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Cielo, per carità, no!

Cielo, per carità, no! è il perfetto anagramma di Parole incrociate? costruito da Beniamino Foschini, un eminente avvocato napoletano, che volle esprimere così la reazione negativa dei cosiddetti “enigmisti classici” alla diffusione delle parole incrociate. Era l’atteggiamento degli appassionati dei veri enigmi, quelli fondati sull’uso ambiguo della lingua e che, specie in Italia, contavano su antiche radici, antichissime se deve farsi riferimento all’incontro di Edipo con la Sfinge sulla strada per Tebe.

Jean Auguste Dominique Ingres, Edipo e la Sfinge e “La Settimana Enigmistica” del 23 gennaio 1932

Era accaduto che nel 1913, per il numero natalizio del 21 dicembre di Fun, supplemento domenicale del “New York World”, Arthur Wynne, giornalista inglese di Liverpool trapiantato negli States, diede vita al Word-cross, nome che egli stesso trasformò poi definitivamente in Cross-word.

Erano nate le “parole incrociate”. Anche se qualcuno riferisce che già nel settembre del 1890, l’italiano Giuseppe Airoldi aveva pubblicato uno schema 4×4 sul “Secolo illustrato della domenica”; un’invenzione di sicuro lontana da quella di Wynne e alla quale, però, Airoldi aveva già dato il nome di “Parole incrociate”. Quella di Airoldi, però, mancava delle caselle nere, novità essenziale dell’invenzione americana.

Giuseppe Airoldi e Arthur Wynne con alle spalle i loro schemi

Tutto ciò senza, ovviamente, neppure voler accennare alle cólte origini lontane del “quadrato di Pompei” e alla lunga storia nei secoli dei quadrati di lettere.

Il quadrato di Pompei

Dopo i primi passi un po’ incerti, fu soltanto quando la rubrica del Fun venne affidata a Margaret Petherbridge Farrarche l’invenzione raggiunse il grosso pubblico e il Cross-word cominciò ad apparire anche su molti altri quotidiani, compreso il “New York Times”; Francis Scott Fitzgerald, nel notare quella moda ormai inarrestabile, scrisse: «Dal 1927 divenne evidente la diffusione di una nevrosi, e la popolarità dei cruciverba ne era un vago sintomo, come il battere nervoso di un piede». 

Margaret Petherbridge Farrar e un suo Cross-Word

Le parole in croce, dopo qualche anno, attraversarono l’oceano e approdarono anche in Italia. La prima guerra mondiale aveva lasciato un’ansia non ancora placata di diversivi; e così, dopo il fox-trot, lo shimmy, il mah-jong e altro, giunse anche il Cross Word Puzzle.

“La Domenica del Corriere”, nel numero 6 dell’8 febbraio 1925, presentò il primo esempio di “Indovinello di Parole Incrociate” e una settimana dopo dedicò all’avvenimento la copertina di Achille Beltrame: una sala da ballo con le coppie che, senza smettere di ballare, erano anche impegnate (non si sa come…) a risolvere un grande schema di parole incociate, un qualcosa già in voga a Londra da qualche tempo.

La copertina de “La Domenica del Corriere” dell’8 febbraio 1925

Della novità si erano accorti letterati come Emilio Cecchi, Ferdinando Palazzi e Valentino Bompiani, cui si deve l’invenzione del termine ‘cruciverba’ destinato a rimanere distintivo di questo gioco, croce e delizia di tanti appassionati. Nel 1925 la Mondadori pubblicò un album dal titolo proprio Cruciverba e Bompiani ne scrisse la prefazione in stile cinquecentesco:

«Qui comincia il capriccioso libro del cruciverba, che gli inghilesi cognominano del puzzelo; con abundantia di disegni sperticatissimi et arcimajuscoli, e burle, baie, girandole, cantafavole et altre stravaganzie sfoggiate; tutte piene di piacevole dottrina e di profittevole sollazzo, dette e scritte ad ammaestramento universale dei popoli e particolare degli uomini.

