Streaming e cultura… digitale

Quando una parola entra nel dizionario provenendo da una lingua che non è quella nativa, è normale che assuma un significato diverso dall’originale. Il Covid ha fatto diventare comune in tutte le lingue la parola “streaming” che, per chi non sia inglese, significa solo un flusso di dati stabile e continuo che permette di trasferire le forme mediali da un centro alla periferia della rete: dal produttore all’utilizzatore. Detta così è solo una tecnologia di trasmissione, invece, leggendo e ascoltando chi lavora nel settore del turismo e della cultura mi è venuto il sospetto che abbia assunto, nelle pieghe profonde del pensiero, il significato di “un ripiego”.

I teatri sono chiusi per via della pandemia e l’unico modo per continuare a produrre e a fruire di uno spettacolo, di un concerto, è mettersi di fronte al computer di casa, sperando di avere presto il vaccino per fare a meno di questa orrenda abitudine.

Ho partecipato la scorsa settimana ad una tavola rotonda su un tema che riguardava la politica culturale italiana alla fine degli anni ‘70, uno di quegli eventi che, in una grande città, vengono di solito ospitati nelle librerie o nei circoli culturali. Per i noti motivi che descrivevo poc’anzi il tutto è avvenuto “in streaming”. Una sensazione non bella per la verità, molto diversa dal solito, il pubblico era visibile attraverso puntini colorati senza volto e senza età, il loro livello di attenzione non poteva essere percepito, misurato al volo per poter modificare in tempo reale il proprio sentiero di persuasione. Nemmeno gli altri delegati erano visibili tranne, a volte, il moderatore. L’impressione peggiore era quella di essere soli di fronte ad uno specchio, la negazione stessa dell’idea di dialogo. Con questo in mente ripensavo al dibattito il giorno dopo quando, una telefonata da Parigi, di un amico che aveva assistito alla tavola rotonda, ha spinto lo streaming all’interno di un piccolo vantaggio che la libreria o il circolo non avrebbe potuto avere. Se non ci fosse stato il Covid e quel “ripiego”, il mio amico non sarebbe certo venuto da Parigi a Roma per ascoltare il dibattito. Forse lo “streaming” non è solo un male.

Facevo l’esempio del teatro e dei concerti perché nulla potrà mai sostituire la magia di una presenza scenica o del suono e dell’esecuzione dal vivo. I movimenti degli attori e dell’intera macchina teatrale di fronte all’occhio dello spettatore permettono di seguire, scrutare, analizzare, mettere a fuoco o solo di ascoltare volgendo lo sguardo alla cornice fastosa e monumentale che i teatri Italiani offrono; è una esperienza insostituibile. L’esecuzione di un brano musicale in una chiesa per il cui culto è stato immaginato e composto, un concerto in un museo dove i reperti della storia della civiltà danno un corpo alla invisibile potenza scaturita dall’aria che vibra, sono componenti essenziali di un complesso sistema di stimoli che, nel cervello, aprono porte chiuse da tempo, estraggono esperienze passate, le convertono, le ordinano le impacchettano pronte ad essere spedite come conoscenza fatta in quel luogo e solo in quella occasione. Per questo si chiama “dal vivo” è la vita che si forma intorno alla forza dell’arte e del racconto.

Lo spettacolo in “streaming”, ossia in un altro ambiente e per un altro scopo, ha altre caratteristiche: la visione vincolata dallo sguardo della macchina da presa, i carrelli a sottolineare, descrivere e amplificare le azioni di scena così come il regista le ha concepite, sono altro, altre emozioni, altre esperienze. Altre, non minori, povere, inutili; semplicemente altre, cose che dal vivo non potrebbero esistere. Naturalmente affinché non sia “un ripiego” come prima cosa è essenziale dover ammettere che possa esistere “l’altro da sé”, e questo non è poco, ma è già un inizio.

