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Social e politica

Il tema aperto dalla “censura” dei social network al Presidente Trump ha portato alla luce del sole la questione del rapporto tra dimensione politica e social network.
La traslazione delle forme relazionali, sviluppata dalla estensione digitale dei propri sensi e la potenziale connessione con “il resto dell’umanità”, oltre ad essere una illusione, rappresenta un sedimento complesso da maneggiare. Le implicazioni soggettive che la realtà dei social sovrappone alla “vita reale”, infatti, produce processi illusori ai quali è complesso rispondere con la logica binaria dei social stessi: “like” o “unlike”.

L’innervarsi di strutture sociali così diffuse e pervasive ha prodotto cambiamenti che attraversano classi sociali, generazioni, identità nazionali o locali, ideologie o credenze spirituali. Il senso della partecipazione ai processi comunicativi e sociali di massa e la possibilità di innescare fenomeni in grado di uscire dai confini digitali e riversarsi nelle piazze e nella materialità della vita reale, si somma all’illusoria percezione che la potenza “teorica” del mezzo si dispieghi nella reale capacità del singolo.

Molti sono portati a credere che il rapporto comunicativo sia realmente bidirezionale e paritario ma così non è e la concreta forma dei flussi di comunicazione “industrializzati” (che poggia sul binomio credenze-aspettative che spesso il livello del consumo garantito dal ciclo economico non riesce più a soddisfare) è in mano a strutture potentissime che sono in grado di indirizzare il “senso” della percezione degli avvenimenti e, spesso, anche a inventarlo di sana pianta.

Pochi sanno che “scrivere su Facebook” o su “Twitter”, Istagram, Tik Tok, ecc…, non equivale a “dirlo al mondo”. Il post pubblicato verrà letto da una manciata di persone, ma saranno le strutture industrializzate ad utilizzare quella nostra ramificazione per indurci a comunicare ad essa “proprio il messaggio che ci ha fatto vedere indirizzandolo sulla nostra pagina e che noi condividiamo tanto proprio nella sua essenza”. Sono vere e proprie “info-bolle” o “bolle di senso” entro le quali siamo relegati peggio che in una prigione senza sbarre che ci illude di essere nel mare aperto. La realtà del funzionamento è ancora più complessa e preoccupante ma non serve per questo ragionamento.

Dal fenomeno Cambridge Analitica in poi l’arcano è svelato e la potenza della generazione dei flussi informativi “industrializzati”, percepiti e strutturati come se fossero messaggi di semplici cittadini “che sanno”, ha già svelato la propria potenza nella stagione che fu chiamata “la primavera araba”. A distanza di un decennio quelle stesse forme e la potenza dei flussi social si schianta sui meccanismi democratici e difficilmente si potrà tornare indietro se non con un cambiamento radicale della stessa forma dei social.

Fenomeni come QAnon sono i figli di un “processo industrializzato di costruzione del senso” portato alle estreme conseguenze e che sta arrivando a trasformare la stessa sfera del politico. Se potessimo seguire a ritroso i fili decisionali che hanno portato a costruire questi flussi di comunicazione e le decisioni sui contenuti da veicolare probabilmente scopriremo che chi aveva paura di essere scoperto di aver mangiato la cioccolata… ha messo in piedi una macchina poderosa per accusare gli altri di aver mangiato la cioccolata e provare a mettersi a capo della rivolta di chi la cioccolata non l’ha mai mangiata o non se la può più permettere. Si potrebbero fare degli esempi esplicativi non solo nel campo politico ma anche religioso a partire dallo scontro all’interno del Vaticano.

“Quando la velocità degli avvenimenti si avvicina alla velocità del flusso comunicativo la forma della politica assume quella del struttura della comunicazione”, scrivevo a commento delle primavere arabe e la vicenda Trump certifica tale asserzione. Infatti, non si può dire che il Presidente USA sia stato censurato. Volendo (ma non ha voluto…) avrebbe potuto usare decine, centinaia di canali comunicativi per dire la sua in quelle ore drammatiche. Ma ha rinunciato ad usare i media “tradizionali” perché le sue parole avrebbero assunto il tono dell’ufficialità e sarebbero state “mediate” dal giudizio, esplicito e pubblico, di commentatori e altri politici. La forma della politica social, invece, taglia le mediazioni, “disintermedia” come si dice oggi, ma le consegna ad ingranaggi,  “oscuri agli stessi utilizzatori/fruitori” che si illudono di avere un “rapporto diretto” con il personaggio o il leader e di ricevere da lui il “privilegio” relazionale di un potenziale “scambio” comunicativo che quasi nella totalità dei casi si risolve nel “rilancio” della affermazione “del capo”.

