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Raggi: da bollente a bollita. Epilogo di un disastro

La storia, pardon, la cronaca di 5 anni e 1/2 di mandato come sindaco di Roma della signora Virginia Raggi, ad essere generosi, non va al di là di quelle tre parole: bollente, bollita, disastro.

Salita al Campidoglio sull’onda di un successo strabiliante, si è effettivamente trovata a gestire, come si usa dire, una patata bollente lasciatale in eredità dal suo predecessore, Ignazio Marino, per cacciare il quale si dovette ricorrere alle carte bollate convalidate da timbro notarile.

Che potesse fare peggio sembrava impossibile. Ma, gli Dei capitolini l’hanno protetta e guidata con mano: ha superato l’Ignazio e surclassato tutti i predecessori. Ha chiuso col botto, quasi alla Nerone, un ponte bruciato alla vigilia delle elezioni e 30 autobus il giorno dopo. Altro che medaglia olimpica, un record imbattibile che resterà, questo si, nella storia.

L’elettorato ha attribuito alla Raggi, al contrario, l’onore riservato al romano Pontefice nuntio vobis mgno gaudio, rimandandola a casa! In effetti la città è intimamente in festa. E’ stata dura, ma l’operazione di sfratto è riuscita, con lo scorno della maglia nera come ultima classificata tra i concorrenti di rispetto.

La Signora (la Raggi, non la Juventus) ha comunque riportato un bel pacchetto di voti, intorno al 19 per cento, un bonus che potrebbe essere speso validamente nell’imminente ballottaggio per l’elezione del successore. Però, la sua prima dichiarazione smorza l’entusiasmo dei concorrenti, quei voti – ha detto – sono suoi e se li tiene stretti, gli elettori non sono pacchi da spostare di qua o di là.

La Raggi è stata da poco cooptata nel quadrunvirato dei 5Stelle che dovrà supportare e coadiuvare l’ex premier Giuseppe Conte nel rilancio del Movimento. Un atto consolatorio ad personam politicamente rilevante. E, qui nasce un problema. 

Il Movimento, dove più dove meno, è apparentato con il Pd. E, il candidato del partito democratico, Roberto Gualtieri, è arrivato al ballottaggio. Quel pacchetto di voti sarebbe essenziale per  vedersela con  Enrico Michetti del centro destra.

Potranno i 5Stelle tirarsi indietro nel momento del bisogno? La partita va oltre l’alleanza per il sindaco della Capitale, riguarda le prospettive del futuro, dall’elezione del prossimo presidente della Repubblica alle politiche che seguiranno al massimo dopo un anno. 

Il capo del movimento, Giuseppe Conte, nella costruzione del rapporto con il Pd dovrà affrontare questo primo ostacolo, smentire, lui appena eletto, un quadrunviro storico, come Virginia Raggi. 

L’ex premier ha indubbie capacità dialettiche, ma sarà dura smuovere le cocciutaggine dell’ex sindaca. Dopo la sconfitta, lo scorno sarebbe atroce per un personaggio che, nella scala da 1 a 10, si è  accreditata un voto pari a 9 nella valutazione dell’opera compiuta al Campidoglio.

Lo stesso Conte è già svantaggiato nel confronto in corso con il suo omonimo del Pd, Enrico Letta, che vanta di aver riportato in alto il suo partito ed anche la personale elezione a deputato di Siena. La debordante perdita di voti dei 5Stelle ha sparigliato le carte. Un’intesa alla pari è sfumata, esiste solo la subordinata di accodarsi al Pd, in una sorta di movimento satellite, o andare ciascuno per la propria strada, coincidenti fintanto che dura l’alleanza del governo guidato da Mario Draghi, ma destinate, poi, a divaricarsi. 

Chiamato al vertice del movimento come risanatore, Giuseppe Conte non accetterà mai la veste di liquidatore. Ha già detto che quello affidatogli è un compito ingrato, non ci sarà quindi  da meravigliarsi, nel caso di uno scontro interno con la vecchia guardia spalleggiata da Beppe Grillo, se da qui a non troppo tempo decida di piantare baracca e burattini.

Il problema si sposterà allora nel campo del mancato alleato, Enrico Letta, indebolito per un progetto di allargamento della sua area politica rimasto a metà o, addirittura, rinculato indietro. 

Qui viene in luce un altro aspetto del risultato elettorale dei giorni scorsi. Non c’è dubbio che il Pd abbia vinto, ma è una vittoria che appare regalata dal harakiri del centrodestra, dimostratosi del tutto incapace di raggiungere e mantenere un’alleanza nei fatti concreti piuttosto che nei proclami di piazza.  

Salvini e la Meloni hanno fatto la figura dei famosi polli di Renzo, che continuavano a beccarsi tra loro mentre erano già destinati alla pentola. Se il loro candidato sindaco di Roma, Enrico Michetti, dovesse perdere il ballottaggio, Lega e Fratelli d’Italia finiranno ai ferri corti, probabilmente ai coltelli. 

Entrambi hanno dimostrato di non esser all’altezza dei compiti, altro che leadership per la guida del governo nazionale, ben che vada governeranno qualche provincia e comune minore. Hanno raggiunto un limite che appare insuperabile.

Due dati su tutti: a Roma, dove la destra è storicamente forte, la Meloni ha preso meno voti del neofito partito di Calenda  (17,5 contro 18,4); nella sua roccaforte di  Milano la Lega ha fatto flop, dal 27,4 delle europee al 10,8, sedici punti abbondanti in meno in due anni. Nel suo partito, la Meloni non ha rivali, nella Lega i concorrenti sono già sul piede del confronto aperto e il Capitano sentirà presto il suono della campana.

In mezzo ai due, Silvio Berlusconi si sbraccia a predicare un’unità improponibile e comunque perdente. Ha portato il suo candidato, Occhiuto, a vincere le regionali di Calabria, ma lì finisce. 

Anziché cullarsi in sogni impossibili (il Quirinale), dovrebbe ripercorrere criticamente  a ritroso l’ultimo decennio, ragionando pacatamente sul madornale errore compiuto con lo strappo del cosiddetto patto del Nazareno, il cordiale entente, che il Letta, quello vero, Gianni,  aveva raggiunto con il Pd guidato da Matteo Renzi. 

Quella era stata la grande occasione per rimettersi al centro della politica nazionale, convogliando le sue forze elettorali, al tempo ancora cospicue, verso la formazione di un’area liberal riformista di stampo europeo. La regressione verso destra, una destra populista, antieuropea, anti moneta unica, anti no tav anti no vax, ha condotto se stesso e Forza Italia a ruoli comprimari.

La possibilità e il compito di dare consistenza, all’area liberal riformista sono passati di mano. Il segnale venuto dall’affermazione romana di Calenda è quanto mai positivo, se tutti i possibili protagonisti, da Area a Italia Viva, dai radicali ai Verdi, finanche a esponenti di Forza Italia, si impegneranno e lavoreranno convinti per realizzare una struttura organizzata, anche solo consociativa, si aprirà una stagione nuova nel panorama politico italiano. 

Fare voti perché non sia solo una speranza.

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Gianfranco Salomone

Giornalista - Già Direttore Generale Ministero del Lavoro

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