Società “civile”? Giornate di immaginaria giustizia

La settimana passata ha visto cuocere al fuoco di presunta giustizia un leader politico che ha avuto il torto di giocare il ruolo di rottamatore del vecchio moloch comunista, dei sempre diversi puri e duri che salvarono la faccia (e chissà se altro) grazie al compagno Greganti che prese sulle proprie spalle la responsabilità delle storiche campagne di finanziamento nazionali e sovietiche alla ditta del Pci. 

Lo stesso personaggio, Matteo Renzi, l’estate scorsa, ha compiuto altro grave delitto, mettendosi di traverso al tentativo Salvini – Zingaretti di andare ad elezioni anticipate e aprendo la strada per il governo ora in carica.

Non va dimenticato che ancora Lui tentò una riforma costituzionale che, qualora non fosse stata bruciata dal referendum, avrebbe reso l’Italia più moderna e civile. Ma, insomma, che pretende costui? Va bene una  volta, passi la seconda, però alla terza ecco che arriva la botta.  E lì, tutti a fregarsi le mani.

Un’indagine che sembra a mezza via tra un ‘azione giudiziaria e un intervento politico istituzionale ha scatenato una canea di accusatori in assenza di voci garantiste, tranne una, quella di Vittorio Feltri, direttore di Libero che pur non avendo dichiarate simpatie per Renzi, ha indossato i panni nobili propri di chi ha rispetto dei valori costituzionali e del principio dell’innocenza fino a prova contraria.  

Matteo Renzi

Il silenzio assordante dei cultori della “più bella Carta del mondo” la dice lunga circa il grado di CIVILTA’ giuridica e politica che vige oggi in Italia. Il Paese  sembra tornato ai secoli bui del medioevo, dominati dalle vendette, dalle faide e dagli assassinii, non cambia se carnali o politici, è solo il segno dei nuovi tempi. Omertà e silenzio al posto della violenza col sangue, ma sempre violenza.

Qualche considerazione va fatta non tanto sul comportamento di certa stampa, per la quale una soffiata di notizia, vera o falsa fa sempre uno, è manna dal cielo per sparare un titolone, arricchito di foto, in prima pagina, con nostalgia per il vecchio tintinnar di manette.

Le considerazioni, oggi, riguardano l’azione di settori della magistratura che appaiono talvolta dubbi e correlati da fughe del segreto istruttorio. Il CSM (consiglio superiore della magistratura) non è mai colto dai dubbi che nutruno l’opinione di comuni cittadini, quasi che la società civile italiana sia ormai divisa in due categorie, gli intoccabili e i vinti.

La Giustizia, in suo nome giudici e magistrati, non deve dichiarare guerra al resto della società nazionale, fatta di individui e soggetti diversi buoni e cattivi,  deve discernere e colpire là dove c’è da colpire, non spare nel mucchio e chi coglio coglio. 

Questo porta a dire due cose, primo che c’è urgenza della separazione delle carriere tra i procuratori che svolgono le indagini e i magistrati che giudicano nei processi, è la garanzia minima, la terzietà, che si deve a chi è chiamato in tribunale.

Seconda osservazione, è necessario un percorso di formazione continua per gli operatori della giustizia. Che direbbe qualcuno di loro se venisse messo nel tritacarne della stampa per eventi da accertare e definire? La Giustizia, quella con la “g” maiuscola, è un’idea alta di religione. Si segua allora  il metodo ordinario dei religiosi, dai trappisti (che non parlano per vocazione), ai domenicani (che pensano), ai francescani (che mandano laudi al Signore), ai gesuiti (che insegnano la dottrina della fede), tutti questi ordini sono soliti riunire i loro appartenenti per ritiri spirituali, per riflettere sulle cose della religione in rapporto al mondo in cui vivono. Lo fanno nei conventi, nelle abazie, dove vivono in celle, in preghiera in confronto  e in ascolto.

Trasferita sul piano laico, l’idea è semplice. Ogni tre-quattro anni, riunire a gruppi per una settimana, donne e uomini delle carriere giudiziarie, per studiare, per riflettere sul loro mandato, sul modo che lo seguono, sui comportamenti davvero morali che li ispirano. I luoghi per accoglierli non mancano, basta attrezzare al meglio, con tutti i confort,  gli istituti dismessi collocati  sulle più belle isole del mare italico.  Sarebbe un bagno salutare  di umiltà e di umanità.

 Dante direbbe: “che ‘ntender non la può chi non lo prova”. 

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Gianfranco Salomone

Giornalista - Già Direttore Generale Ministero del Lavoro

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