Un pezzo di pane (da un racconto di Ignazio Silone)

Siamo in Abruzzo negli anni della seconda guerra mondiale. “Fare la carità è adesso un peccato?” Chiese Caterina al carabiniere, accusata di aver dato un pezzo di pane e di aver indicato la strada ad un uomo che per le autorità era un soldato nemico.

Non ti sei accorta” gridò il carabiniere “che non era un uomo di questa contrada, che quell’uomo era un soldato nemico? Non potevi riflettere prima di farlo? Che aspetto aveva?” incalzò il fratello Cosimo.

Cosa c’era da riflettere. Anche quello è figlio di madre. Aveva fame… e un aspetto d’uomo” Rispose semplicemente Caterina. Il carabiniere andò via minacciando di fare un rapporto.

Ritornò dopo qualche mese ma con una visione diversa del fatto: Caterina meritava una medaglia, era una benemerita perché aveva dato un pezzo di pane ad un nemico che ora era un alleato. Le cose erano cambiate e anche il modo di decidere se un fatto è bene o è male.

Cosa è cambiato il bene o il male? Era solo un pezzo di pane qualsiasi, non è stato coraggio, né paura” ribatté Caterina .  

Questo, sinteticamente è il nucleo centrale di un racconto breve ma significativo, un piccolo capolavoro di Ignazio Silone che induce a riflettere.

Da un lato c’è una povera e semplice contadina, Caterina, portatrice di valori universali basati su principi di solidarietà e umanità e di rispetto nei confronti dell’uomo, qualsiasi uomo.

Dall’altro c’è un’autorità politica ondivaga, opportunista, metamorfica e pertanto inaffidabile al punto da far chiedere a Cosimo: “Tu ci assicuri che le cose sono diverse ma se cambiano di nuovo?” Non ci saranno risposte a questa domanda.

Nulla è per sempre in politica, tutto è permesso e anche quando un vecchio nemico , avversato da sempre, è diventato un alleato lo è perché è stato scelto un altro nemico. E se il nemico è diventato un alleato è forse cambiato qualcosa nella sua natura umana? Certo che no, sono cambiate solo le circostanze, gli interessi personali. Quella che non cambia è la volontà di portare il popolo dove conviene, è la stupidità e l’ignoranza delle persone. Dai tempi di Socrate la politica è pratica opportunistica, capace di distruggere e di annullare un uomo, soprattutto se onesto, di far trionfare e celebrare un disonesto, un millantatore, anche incallito, se questo può costituire un vantaggio, di trasformare un nemico in amico e viceversa.

La politica è l’arte dell’inganno, è capace di stravolgere la verità, di cambiare il bene in male e viceversa secondo fraintesi principi machiavellici e per un puro calcolo di tornaconto. Ma il Creonte di turno può pensare di incidere sempre sui valori di Antigone su cui si costruisce una società civile?Potrà un giorno Antigone averla vinta su Creonte? Caterina semplicemente e schiettamente senza batter ciglio sottolinea che il nemico-alleato aveva aspetto d’uomo, aveva fame e non si poteva farlo morire di fame. In Caterina prevale il buon senso per cui il bene e il male sono principi immutabili e non possono dipendere dalle circostanze : un uomo è tale sia se nemico, sia se alleato. E poi nemico di chi? Si chiederà Caterina. “Nostro e vostro ” si sentirà rispondere ma senza una chiara spiegazione perché in politica il nemico lo si confeziona a prescindere. Un nemico può essere un ebreo, un musulmano, un asiatico, un africano , un omosessuale, un comunista, un fascista, chiunque possa divenire funzionale o strumentale ad un piano politico.

La politica, purtroppo, fa presto ad individuare un nemico. La conosciamo la storia dell’ebreo untore, dei comunisti che mangiano i bambini, dell’immigrato puzzolente e sfaticato nonché portatore di malattie, dell’onesto “rompipalle”, come nel noto film “L’ora legale”. Nelle grandi  e nelle  piccole comunità, come la mia, la coesione si cerca intorno alla costruzione di un nemico piuttosto che intorno ad un progetto e tutto è finalizzato a combattere questo nemico che, tra l’altro, paradossalmente, non conviene neanche annientare del tutto perché se il nemico non esiste, il collante viene a mancare e il gruppo si disintegra.

Il nemico deve esistere e non può né deve mai essere sconfitto del tutto. Quella della costruzione del nemico è un’operazione raffinata: la condizione necessaria è una persistente subcultura generale e assenza di veri progetti politici se non quelli di tutelare interessi particolari o di sviare l’attenzione su qualcosa di spiacevole. Il nemico, difatti, è funzionale ad una ben precisa logica politica:

crea consenso velocemente, gestisce senza problemi il dissenso interno, focalizza l’attenzione  e tutto il marcio intorno scompare.

C’è solo un inconveniente: i ruoli possono cambiare e chi costruisce il nemico si ritrova a sua volta a diventare nemico.

Quanto sarebbe meglio invece costruire consenso intorno ad un progetto! Sicuramente è più  faticoso, più difficile e articolato ma il consenso che ne nascerebbe sarebbe meno fragile e avrebbe “sapore di buono”, perché espressione di una società eticamente consapevole e costruttiva. 

Le cose potranno cambiare? Mi chiedo. Quando Antigone potrà vincere la sua partita con la storia a vantaggio di una società più umana, più amorevole ed onesta? Eppure sarebbe facile. Basterebbe seguire l’esempio di Caterina: nella semplicità della sua convinzione non si lascia né intimorire dalle minacce, né  blandire da medaglie e riconoscimenti che, tra l’altro, quando vengono dalla politica sono sempre frutto di strumentalizzazioni e di mal celati secondi fini.

Intimorire , minacciare o blandire e osannare sono i due mezzi più comuni per assicurarsi credito e forza, tra gli sprovveduti, così come costruire nemici e o alleati e, a seconda della convenienza, cambiare i ruoli come su una scacchiera. La salvezza può esserci solo nel dialogo onesto, civile, chiaro e trasparente, nella ricerca leale e sincera della realtà dei fatti. È nell’onestà di un ethos il segreto di una società civile, dove nessuno accetta di essere intimorito né di essere blandito con medaglie varie, dove non si combatte  un nemico ma la strumentalizzazione del nemico. 

Potranno esistere società di questo genere? Forse… ma solo quando a prevalere sarà  una cosa semplicissima: quando ciascuno potrà dare e/o ricevere un pezzo di pane senza timore e senza aspettare medaglie.

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Antonella Botti

Sono nata a Salerno il 3 Marzo del 1959 ma vivo da sempre a Sessa Cilento, un piccolo paese di circa 1300 anime del Parco Nazionale del Cilento. Ho studiato al Liceo classico “Parmenide” di Vallo della Lucania ed ho conseguito la laurea in Lettere moderne. Sono entrata nella scuola come vincitrice di concorso nel 1987, attualmente insegno Letteratura Italiana e Latino al Liceo Scientifico di Vallo della Lucania. Ho pubblicato due testi di storia locale: "La lapidazione di Santi Stefano" e "Viaggio del tempo nel sogno della memoria". Da qualche mese gestisco un blog, una sorta di necessità interiore che mi porta a reagire al pessimismo della ragione con l’ottimismo della volontà. I tempi sono difficili: non sono possibili "fughe immobili".

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