Parti, o discreto lettore, che queste sian favate per gli allocchi o per altre genti da dozzina? Made in buona fede no ché, anzi, egli è libro sustanzievole molto, e molto assai arcibellissimo…».

A Napoli, “Il Mattino Illustrato”, primo settimanale italiano a rotocalco, fondato e diretto da Antonio Scarfoglio (figlio di Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao), nel numero 48 del 1927, inserì anch’esso il cruciverba nelle proprie pagine, ponendo in palio per gli “abili solutori” ben 100 lire!

Una storia dunque più che centenaria, questa delle parole incrociate, un ampio fenomeno moderno dominato dal meccanismo “orizzontale-verticale” di parole che si incrociano intervallate da caselle nere.

Non mancarono quelli che videro nella nuova mania una semplice fiamma destinata a spegnersi presto. Ma i fatti smentirono ogni nera previsione.

Ai suoi esordi europei il gioco aveva già incominciato a entusiasmare finanche illustri letterati, come Robert Scipion, il poeta rumeno Tudor Aghezi e altri, a cominciare da Tristan Bernard che ebbe a “confessare” la sua debolezza in una lettera scritta a Renée David, direttrice del settimanale “Le journal des mots croisés”:
 

«Io sono talmente occupato dall’avere costantemente molta carne al fuoco: una commedia, la trama di un film, una novella, un romanzo…, tuttavia, quando nel pacco della posta quotidiana trovo un giornale di mots croisés, nessuna potenza umana – né divina – potrebbe impedirmi di abbandonare in fretta e furia il normale lavoro cui sto accudendo per consacrarmi anima e corpo alla deliziosa ricerca del 3 orizzontale o del 6 verticale…».

Tristan Bernard

In Francia nacque il neologismo cruciverbisme che fu sùbito accolto dai dizionari; Tristan Bernard pubblicò anche una raccolta di mots croisés nei quali egli aveva spesse volte messo alla prova i suoi lettori, come quando, ad esempio, alla definizione “Pays d’Europe” voleva si rispondesse ‘FENICIA’, alludendo a Europa, figlia di Agenore, re della Fenicia. Bernard arrivò anche a fondare un’Accademia, invitandone a far parte personaggi più o meno famosi.

Rembrandt Harmenszoon van Rijn, Il ratto d’Europa

Anche in Gran Bretagna le parole in croce attecchirono e alcuni lettori avevano da dar risposte a definizioni particolari, come quella di Edward Powys Mathers, per il quale un’«Importante città in Cecoslovacchia» era ‘Oslo’, ma soltanto perché le sue lettere si trovano all’interno di… ‘Cecoslovacchia’. E cinquant’anni dopo toccò a Georges Perec interessarsi dei mots croisés che considerava non un gioco solitario, ma una sfida a distanza tra autore e solutore. 

Più che centenaria, dunque, la storia di questo rilevante fenomeno moderno dominato dal meccanismo “orizzontale-verticale” di parole che si incrociano intervallate da caselle nere. Ancora di più, se si vuol ricordare che, già verso la fine dell’Ottocento, il 14 settembre 1890, l’italiano Giuseppe Airoldi pubblicò sul “Secolo illustrato della domenica” uno schema 4×4, qualcosa certamente di molto lontano dall’invenzione di Wynne per la sua limitata estensione e per l’assenza delle caselle nere; Airoldi, però, gli aveva già dato il nome di “Parole incrociate”. Tutto ciò, naturalmente, senza voler accennare alle cólte origini lontane del quadrato di Pompei e a tutta la lunga storia dei successivi quadrati di lettere. 

La prima guerra mondiale aveva lasciato un’ansia non ancora placata di diversivi; così, dopo il fox-trot, lo shimmy, il mah-jong e altre amenità importate, giunse anche il Cross Word Puzzle. Non mancarono quelli che videro nella nuova mania una semplice fiamma destinata a spegnersi presto. Ma i fatti smentirono ogni nera previsione; il cruciverba rimase e acquistò sempre più seguaci e fu naturale l’attenzione di qualche editore; le parole incrociate diventarono ben presto materia per molti periodici, senza contare le rubriche presenti in tanti giornali e riviste.