La struttura democratica delle società poggiava sulla consapevole percezione/coscienza dell’appartenenza sociale che convogliava interessi collettivi e li faceva esprimere attraverso l’atto del voto. L’iniezione del fluidificante relazionale del mondo social strutturato per il marketing (l’estrazione dei dati, la profilazione sempre più estrema a fini commerciali) ha prodotto un effetto collaterale devastante: da un lato ha consegnato a strutture potentissime economicamente di mascherarsi da semplici cittadini e di inoculare messaggi che servono ai loro scopi politici immediati e di lungo periodo, dall’altro ha smontato la percezione/coscienza della propria reale condizione di vita e trasformato l’idea di società in una “semplice sommatoria” di individui rappresentati tutti con le stesse potenzialità relazionali sociali e condizioni di partecipazione alle dinamiche economiche. La democrazia non poggia più sulle fondamenta che l’aveva creata e agli scricchiolii, che si avvertono sempre più evidenti e preoccupanti, non si può rispondere con qualche pezza a colori.

Si discute molto di come intervenire sui social. Molti parlano di interventi antitrust sulle società proprietarie. Personalmente credo che quelle forme di riduzione del “potere economico” a livelli di compatibilità politica siano da perseguire sempre, anche in questo caso, ma che non risolvano la “qualità” del problema. Penso, invece, che sia giunto il momento di una riforma più drastica: occorre riportare la forma dei “social” alla loro ispirazione originaria (quella di connettere gli amici) e rafforzare le forme e le possibilità delle trasmissione di contenuti di massa, con nuove forme di agevolazioni tecnologiche.

In altre parole, i social devono tornare a connettere persone che si conoscono realmente e in un numero “congruo” alla reale struttura relazionale dell’individuo mentre occorre incentivare lo sviluppo di piattaforme di comunicazione “da uno a molti” più semplici da gestire degli attuali siti e sostanzialmente “unidirezionali”. Un intervento utile a ridurre la pervasività dell’estrazione dei dati e del controllo delle piattaforme social sui partecipanti al gioco e ampliare il pluralismo informativo e comunicativo. Nessuna voce deve essere oscurata ma la democrazia va tutela e rafforzata superando l’attuale deriva che ne sta minando le forme di partecipazione.

È la forma della struttura comunicativa che deve cambiare se vogliamo salvare la democrazia e dobbiamo avere il coraggio di dire (garantendo la massima possibilità di parola e di espressione) che è la democrazia, che è la “sfera del politico”, a dover normare le forme dello scambio comunicativo necessario alla democrazia stessa (mai i contenuti, ovviamente) e non la struttura della tecnologia e del controllo sociale a decidere le forme della politica, delle istituzioni decisionali collettive.

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Sergio Bellucci

Sergio Bellucci, giornalista e scrittore, dirigente politico e manager, ha scritto numerosi editoriali, articoli e saggi sui temi della comunicazione e della società dell'informazione. Membro del Comitato d'Onore dell'Osservatorio Internazionale sull'Audiovisivo e la Multimedialità (OIAM) della Fondazione Roberto Rossellini per l'Audiovisivo. È stato dipendente del gruppo Fininvest dal 1978 e fino al 1993, durante tale periodo ha svolto anche attività sindacale nella CGIL come membro della Segreteria Nazionale della FILIS. Dal 1995 al 2006 è stato responsabile nazionale della Comunicazione per il Partito della Rifondazione Comunista. Dal febbraio del 2013 è direttore del quotidiano Terra e nel 2014 è diventato Presidente della Free Hardware Foundation Nel libro E-work. Lavoro, rete e innovazione analizza l'impatto delle nuove tecnologie digitali sulla vita umana con una particolare attenzione al mondo del lavoro. Secondo le sue analisi, l'avvento del digitale comporterebbe una "nuova organizzazione scientifica del lavoro", definita "taylorismo digitale", attraverso un impiego distorto della rete. Nelle tesi di E-work si prospetta la nascita del "lavoro implicito", il lavoro effettuato obbligatoriamente, senza nessuna retribuzione e attraverso strumentazione a carico del lavoratore, che le piattaforme digitali stanno espandendo nel loro ciclo produttivo. Insieme a Marcello Cini ha scritto “Lo spettro del capitale. Per una critica dell'economia della conoscenza” analisi del cambiamento epocale del capitalismo avvenuto negli ultimi venti anni: il passaggio da un'economia materiale ad un'economia immateriale, che produce un bene intangibile e non mercificabile: la conoscenza.

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