Lettera da

Primavera a New York

Finalmente a New York è arrivata la primavera: Central Park incanta con i suoi colori pastello, teneri e delicati, e nei prati sbocciano forsizie e ciliegi, accogliendo una folla che può godere del tepore di aprile e della vicinanza (a sei piedi di distanza, per carità!) di altri umani anche se rigorosamente “mascherati”.
Questa tanto attesa sensazione di libertà è palpabile e contagiosa.
Si schiudono i fiori e si riapre la città: le restrizioni pandemiche piano piano si ammorbidiscono e il nuovo “normale” comincia a prendere forma.

I cinema sopravvissuti alla crisi economica propongono film in gran parte già godibili da casa, ma per il pubblico che ama l’emozione del grande schermo e delle spropositate scatole di popcorn, le proposte sono comunque attraenti. Lo Yankee Stadium celebra la prima partita di baseball aperta ai fan per la prima volta da più di un anno, e le metropolitane si riempiono di tifosi con le tipiche magliette a strisce azzurre. I ristoranti accolgono clienti non più solo nelle aree esterne, costruite mangiandosi via pezzi di marciapiede o posti macchina, ma ora anche, timidamente, nelle sale interne. Le scuole primarie riaccolgono bimbi e maestri dopo un periodo di digitalizzazione forzata le cui conseguenze sociali capiremo solo tra qualche anno. Le finestre buie dei palazzi dell’Upper West e East Side, svuotatisi dei newyorkesi benestanti che si erano trasferiti nelle seconde case nel Connecticut o upstate, alla sera ora si illuminano.

Anche i negozi hanno ripreso il loro via vai di clienti stanchi di Amazon o di vetrine virtuali, finalmente in grado di toccare con mano merce e carta di credito. E il bel traffico newyorkese ha ripreso in tutto il suo delirio: forse meno taxi gialli e più
Uber o Lyft, ma la città è decisamente tornata a pulsare.
È un contrasto straordinario con la città apocalittica dello scorso giugno; nel pieno della pandemia e delle proteste dei movimenti per la giustizia sociale, New York si era improvvisamente fermata, mostrandosi distopica e inquietante: strade deserte di macchine e di umani, uffici svuotati, metropolitane chiuse, graffiti sulle infinite tavole di compensato usate per sprangare i negozi della città.
In tanti abbiamo pensato di andarcene, di lasciare questo posto che, non più aperto, cordiale e invitante (mitica meta di noi immigrati), ora si era mostrato minaccioso, sinistro, sbarrato.

Ma abbiamo resistito: come dopo il tragico 11 settembre, New York si sta rialzando perché nel suo DNA non è solo the city that never sleeps ma anche the city that never gives up.
E finalmente a New York è tornata la primavera.

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Elena Addomine

Elena Addomine, cresciuta a Milano e adottata da New York negli anni ’90, ha svolto attività informatiche manageriali consulenziali per grandi aziende per un paio di decenni per poi approdare al coaching per lo sviluppo della leadership, di cui ora si occupa a tempo pieno. Al piacere del lavoro affianca una profonda passione per la letteratura e la poesia, e dal 2020 è presidente di Oplepo, con cui ha pubblicato molti scritti tra cui “Forme for me, traduzioni omografiche.” Molto impegnata nel volontariato cittadino newyorkese, partecipa attivamente a varie cause, dal sostegno ad artisti che vivono in sezioni non privilegiate della città, alla cura e conservazione del quartiere di Harlem, dove vive con suo marito. Pianista amatoriale, è madre di due figli ormai adulti e madre adottiva di due gatti e di un pappagallo la cui vita sembra essere eterna.

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