Quasi centenaria è, invece,la storia de “La Settimana Enigmistica”, che, nata nel 1932, in questi giorni festeggia i novant’anni della sua ininterrotta uscita nelle edicole, con un successo che si ripete ogni sette giorni senza accusare alcun segno di declino o stanchezza, nonostante le costanti e immutate caratteristiche delle sue pagine.

La rivista nacque per l’entusiasmo del suo fondatore, l’ingegner sardo Giorgio Sisini, Cavaliere del Lavoro, Grand’Ufficiale e Conte di Sant’Andrea. Innamoratosi dell’austriaca Idell Breitenfeld, divenuta poi sua moglie, Sisini conobbe il settimanale “Das Rätsel” e volle creare qualcosa di simile in Italia.

Idell Breitenfeld e Giorgio Sisini La copertina del “Das Rätsel”

Il 23 gennaio 1932 apparve il suo primo numero; il successo fu immediato, nonostante il fatto che l’Italia, a differenza di altre nazioni, mancasse di una tradizione di rompicapi matematici, logici e simili.

Quel primo numero recava una data palindroma (23.1.32) e mostrava in copertina uno schema di parole incrociate con il vòlto dell’attrice messicana Lupe Vélez nel bel mezzo dei quadretti con una impostazione grafica ripresa per intero dal “Das Rätsel” (anche l’immagine della Vélez e la disposizione delle caselle nere). Nelle settimane successive la copertina continuò a riportare il vólto di un personaggio dello spettacolo; dopo la foto del 4 giugno che ritraeva MauriceChevalier, le immagini cominciarono a susseguirsi disposte sempre negli angoli, occupandoli a rotazione e sempre alternando il vólto di un uomo con quello di una donna, con i colori della testata (rosso, bleu e verde) avvicendantisi nell’ordine. E così, anche le due diciture poste in cima alla prima pagina, «La rivista di enigmistica prima per fondazione e diffusione» e «La rivista che vanta innumerevoli tentativi di imitazione», si alternano di settimana in settimana. Iniziarono sùbito, infatti, i tentativi di imitazione di questo primo settimanale italiano di parole incrociate, primo anche per diffusione e qualità, che deve soltanto farsi perdonare l’uso un po’ improprio ed estensivo dell’aggettivo ‘enigmistica’, causa dell’equivoco, ormai consolidato in Italia, per cui il termine non rinvia più all’originario legame all’enigma; e anche il fatto che, in luogo della dizione più corretta di ‘parole incrociate’, conserva l’indicazione di ‘parole crociate’.

Caratteristiche del periodico è sempre stata quella di evitare qualsiasi riferimento a fatti politici o a elementi sociali nei quali potesse ravvisarsi un’inclinazione particolare o un implicito giudizio morale. Già il primo numero mostrava la neutralità del giornale su qualsiasi argomento e, ad esempio, pur trovandosi in un periodo di clima quasi bellico, per l’1 orizzontale dello schema di copertina, nelle prime quattro caselle, alla definizione «Eroiche in guerra, nefande in pace» andava inserita la parola ‘SPIE’.

Quel numero costava 50 centesimi di lire, un prezzo che fu mantenuto lo stesso per molto tempo, fino a che non rimase agganciato al corrente costo dei quotidiani; soltanto da qualche anno se n’è discostato raggiungendo oggi, dopo graduali aumenti, il costo di 1,70 Euro.

Un periodico che potrebbe dirsi conservatore dal momento che le sue linee essenziali non sono cambiate affatto in tutti questi anni, con una varietà di giochi rimasta più o meno la stessa e rare sono state le innovazioni in tutti questi anni, come la discreta introduzione del colore in alcuni rebus, l’immissione del “Sudoku” e qualche piccola concessione all’attualità in alcune rubriche; il tuttosempre privo di qualsiasi riferimento che possa urtare la suscettibilità di qualcuno.Certamente nella rivista non ha spazio la politica e, se pure appare qualche personaggio di quel mondo, si tratta di nomi ormai passati alla storia, senza alcun riferimento a fatti e vicende attuali. Un’altra conservata caratteristica della “Settimana” è quella di aver saputo fare sempre a meno di ospitare pubblicità diretta nelle sue pagine; soltanto di recente, invece, càpita di vedere reclamizzata la rivista su altri fogli e perfino sugli schermi televisivi.

