di Giuseppe Carro
Non ho paura, mi sento soffocare.
Non ho il batticuore tipico di quando in tenera età si è costretti a svoltare l’angolo oscuro dell’ignoto ma sono terrorizzato.
Mi sento soffocare, l’immobilità mi opprime, il fiato è corto sulle note di un suono gelido che riempie i timpani: il gracchiare incessante (non so se reale o no) di moltitudini di corvi, lo straziante ronzare di zanzare che sembrano orbitare attorno le mie orecchie, una melodia che sa di vuoto, una atmosfera che sa di tempo distrutto o infinito (i secondi si percepiscono uno ad uno), di una gioia negata, di caduta, di costrizione, di gabbia, di quattro squallide pareti o poco più: il mondo intero, se non condiviso, pare stretto.
Nemmeno la magia dei boschi vicini e la frescura dei suoi alberi, tanti intorno a me, sembrano più regalare ombre e squarci di luce, ma solo oscurità, mi mancano il calore di una mano umana, di un bacio che prima sembrava banale e scontato… e il fischio assillante continua resta, immutato. Come può un male che minaccia ancora da lontano strozzarmi ancora prima di avermi toccato?
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