La visione attraverso le forme del digitale permette a nuovi mezzi e nuovi artisti, a questo dedicati, di ricostruire una scenografia intorno alle idee che hanno immaginato lo spettacolo: bozzetti, costumi, riferimenti visuali o pittorici che hanno ispirato lo scrittore, il compositore o l’interprete possono apparire in scena solo attraverso una rielaborazione delle forme dell’audiovisivo consuete per il digitale, ma che sarebbero impossibili in teatro o in concerto. Ogni artefatto porta l’impronta del tempo passato e di quello presente, porta l’impronta della metastoria che stende il ponte per salire a bordo del vascello incantato che corre durante lo spettacolo, togliendo il velo e rendendo palpabile quello che all’inizio era solo pura intuizione. Il mondo digitale favorisce lo scontro titanico tra l’immateriale che sempre ha circondato la scrittura di un’opera e questo nuovo flusso in grado di formare immagini, animarle, ripescare, dal mare immenso degli archivi del mondo, le relazioni tra la memoria e l’origine della nostra civiltà. Ma a questo occorre essere preparati ed attenti.

Credetemi, esegeti del ripiego, io non riesco a comprendere chi consideri le due cose come alternative, si tratta solo di due media con caratteristiche espressive completamente diverse entrambe utili alla cultura, al mondo creativo, alla industria culturale e, secondo me, al business.

William Shakespeare ha descritto molto bene la messa in scena delle storie che ha concepito per il suo teatro, le possiamo ammirare continuamente, in tutto il mondo e in tutte le lingue, filologicamente o attraverso regie che articolano le forme del linguaggio teatrale in modo sperimentale, nessuno ha mai impedito ad artisti impegnati sui suoi testi di realizzare film bellissimi che hanno esteso la platea dei suoi amanti e piantato la bandiera della classicità e della universalità. Nessuno ha gridato allo scandalo quando i migliori musicisti del mondo hanno registrato la loro musica lasciando per sempre una impronta e offrendo la possibilità di un ascolto e di un confronto ad un pubblico mondiale sia pure non “dal vivo”.

Io credo che il mondo della cultura sia a un bivio: approfittare del nuovo ambiente vitale che chiamiamo “digitale” per costruire una grammatica dei nuovi media che si affianchi ed esalti la nostra esistenza, o fuggire, non rendersene conto, e lasciare che lo facciano gli altri. La cultura, la coesione sociale, l’identità da un lato, l’industria creativa e il turismo come beneficiari dall’altro, hanno una potenzialità di sviluppo senza limiti a condizione che si investa nella ricerca di un linguaggio che sia l’articolazione di forme specifiche del nuovo mezzo. Anche il mondo delle imprese deve comprendere che per accedere all’utile occorre contribuire oggi ad essere nel gruppo di testa di chi ha scritto i paradigmi della comunicazione digitale in ambiente culturale. Lo devono capire le istituzioni, lo devono capire gli archivi. Digitalizzare non significa fare gli scanner, ma riconfigurare un ambiente in cui sia la cultura a vincere.

La fruizione dal vivo ha dalla sua la magia del luogo, ma anche un film ha la magia del cinema, luoghi in cui lo spazio ed il pubblico sconosciuto intorno giocano un ruolo pari a quello della scena, esattamente come la televisione ha avuto il salotto di casa come teatro dei propri familiari e degli amici. Il mondo digitale ha la magia di un ambiente in cui l’immaginazione coinvolge la storia stessa di un’opera, la memoria e le idee possono diventare scena, avere un peso specifico nel racconto e poter avere intorno elementi fuori scena che affondino le radici di ciascuna opera nella storia e nella metastoria. Si tratta di saper allineare il proprio pubblico con chi ha scritto e chi interpreta potendo svelare l’opera nella sua essenza creatrice. Se lo spettacolo o il concerto è un fatto, la sua rappresentazione in digitale deve essere il suo farsi.