Un periodico “immobile”, per nulla sensibile al passare del tempo e alle cose dell’oggi, se non fosse per alcune leggere sfumature, tanto che ogni suo numero è già bell’e pronto con molto anticipo, mesi addirittura, salvo la pagina 2 destinata a ospitare i nomi dei vincitori dei concorsi di volta in volta banditi. E, se non fosse per il numero impresso in cima a ogni pagina del giornale, sarebbe forse impossibile riconoscerne la data, presentandosi sempre come qualcosa fuori del tempo; quasi come avverte Paolo Conte nella sua canzone Sotto le stelle del Jazz: «… Duemila enigmi nel jazz, / ah, non si capisce il motivo / nel tempo fatto di attimi / e settimane enigmistiche…».

Settimane durante le quali milioni di persone sostano giocando, ma anche nutrendosi di una sorta di cultura, nozionistica sì, ma comunque istruttiva giacché le sue pagine non contengono soltanto schemi di parole incrociate e rebus, ma anche varie rubriche di curiosità e di informazione. Si può ben dire che il giornale abbia in qualche modo rappresentato anche un grande veicolo di alfabetizzazione e una sorta di acculturazione.

Il successo della Rivista è testimoniato anche dalla sua enorme diffusione, con una tiratura che si aggira vicino al milione di copie, agli stessi alti livelli di un altro settimanale, di tutt’altro genere: “Famiglia Cristiana” che, per una curiosa combinazione, lo scorso dicembre ha festeggiato anch’essa i novant’anni.

La rivista può considerarsi una grande famiglia, una famiglia di amici che concorrono ogni settimana alla compilazione delle sue attuali 48 pagine. Tutto si svolge in un ordinario appartamento milanese su due piani in piazza Cinque Giornate, dove un manipolo di “professionisti” attende di continuo alla compilazione dei “giochi” della rivista; e non solo, poiché ciascuno è impegnato a “risolvere” quelli proposti da altri, colleghi e collaboratori esterni, al fine di scongiurare qualsiasi possibilità di errori.

Piazza Cinque Giornate a Milano con al centro il Palazzo Vittoria

Il capostipite, naturalmente, è il suo fondatore Giorgio Sisini che diresse il giornale fino al 1972, finché in vita; poi le redini della direzione andarono a Raoul de Giusti, per passare dopo alcuni anni al nipote dell’ingegnere, Francesco Baggi Sisini, che le continua a reggere ancor oggi insieme con un condirettore: Alessandro Bartezzaghi. Sì, Bartezzaghi, fratello di Stefano Bartezzaghi, semiologo, giornalista e scrittore, autore di cólte pubblicazioni tra le quali un ponderoso volume, nel quale la storia delle parole incrociate è trattata in modo davvero esaustivo, scrutando tutte le sue implicazioni in vari campi come la sociologia, la semiotica, la letteratura: L’orizzonte verticale. Invenzione e storia del cruciverba (Einaudi, 2007).

Il Bartezzaghi più conosciuto dai lettori della “Settimana” è, però, Piero Bartezzaghi (1933-1989), padre di Alessandro e di Stefano; è il Bartezzaghi autore del famoso cruciverba di pag. 41, seguitissimo da chi per oltre trent’anni si è appassionato al suo diabolico “schema libero”. Lo schema era frutto del continuo lavoro di Piero alla ricerca di nuove combinazioni per la “piazza centrale” del gioco (la larga zona priva di caselle nere), con l’adozione di espressioni nuove, frasi fatte di due o più parole e con un’attenzione particolare addirittura al rispetto negli incroci di caratteri particolari come la ä con la dieresi, la ô con il circonflesso, la ç con la cedilla o la ñ spagnola con la tilde.

