Diciamocelo subito chiaramente: un libro, da solo, non ha le braccia per smantellare un sistema economico o le gambe per andare in parlamento a cambiare le leggi.
Quindi, se la domanda è “può un libro agire direttamente sulla realtà?”, la risposta tecnica è no.
Tuttavia, se guardiamo alla storia, i libri sono spesso stati la scintilla o la mappa per i cambiamenti strutturali.
Ecco come un libro può effettivamente “risolvere” pezzi del problema:
1. Fornisce il linguaggio per combattere.
Molte dinamiche del patriarcato o del gender pay gap sono invisibili finché qualcuno non dà loro un nome.
2. Cambia la percezione del “normale”.
Il patriarcato si regge sull’idea che certi ruoli siano “naturali”.
Libri come quelli di Azzurra Rinaldi o Donata Columbro possono smontare con i dati l’idea che le donne siano “meno portate” per le materie STEM o che il gap salariale sia solo frutto di “scelte personali”.
3. Crea massa critica
I libri (pensiamo a Il secondo sesso di de Beauvoir) agiscono come collante sociale.
Il libro è lo strumento di navigazione, ma la nave si muove solo se le persone decidono di remare. Il gender pay gap si risolve con un mix tra:
– leggi (trasparenza salariale obbligatoria);
– sanzioni per le aziende che discriminano;
– servizi (asili nido, congedi di paternità paritari). Su questo fronte in Italia siamo messi piuttosto male, in tutti i sensi.
Un libro non firma decreti, ma può convincere le persone che quei decreti sono necessari e urgenti. Senza la teoria, la pratica è cieca; senza la pratica, la teoria è solo carta.
Un libro da solo non può portare quel cambiamento culturale che è necessario se vogliamo affrontare e risolvere il problema del gender pay gap e del patriarcato, però può avviare un movimento inarrestabile. Finora non c’è stato il libro che ha scalfito il muro, ma prima o poi quel libro arriva. Spero di vederlo presto.
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