Da qui ha origine la mia vera preoccupazione; lo streaming diventa un ripiego quando la grammatica dei nuovi media non è stata sufficientemente studiata, oppure quando il problema di quello che sta succedendo intorno a noi non trovi posto nella nostra attenzione. Oggi, l’ambiente digitale è privo di riferimenti culturali e solo per questo può essere preda dei pirati. L’Europa potrebbe giocare un ruolo centrale nella produzione di contenuti culturali, per tradizione, per capacità, per antica civiltà e colmare il vuoto che esiste nel non avere nessun attore europeo nel mercato mondiale dei media. Il Covid è solo un comodo nascondiglio: devo andare in onda in streaming? Si mette di fronte al palcoscenico una telecamera, magari tre e si filma lo spettacolo teatrale cosi com’è, il concerto così com’è, senza nemmeno rendersi conto che le luci, costruite per  un occhio umano in platea, non funzioneranno per fotografare la scena. Attori in ombra, suono compresso, movimenti di scena occultati dalla necessità dei primi piani, scenografie invisibili fino a non capire dove gli attori agiscano, in quale contesto. A volte questo è ciò che arriva nelle case degli spettatori: solo una modesta fotografia amatoriale che diventa colpa del Covid e non della mediocrità delle strutture culturali rispetto alla rivoluzione digitale. Poco più di una videochiamata. La riproposizione di una storia in ambiente digitale richiede quasi sempre, una nuova regia, nuove luci, nuova edizione. Nuove idee e nuovi produttori.

Succede spesso che la sciatteria della forma delle produzioni digitali venga mascherata con la mancanza di mezzi finanziari. Non che la cultura navighi nell’oro, ma gli spazi che l’industria culturale apre nel settore digitale non possono essere riempiti e basta usando quello che esce da una telecamera messa di fronte a un palcoscenico come fosse l’occhio di un uomo solo con evidenti difetti oftalmici dovuti alle luci costruite per altro scopo. In più, come si fa a pretendere la sostenibilità economica di una impresa digitale se la qualità non è spinta al massimo delle possibilità del mezzo? Non mi stancherò mai di scrivere che nel mondo della cultura è l’offerta che produce la domanda e non il contrario. Così facendo, a vincere sarà l’idea tipica dei social per cui qualsiasi dettaglio, che sia luce, suono o pensiero non conta, può essere abolito in funzione del facile è meglio, “piatto è bello”. Anche la terra è diventata piatta per lo stesso motivo per molti adepti in rete. Quando una produzione digitale rinuncia a mezzi e forme specifiche, lascia la navigazione in balia delle onde generate soltanto da chi vuole lucrare sul naufragio degli utenti. Le onde saranno sempre più alte e minacciose e i naufraghi sempre meno accolti e accuditi. Anche la cultura nella rete digitale ha i suoi migranti. Io comincio a credere che a uccidere il teatro e i concerti non sia stato il Covid, ma un lento e inesorabile desiderio di discriminazione della cultura. Il teatro e la musica prima del covid avevano comunque nemici giurati e agguerriti, erano luoghi di eversione dove ancora ci si ostinava ad alimentare il pensiero astratto: autonomia di giudizio critico, e la polifonia: capacità di convivenza ed esaltazione reciproca nella diversità, poi è arrivato il Covid, per qualcuno una manna dal cielo. La crisi della cultura occidentale è la conseguenza della stessa economia scellerata la cui brama di profitto è arrivata a costruire le basi affinché la natura rivoltasse i suoi artigli contro il genere umano, credere che sia colpa del covid e non dell’uomo è, secondo me, pura illusione o ottima scusa.

La cultura ha l’obbligo di affinare le sue armi per l’avvenire costruendo un bacino in cui realismo, immaginazione, fantasia possano convivere per alimentare la flessibilità e il rigore entrambi necessari alla convivenza stessa dell’uomo puntando sullo spirito critico e sul pensiero astratto. Cosa meglio dell’arte, del racconto, della musica, della diegesi che rende concreta e percorribile una idea.