Rebus

L’immagine schizza la figura di Piero Bartezzaghi intento nella compilazione di un suo schema di cruciverba; e la scena diventa un rebus che si risolve: lo schema N OV redige, nera li = losche manovre di generali (il gruppo LI si trova proprio laddove la casella deve essere nera).

È così che i suoi schemi cominciarono ad accogliere vocaboli nuovi, termini stranieri, anche con l’uso dell’alfabeto esteso a 26 lettere, cosicché la w di ‘’Dostoiewsky’ poteva andare a incrociarsi con quella di ‘Darwin’ e la k con quella di ‘Arkansas’; il tutto sempre con un attento equilibrio delle caselle bianche e nere, queste ultime limitate nel numero e ben posizionate.

Collaboratore esterno della “Settimana”, un bel giorno, era il 1960, abbandonò il suo lavoro di chimico alla “Montecatini per entrare nelle stanze di Palazzo Vittoria, dove rimase fin quasi agli ultimi suoi giorni, nell’ottobre 1989. Il cruciverba di pagina 41 continuò a essere presente fino all’agosto del 1990; dopo di allora il primogenito Alessandro che, raccolto il testimone, è subentrato nella firma del cruciverba.

Sono tante le storie accumulate su di lui in tanti anni, come quella della giovin signora sulla spiaggia che annunciava soddisfatta: “Mi son fatta Bartezzaghi in venti minuti”; e il suo nome ha anche spesse volte sconfinato in altri contesti, come quando Piero Mazzarella, nella commedia del 1976 di Aldo De Benedetti Due dozzine di rose scarlatte, inserisce la battuta: «Quel tale è più complicato del Bartezzaghi».

Piero Bartezzaghi e sua moglie Aldina

Piero, però, era anche un eccellente autore di giochi in versi, quelli appartenenti alla cosiddetta “enigmistica classica”. Egli usava lo pseudonimo di Zanzibar per firmare i suoi enigmi, le sue sciarade, i suoi anagrammi, che lo videro primeggiare anche in questo genere di lavori. Tanto per fare un esempio, questa che segue è la terza strofa di un suo componimento intitolato Vivere tra gli uomini, nonostante gli uomini, e che celava il totale della sciarada nubi + lato = nubilato:

… ma la piazza è deserta. Così è stato / per la bianca colomba senza nido / che ancora insegue la dolce luna. / Tra i continenti della notte / giace con la solitudine / il fiore non còlto. / E tu dove sei, uomo?

C’è bisogno di spiegare? La piazza è quella del letto; lo stato è quello civile di nubile; la bianca colonna senza nido è la donna semplice che ancora sogna la dolce luna, quella di miele; i continenti della notte sono quelli costretti a moderare i propri desideri notturni; la solitudine è quella stessa della donna che giace sola nel letto; il fiore non còlto è quello della fanciulla in fiore non ancora còlto; e l’uomo? Non c’è!

Una storia particolare è quella di Giancarlo Brighenti e di Maria Ghezzi. Brighenti, che può considerarsi il padre del rebus moderno, è stato una vera colonna della “Settimana” dal 1946 e per oltre cinquant’anni. Per suo merito il rebus è andato trasformandosi in qualcosa di sempre più sofisticato, allontanandosi dal semplice meccanismo statico che accosta le lettere agli oggetti raffigurati; esso è arrivato a invenzioni più particolari nelle quali la chiave è dinamica. Il ricorso all’azione presente e mostrata nel disegno raggiunge risultati davvero eclatanti, come nel caso di quei giochi definiti di “nuova frontiera”; giochi per i quali qualcuno, proprio a causa del particolare meccanismo, vorrebbe una diversa nomenclatura: non “Rebus”, ma “Crittografia illustrata”. Si tratta di rebus le cui chiavi contengono a volte considerazioni, indicazioni di stati d’animo o addirittura espressioni gnomiche.

Un caso estremo è quello ideato da Leone Pantaleoni: il disegno riporta un domatore (S) che, nel mezzo di un’arena, affronta l’indomito leone (EG) che ha già mietuto una vittima. La soluzione si basa su una chiave del tutto nuova: S, o doma EG o morrà = Sodoma e Gomorra.

