetti positivi, con la filosofia che “prevenire è meglio che curare”, che però sta causando costernazione e resistenza da parte della gente che é ormai refrattaria alle limitazioni.

            Infine, perché non mettere a buon uso le centinaia di virologhi usciti come funghi dalle reti TV e giornali e far scegliere a loro un portavoce a livello nazionale (l’equivalente di un Dr. Fauci negli Usa), senza lasciare il compito a Maurizio Crozza? Invece l’Italia ha avuto personaggi imposti dalla politica come un portavoce sulla pandemia che é un pediatra ed un coordinatore nazionale per l’emergenza senza esperienza di gestione di crisi. 

            E come ultima osservazione, citiamo la “Vaccination Credential Initiative”, un piano da parte delle società di tech e di sanità americane per verificare le persone vaccinate e che permette di accedere ai locali pubblici grazie a “credenziali” inserite in un codice QR (oppure fornendo le generalità). Cosa che si dubita verrà permessa nell’U.E.

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Dom Serafini

Domenico (Dom) Serafini, di Giulianova risiede a New York City ed è
il fondatore, editore e direttore del mensile “VideoAge” e del quotidiano fieristico VideoAge Daily", rivolti ai principali mercati televisivi e cinematografici internazionali. Dopo il diploma di perito industriale, a 18 anni va a continuare gli studi negli Usa e, per finanziarsi, dal 1968 al ’78 ha lavorato come freelance per una decina di riviste in Italia e negli Usa; ottenuta la licenza Fcc di operatore radio, lavora come dj per tre stazioni radio e produce programmi televisivi nel Long Island, NY. Nel 1979 viene nominato direttore della rivista “Television/Radio Age International” di New York City e nell’81 fonda il mensile “VideoAge”. Negli anni successivi crea altre riviste in Spagna, Francia e Italia. Dal ’94 e per 10 anni scrive di televisione su “Il Sole 24 Ore”, poi su “Il Corriere Adriatico” e riviste di settore come “Pubblicità Italia”, “Cinema &Video” e “Millecanali”. Attualmente collabora con “Il Messaggero” di Roma, con “L’Italo-Americano” di Los Angeles”, “Il Cittadino Canadese” di Montreal ed é opinionista del quotidiano “AmericaOggi” di New York. Ha pubblicato numerosi volumi principalmente sui temi dei media e delle comunicazioni, tra cui “La Televisione via Internet” nel 1999. Dal 2002 al 2005, è stato consulente del Ministro delle Comunicazioni italiano nel settore audiovisivo e televisivo internazionale.

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