Allora che fare? Costruire quello che è stato demolito, cominciare a progettare strumenti digitali con una loro storia interna, una grammatica specifica, forme ed articolazioni delle forme costruite per il medium che si sta usando. Occorre progettare la scena; non riprendere una scenografia teatrale come fosse un set, ma riconfigurare quegli stessi elementi in relazione alla metastoria di quel racconto, di quel luogo, di quel brano. Occorre contemporaneamente implementare e dare spazio alle professioni in grado di costruire questo edificio. I luoghi della cultura, gli archivi, gli artisti hanno la responsabilità di dover capire che si tratta di gestire la convivenza di due mondi entrambi presenti e vigili, solo così potranno rivendicare un ruolo e un posizionamento industriale. Occorre formare imprese e associazioni di progettisti digitali, di registi, di sceneggiatori, scenografi che comprendano il mezzo e le sua potenzialità, di produttori che sappiano investire in un mercato senza confini geografici. I luoghi e le istituzioni della cultura scopriranno la convenienza pratica oltre l’obbligo morale, di partecipare e mettere a disposizione contenuti appetibili al mondo. Il turismo culturale avrà la sua palestra per costruire la realtà sulla base della fantasia, un odore vero conseguente alla immaginazione, il sapore di un incontro con un altro di cui si riconoscono le radici. Non mancano i portali attraverso cui fruire dei media, meno che mai ne servono altri se mancano i contenuti specifici e idonei alla costruzione di nuove esperienze cognitive in ambiente digitale.

Quando la radio, il cinema, la televisione si sono affacciate al loro destino nessuno le ha considerate un ripiego, ma una novità da utilizzare per costruire. Hanno avuto un ruolo culturale enorme nella costruzione degli Stati e delle coscienze e sono diventate imprese che oggi hanno una posizione importante nel panorama industriale. Il rapporto tra il mondo della cultura e il digitale andrà completamente rivisto e riempito di un alto livello professionale, di capacità, di saperi. No, non è un ripiego, è un mondo che si aprirà senza di noi se non sapremo cogliere le opportunità con capacità, studio, ricerca, strategie e sostenibilità economica.


P.S.

Per chi sia inglese nativo, “streaming” rappresenta etimologicamente un flusso di acqua che scorre in un fiume. Scorre, avrebbero detto Eraclito e Platone, che di streaming se ne intendevano davvero, in acque sempre diverse che sono l’immagine della capacità delle cose di saper mutare e della impossibilità dell’uomo di afferrare la verità nella sua interezza. Immergersi in questo streaming significa perdere la memoria ed acquistare una nuova vita. È immergersi nello streaming di un fiume che per molte religioni rappresenta l’annullarsi per rinascere. È lo streaming che nel mondo greco antico elabora per l’uomo l’eterno equilibrio tra Mnemosine: la memoria e Lethe: l’oblio. Se per noi è solo un flusso di dati va bene lo stesso, ma mettiamoci dentro un po’ della profondità del pensiero degli antichi e della cultura che è all’origine della nostra civiltà. Poi chiamiamolo pure streaming se volete.

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Aldo Di Russo

Laureato in Fisica è entrato nel settore della tecnologia per la produzione di audiovisivi di grandi dimensioni nel settore industriale: Eni, Enel, Rai le più importanti esperienze. Ha prodotto oltre un centinaio di documentari industriali e spettacoli in multivisione in tutto il mondo. Negli ultimi 15 anni si è dedicato alla valorizzazione dei beni culturali, ai musei narranti ed alla creazione di libri interattivi per il settore culturale. Ha vinto molti riconoscimenti. È membro del WAVE LAB dell’Università dell’Egeo, membro di Europeana e membro di Artifactory.

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