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Verso la fine della democrazia parlamentare?

Nel gran caldo estivo, mentre molti italiani pensano alle ferie imminenti, solo 7 persone lavorano, a quanto si dice, giorno e notte senza una data certa in cui potranno pensare alle vacanze.

Sono i sette saggi che stanno predisponendo un finora ipotetico, Patto di Intesa tra l’Elevato, detto Beppe Grillo, ed il professore detto Beppe Conte. Il loro compito è molto difficile, quasi impossibile: traghettare il Movimento 5 Stelle dal mare tempestoso dei movimenti a quello tutto sommato più tranquillo dei partiti politici indicati dall’articolo 67 della Costituzione della Repubblica come lo strumento per la partecipazione dei cittadini alla determinazione della politica nazionale, una norma ritenuta ormai superata dai movimentisti di ogni colore.

Le difficoltà da superare sono note per i sette saggi, sette come i nani di Biancaneve, infaticabili lavoratori in adorazione della candida fanciulla rappresentata nel loro caso da un potere da conquistare o nella peggiore delle ipotesi da mantenere. Debbono riuscire ad inventare un doppio strumento politico, movimento o partito che sia, guardando non tanto al programma quanto al fatto che in entrambi i casi deve trattarsi dì qualcosa di personale anzi di personalissimo: il nome del capo serve solo ad individuare immediatamente un credo politico che appunto con la fede nel capo nasce e finisce.

Beppe Grillo sa bene che la sua popolarità è in netto calo e che molti elettori lo hanno abbandonato, o si preparano a farlo, almeno per quanto si ricava dai sondaggi effettuati. Ha tentato di bloccare l’esodo dei suoi ex fedelissimi verso altri lidi incaricando l’ex presidente del consiglio Conte, che aveva più volte fatto circolare la voce di voler costituire un partitino suo, di rifondare 5 Stelle, probabilmente nella speranza di disfarsi da imprevisti concorrenti politici. L’avvocato del popolo ha dimostrato maggiore intraprendenza del previsto, si è costruito in partenza un gruppetto di sostegno tra deputati e senatori favorito in ciò dal loro timore di perdere il seggio in parlamento per il limite del doppio mandato sancito dallo statuto del movimento, ha manovrato con abilità nel generone romano fino a  sponsorizzare la candidatura di Virginia Raggi a sindaco di Roma per raggiungere l’altrimenti impensabile elettorato delle borgate romane e, forte della posizione raggiunta porta ora la sua sfida all’ Eletto.

Se i sette saggi non riusciranno a realizzare un documento che consenta una intesa allora il giurista pugliese farà il suo partitino forse anche con più sostenitori di quelli che resteranno con Grillo.

E i programmi politici? Mistero. A chi gli ha ricordato i precedenti non certamente lusinghieri di due ex Presidenti del consiglio, Dini e Monti, che tentarono di fondare al termine del mandato un proprio partito andando incontro ad una grossa disillusione, Conte ha annunciato una grande campagna elettorale fino alle elezioni politiche del 2023 avendo come modello addirittura quella di Trump per la presidenza degli Stati Uniti. Sono stati molti a sogghignare dinanzi all’esempio di una sconfitta elettorale presa a modello per una campagna elettorale, ma hanno sbagliato.

Le parole dell’ex Presidente del Consiglio sono una sorta di cortina fumogena per dissimulare quella che è probabilmente la sua vera intenzione: avere un gruppo di deputati e senatori suoi fedelissimi che gli consentano di essere determinante nella elezione a primavera del nuovo presidente della Repubblica, sarebbe la premessa per rientrare in una maggioranza, non importa di che tipo (è stato Presidente del Consiglio con il PD e con la Lega) di governo. I risultati delle elezioni presidenziali e quello delle elezioni amministrative autunnali potrebbero essere l’occasione per Fratelli d’Italia e Lega per tentare di provocare una crisi di governo per dare vita ad una maggioranza di centro-destra in cui L’avvocato del popolo potrebbe rimediare magari uno strapuntino. 

Se poi la crisi non ci fosse basterebbe attendere fino alle elezioni del 2023 con gli imprevedibili numeri di un parlamento tagliato di un terzo dei suoi componenti, altra occasione per l’agognato strapuntino.

La spiegazione dei partiti personali che sfruttano il senso di paura derivante da una crisi economica che non consegue solo dalla emergenza sanitaria è tutta qui. C’è chi ancora crede nell’uomo della Provvidenza: perché disilluderlo? E’ la grande illusione, questa volta può avere esiti imprevedibili. C’è chi pensa che sia questo il momento di mettere fine alla democrazia parlamentare nel nostro paese secondo uno schema elaborato altrove avendo come punto di riferimento il controllo del bacino del Mediterraneo e che ebbe come battuta di inizio l’uccisione di Aldo Moro. Si tratterebbe ora di chiudere il cerchio: non si tratta di una ipotesi fantascentifica.

In modo diverso, con obiettivi diversi, con uomini diversi, negli ultimi trent’anni si sono succeduti in Italia con brevi intervalli governi (Berlusconi, Conte, Draghi, in parte Prodi) che hanno fatto perno su una persona – il Presidente del Consiglio – espressione non di un partito o di un gruppo di partiti ma di movimenti senza una precisa linea politica se non quella “dell’abbiate fiducia in me”. Il parlamento è andato progressivamente perdendo poteri mentre, sul modello tedesco ne è andato acquisendo sempre più il governo, a tutto vantaggio della sua presenza rafforzata sul piano internazionale.

Il referendum costituzionale del 2017 che prevedeva fra l’altro una forma attenuata di cancellierato (governo forte con robuste autonomie locali) ha avuto esito negativo ma sicuramente ci saranno nuovi tentativi in questo senso ed a breve scadenza.

La pandemia ha consentito una prova generale in questo senso: manca solo la ratifica a sistema. La democrazia cristiana perse all’assemblea costituente la sua battaglia per il governo forte ed il parlamento debole: oggi prova epigoni per motivi diversi ma la musica è sempre la stessa, anzi diventa se possibile più rumorosa: il controllo del bacino del mediterraneo è sempre più importante nel momento in cui desta chiaramente anche l’interesse cinese.

Intanto Enrico Letta segretario del PD nel suo libro pubblicato in questi giorni con il titolo “L’anima e il cacciavite” traccia il suo ritratto politico, un fantasma che fa il meccanico. “E poi dice che uno…” avrebbe commentato Totò.

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Mario Pacelli

Mario Pacelli è docente di Diritto pubblico nell'Università di Roma La Sapienza, per lunghi anni funzionario della Camera dei deputati. Ha scritto numerosi studi di storia parlamentare, tra cui Le radici di Montecitorio (1984), Bella gente (1992), Interno Montecitorio (2000), Il colle più alto (2017). Collabora con il «Corriere della Sera» e «Il Messaggero».

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