Opposizione? È necessario riavvolgere il nastro.

Riceviamo e pubblichiamo

Egregio Direttore Sodano, esimio Prof. Pacelli,
apprezzo molto i vostri “dialoghi”, ospitati nella rubrica di Moondo “Parola di Direttore”.
Credo sia un tentativo intelligente di scuotere l’opinione pubblica, sollevare gli animi, indurre alla riflessione, suscitare indignazione, a volte. Ma allo stesso tempo mi sembra che, in alcuni casi, manchi la soluzione. Leggo spesso prese di posizione nette e critiche, ma non la via d’uscita, o almeno quella che voi certamente intravedete all’orizzonte. Ma forse è solo questione di tempo… almeno spero!
Ed allora ben venga questa apertura al dialogo con i lettori, animata dalla voglia di capire se esiste ancora un’opposizione in questo paese, cui cercherò di portare il mio modesto contributo, da elettore di sinistra.
Nell’ultima lettera pubblicata si sosteneva la tesi che una opposizione non esiste in questo momento in Italia, mentre quella precedente era incentrata sulla riflessione che senza il binomio partito-programma ci sono solo promesse. Concordo con entrambe le affermazioni, ma vorrei provare a ragionare sul perché siamo arrivati a questo punto.
La fine dei partiti d’opposizione in Italia coincide, a mio avviso, con la fine del PCI, a sua volta “finito” con la fine dell’ideologia comunista. Il partito comunista italiano era infatti un partito fortemente (azzarderei, un “quasi esclusivamente”) ideologico. Il programma di governo veniva dopo, mentre il governo non è venuto mai. Tramontata l’ideologia che teneva unito il tutto, il partito si è sbriciolato in più “succursali”: quella dei duri e puri, l’anima più progressista, quella che strizzava l’occhio al centro.
A questo punto “il programma” (ed il binomio partito-programma) si è preso la sua rivincita: salendo in cattedra. È proprio con il “programma di governo” che si è tentata la scalata al potere (Prodi, D’Alema e l’Ulivo). Vi sarà facile ricordare la centralità che questo aveva, anche nelle dichiarazioni dei leader dell’epoca. Si vincono persino le elezioni con quel programma, ma poi sono gli stessi partiti di sinistra che l’hanno sottoscritto (uno in particolare) a decretarne anzitempo la fine. Il programma, da solo, non ce l’ha fatta.
Se il programma fallisce e non tiene uniti, serve qualcosa di più forte: un “patto con gli elettori!” La speranza è che un “centro-sinistra” unito (nel frattempo la sinistra, da sola, non basta più, aggiungiamo il centro…) ce la possa fare. E ce la fa. Non abbiamo più una forte ideologia, non un programma, ma abbiamo un patto che ci unisce, con cui vinciamo (pareggiamo, per la verità’) le elezioni! Alle Europee addirittura sbanchiamo al botteghino elettorale. È fatta! Ci aspettano anni di eterna gloria.
Ed invece è l’inizio della fine. Ma come è possibile!?
È possibile perché non solo non abbiamo più un’ideologia ad unirci, non abbiamo più un programma, non abbiamo più neanche gli elettori! Perché dopo pochi mesi è chiaro a tutti (tranne ai nostri leader politici) che i “nostri elettori” non sono quelli che ci hanno votato, non quelli che pensavamo fossero! Operai? Pochi. Impiegati? Qualcuno in più, ma meno del previsto. Giovani? Questi poi chi l’ha visti? Ma allora chi c’ha votato? Piccoli imprenditori tartassati da una pressione fiscale senza precedenti, che vedevano gli aiuti di stato solo per le grandi aziende e che speravano in un cambiamento, partite IVA, professionisti, docenti e tanti lavoratori precari altamente scolarizzati. In pratica il nostro elettorato non e’ più “classe operaia”, bensì quella classe sociale che un tempo avremmo chiamato “piccola borghesia”, insieme a quelli che, partendo da genitori operai (dopo anni di studio e sacrifici) speravano di diventarlo.
E allora? E allora quello non era il “nostro” elettorato! Semplice. O meglio non lo era per quelli che erano stati eletti per rappresentarlo (stando ad alcune dichiarazioni alcuni non l’hanno ancora capito). E così siamo implosi.
Oggi, senza un’ideologia forte, senza un programma, senza conoscere il nostro elettorato, vaghiamo senza meta come zombie. Può esserci qualcosa di peggio?
Ed allora? Visto che ho iniziato la lettera con una richiesta a proporre soluzioni, provo a dare la mia: riavvolgere il nastro, ripartire dalla fine. Chiedersi chi è il nostro (nuovo) elettore. Con umiltà e pazienza iniziare un percorso per conoscerlo a fondo, senza remore, senza gli schemi mentali e retaggi del passato. Sulla base delle nuove esigenze costruire insieme (affiancando al lavoro svolto nelle sedi di partito quello reso possibile attraverso l’utilizzo della Rete e delle nuove tecnologie) un programma. Infine, puntare a ricostruire una ideologia forte, che faccia da argine all’avanzata dell’ideologia di destra (questa mai tramontata). Ad esempio basandola su un’idea di sviluppo ed integrazione sociale di stampo europeista e progressista.

Ripartire si può. Si deve.
Imparando dagli errori, avendo bene in testa che gli elettori non sono “nostri”, perché il voto dato al politico non è mail il SUO, ma sempre di chi ha deciso di darglielo.

Spero che il mio contributo possa essere utile al dibattito e ringrazio anticipatamente qualora voleste pubblicarlo.

Marco Agorato

P.S.

Se vuoi proporre il tuo contributo al dibattito scrivi a info@cudriec.com

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Redazione

Direttore responsabile: Giampaolo Sodano - Direttore del Magazine: Eugenio Santoro

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