S, o doma EG o morrà = Sodoma e Gomorra

Deve ascriversi a Brighenti anche l’invenzione del “rebus stereoscopico” che necessita di due o più vignette per mostrare il succedersi di un’azione e quindi l’adozione del verbo al futuro o al passato.

Se Brighenti può ritenersi il padre del rebus moderno, Maria Ghezzi può considerarsene a pieno titolo la madre. Unita a Giancarlo fin da quando si incontrarono in una vacanza in montagna (e poi divenuta sua moglie), pregevole pittrice, è stata interprete e realizzatrice dei disegni dei rebus pubblicati sulla “Settimana” in tanti anni.

Giancarlo Brighenti e Maria Ghezzi

I due realizzarono un valido sodalizio (rappresentato anche dai loro pseudonimi, Briga e La Brighella) per il quale la tecnica del rebus si sposava con l’interpretazione grafica necessaria a poter bene intendere tutto l’essenziale per giungere alla chiave risolutiva; specie quando si trattasse di far comprendere un’azione in córso o un atteggiamento, una situazione particolare o uno stato d’animo, e in questo il talento di Maria Ghezzi è stato sempre determinante e felicemente esauriente. È il caso, tanto per fare un esempio, di un rebus privo di lettere aggiunte, ma contenente soltanto un asterisco a indicare i soggetti essenziali per lo svolgimento del gioco. I quali mostrano con tutta evidenza il proprio atteggiamento: essi “s’ignoran” in modo ostentato, “è palese”, cioè, e di qui la soluzione signora nepalese.

Risultata l’interlocutrice ideale di Briga, si può ben dire che la capacità espressiva infusa nei protagonisti dei suoi disegni ha contribuito all’evoluzione del rebus moderno.

Parole incrociate a parte, anche i rebus fanno parte dei giochi abitualmente proposti dalla “Settimana”. Senza riandare alle sue lontane origini, c’è da dire di quella che è stata la sua evoluzione negli ultimi decenni cui il giornale di Sisini ha contribuito in modo significativo.

Il meccanismo, da semplice giustapposizione di lettere e del nome delle cose raffigurate e da interpretare, è divenuto via via qualcos’altro grazie all’intervento dell’azione e all’analisi di quanto il disegno offre a vedere.

Il caso già citato di Sodoma e Gomorra è decisamente esemplare in tal senso, ma a indicare quanto detto può bastare anche un altro rebus dalla vignetta composita che mostra una caffetteria sulla riva del mare, un’imbarcazione da carico, un marinaio con una perla in mano e una lama infissa in un tavolo di legno: bar UF; fa trasporti via mare GGI; à T I perla; S confitta = baruffa tra sportivi amareggiati per la sconfitta. Il gioco, firmato da Gianni Corvi, pare che abbia ispirato il testo della canzone Rebus (1979) di Paolo Conte:

Cercando di te in un vecchio caffè / ho visto uno specchio e dentro / ho visto il mare e dentro al mare / una piccola barca per me / per farmi arrivare a un altro caffè / con dentro uno specchio che dentro / si vede il mare e dentro al mare / una piccola barca pronta per me. Ah, che rebus!

con un finale diventato titolo di un’interessante mostra e del suo bel catalogo (Ah, che rebus! Cinque secoli di enigmi fra arte e gioco in Italia, a cura di Antonella Sbrilli e Ada De Pirro, Mazzotta, 2010).

La copertina del volume Ah, che rebus! B ambo le mani; E rose = Bambole manierose

La novità del rebus stereoscopico ha poi aperto la strada a nuove chiavi altrimenti non utilizzabili; e il caso di un esempio di Marco Giuliani che al suo interno utilizza un elemento gnomico.

Le due vignette raffigurano un’automobilista (BG) che sta quasi per attraversare un incrocio nonostante il rosso del semaforo (RI); accòrtosene, accenna a una retromarcia: BAG arretra, va rispettato RI! = Bagarre tra vari spettatori.

s’ignoran, è palese = signora nepalese

E poi ci sono i collaboratori esterni, una famiglia allargata: uno stuolo di altrettanti appassionati, cui si deve una non trascurabile parte del giornale.

