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Napoli: un Santo scomodo

Ma chi è questo San Gennaro, cosa ha fatto per la Chiesa?

Santità, è un napoletano con una storia tutta scombinata che ci crea non pochi problemi: il sangue che si scioglie quando vuole lui, un gruppo di donne che gli parla come fosse un nipote e si definisce “parenti”, la Cappella che appartiene al popolo e non alla Curia, feste e musica in suo onore… insomma, non è un santo con tutti i crismi della santità, non si sa nemmeno se è napoletano o beneventano e non siamo stati noi a metterlo a capo della città di Napoli”.

E allora che ci sta a fare tra i grandi patroni, declassiamolo a santo di serie B, togliamogli la festa cittadina e lasciamo che torni nel dimenticatoio.

Non si sa quali siano state le parole che Paolo VI, papa nel 1969, pronunciò insieme ai suoi cardinali, ma probabilmente il contenuto non si discosta molto da questo immaginario dialogo perché Gennaro è un santo davvero scomodo.

Talmente scomodo da aver costretto la Chiesa, nel 1713, a commissionare a monsignor Nicolò Carminio Falcone una storia plausibile, che desse sacralità e fondamenta alla sua santità, ignorata dal Vaticano fino alla metà del ’600 quando gli fu concessa perché il popolo napoletano la reclamò a gran voce.

Scomodo perché, come dimostrò il declassamento, il suo rapporto con la gente andava ben oltre la fede, la religione e la Chiesa, al punto che i napoletani non diedero alcun peso a questo affronto sbeffeggiando la decisione papale con un irriverente “San Gennà, futtetenne” scritto a caratteri cubitali sui muri della città. E continuando a festeggiarlo.

Scomodo perché di origini incerte troppo vicine alle divinità precristiane e alle ritualità quasi magiche dei culti animistici, e tanto lontane dal rigore sacrificale della maggior parte dei santi.

Scomodo perché lo scioglimento del sangue, che i napoletani chiamano miracolo e la Chiesa soltanto prodigio, sfugge a ogni regola. Gennaro decide se e quando far sciogliere il sangue, in barba ai desideri e alle attese. E non è solo un presagio di buona o cattiva sorte per la città, ma anche un’espressione di consenso o di dissenso con quanto gli incauti umani fanno, come ad esempio è avvenuto il 30 aprile del 2011.

Era il sabato che precede la prima domenica di maggio, giorno del miracolo primaverile legato alla traslazione delle sue ossa, celebrato secondo il rituale dell’antica processione angioina che dal Duomo arrivava e arriva ancora oggi, attraverso Forcella, alla chiesa di S. Chiara. Un rito importante, una sorta di benedizione che il patrono, accompagnato ogni volta da 16 compatroni, impartisce al suo popolo che, gioioso e riconoscente, affolla le antiche stradine lanciando petali di rosa. 700 anni di storia sempre fedelmente rispettati. Ma quella volta l’arcivescovo di Napoli, Crescenzio Sepe, decise di voler cambiare la tradizione per dare lustro al suo “Giubileo della Legalità” che si era inventato qualche mese prima.

– La processione – aveva tuonato – deve uscire dal Duomo, ma salire e fermarsi a Porta San Gennaro, dove sarà celebrata la seconda tappa del mio Giubileo.

– Eminenza non è possibile.

– Deputati, io voglio così!

E nel tira e molla tra la Curia e la Deputazione, alla fine prevalse la sua volontà.

Ma non aveva fatto i conti con San Gennaro e la mattina del 30 aprile Napoli si svegliò sotto un cielo irrimediabilmente nero. Una pioggia prima rinfrescante, poi incessante e violenta inondò la città impedendo al popolo di accorrere festoso e alla fine, con gran disappunto del cardinale, la processione venne annullata.

La cerimonia, però, non poteva saltare, bisognava rispettare l’appuntamento. I busti dei compatroni furono allora schierati lungo la navata del Duomo per accompagnare il santo dalla Cappella all’Altare maggiore dove il cardinale aspettava impaziente di celebrare il suo “Giubileo della Legalità” con la benedizione del patrono.

E ancora una volta Gennaro mostrò la sua contrarietà per i cambiamenti di percorso e… il sangue non si sciolse.

A sera l’ampolla fu rimessa nella cassaforte con il suo contenuto duro come una pietra e solo il giorno dopo, sotto un cielo terso e accompagnato dal canto delle parenti nella sua Cappella, un raggio di sole illuminò l’ampolla con il sangue finalmente liquefatto!

Insomma, a ben vedere forse Paolo VI non aveva tutti i torti, Gennaro è una spina nel fianco della Chiesa, spina santa ma pur sempre scomoda e non si sa mai cosa farà.

Ora il 16 dicembre c’è l’ultimo appuntamento dell’anno con il santo, il terzo prodigio legato al miracolo compiuto fermando la violentissima eruzione del Vesuvio che nel 1631 distrusse quasi completamente i paesi vesuviani uccidendo circa 4000 persone.

Dopo 24 ore il vulcano continuava a eruttare, anche Napoli era a rischio ed il popolo chiese l’aiuto del suo protettore. Ampolla e busto furono portati in processione verso il mare e, dicono le cronache, il flusso piroclastico cominciò a scemare appena il santo arrivò all’Immacolatella, di fronte al Vesuvio. Perché Gennaro sarà pure un santo scomodo, ma ferma la lava e al suo popolo non dice mai di no!

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Diana Negri

Napoletana, laureata in Pedagogia con indirizzo psicologico presso l’Istituto Universitario “Suor Orsola Benincasa”, vive da sempre nel mondo della comunicazione, prima come pubblicitaria, poi da 25 anni come formatrice e come giornalista professionista; ha collaborato dal 1987 al 2006 con vari quotidiani, periodici e canali televisivi. È specializzata nel marketing culturale da oltre 30 anni e crea progetti innovativi e didattici per musei, come il Museo del Tesoro di San Gennaro e il Museo Filangieri, percorsi esperienziali nell’arte, per l’associazione ArtDalb, laboratori e seminari di sviluppo personale e creativo, mixando metodologie insolite e la sua passione per Napoli.

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