Spaghetti alla poverella. Photo credit: Tripadvisor - La Piccola Cuccagna
Nella Roma di un paio di cento anni fa per molte famiglie anche un piatto di spaghetti costituiva un problema economico difficile da risolvere. La scena della “famja poverella” di cui parla Gioacchino Belli, tanto per rendersi conto della difficoltà per molti di mangiare tutti i giorni, era piuttosto modesta: “du fronne (foglie) d’insalata” e una frittata così sottile da essere trasparente accompagnati da un boccaletto (piccola caraffa) di vino dei castelli.
Il bisogno aguzza l’ingegno: gli spaghetti alla poverella ne sono una prova. Per prepararli bastava uscire di casa e raccogliere una manciata di quella cicoria selvatica che non mancava mai tra le rovine dell’antica Roma o nei prati che erano allora numerosi tra i palazzi della città.
Tornati a casa, lavata la cicoria, fatta a pezzi, bollita qualche minuto per toglierle l’amaro, veniva scolata e versata in una padella dove in un buon olio (ad link) caldo già saltellava uno spicchio d’aglio tagliato a metà. Qualche minuto di cottura ed il condimento per gli spaghetti era pronto senza grande spesa. Una variante alla cicoria era il pane duro grattugiato: un mezzo cucchiaio di esso tostato in una padella prima di aggiungervi l’olio e aglio, oltre ad una punta eventuale di peperoncino, rendevano gli spaghetti lessati al punto giusto saporiti e gradevole al palato con poca spesa.
Altra alternativa, per chi poteva permettersi l’acquisto di conserva di pomodoro necessaria, era il “sugo finto” cioè senza la carne tritata necessaria per preparare il ragù, un segno questo delle buone condizioni economiche della famiglia. La domenica mattina c’era chi lasciava aperta la finestra della cucina affinché si diffondesse l’odore del ragù che si stava preparando in quella casa, determinando l’invidia di chi doveva accontentarsi del “sugo finto”. Ancora lontani i tempi del sugo di pomodoro in barattolo…
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