“In famiglia” è rimasta per molti anni la stessa stampa della rivista che avveniva in stabilimenti adibiti anche alla produzione di inchiostro, proprietà della società I.G.S. (Industrie Grafiche Sisini) che ricalca le medesime iniziali di Ingegnere Giorgio Sisini.

Rimasta sempre identica a sé stessa nel formato, nella qualità della carta e dell’inchiostro, “La Settimana” si vanta bene a ragione di essere quasi totalmente immune da refusi tipografici e da errori di composizione. Le volte in cui si è verificato qualcosa del genere, infatti, si contano davvero sulle dita di una mano e l’eccezionalità è stata oggetto di estesi articoli sulle pagine dei quotidiani, a cominciare dal “Corriere della Sera”.

Uno di questi pochissimi casi lo raccontava con una punta di ironia qualche anno fa Francesco Baggi Sisini, direttore subentrato allo zio fondatore: «Per un disguido in tipografia un rebus risultò sbagliato. Il “Corriere della Sera” dedicò all’evento un ampio ma rispettoso servizio; un po’ come se fosse crollato un mito. Pochi giorni dopo, sempre per un disguido in tipografia, lo stesso quotidiano ripubblicò la pagina di Borsa del giorno prima…». E così accadde qualche altra rara volta, sempre con un’eco notevole di sorpresa riportata ampiamente sulla stampa. Senza clamori, invece, in un numero degli anni Cinquanta avvenne lo scambio di ruoli che fece cantare Ella mi fu rapita a Rigoletto anziché al Duca di Mantova; se ne avvide chi scrive che, avendolo fatto notare, ricevette una lettera personale dello stesso Giorgio Sisini, che si rammaricava del deplorevole e malaugurato errore nel quale il giornale era incorso.

Quella “confessione” di Tristan Bernard potrebbe provenire anche dai tanti e tanti appassionati lettori che per decenni si sono impegnati nella ricerca delle giuste parole da incrociare.

Una febbre, questa dei cruciverba, che anni addietro scoppiò forte in Germania, conoscendosene il virus, ma non il rimedio, e mettendo in difficoltà l’intero Paese: si parlò di scienziati ammattiti, professori non più diligenti, studenti svogliati, bambini trascurati dai genitori, coppie in crisi. Quesiti di ogni genere, in gran parte costituiti da cruciverba, presero a seminare il panico non appena la casa editrice di un dizionario cominciò a porre in palio cospicue somme di denaro per i solutori dei giochi proposti; gli effetti furono avvertiti anche negli uffici e nelle industrie, mandando in fumo ore e ore di lavoro. Nacquero persino associazioni di “danneggiati del cruciverba” con il motto: «Continuare a vivere anche dopo i cruciverba.  Ma come?». Non ci fu altro da sperare che quella moderna Sfinge “strangolatrice” (l’etimologia dice proprio così), custode di quella novella pestilenza, trovasse l’Edipo giusto.

Edipo e la Sfinge in un’anfora attica del V sec. a C.

In Italia gli effetti di tali giochi non sono stati mai tanto gravi; a parte l’innegabile occasione di “distrazione” per impiegati poco impegnati, ai solutori di cruciverba non si è mai guardato con preoccupata attenzione, se non da parte di qualche intellettuale che ha addirittura parlato di danni causati alla nostra lingua dai cruciverba. Come Guido Almansi che, nella prefazione alla traduzione italiana della Cantatrix Sopranica L. di Georges Perec, tenne a precisare che nella propria biblioteca mai avrebbero trovato posto i due volumi di Mots croisés dello scrittore de La Vie mode d’emploi. «L’idea che il più grande promotore dell’espansione linguistica dei tempi moderni abbia partecipato a un’opera reazionaria come le parole incrociate – scriveva Almansi – mi turba, mi fa perdere le coordinate culturali in cui cerco di inquadrare il suo multiforme talento (…). Le parole incrociate promuovono lo statu quo linguistico e culturale». In verità, non si può certo sostenere che i cruciverba facciano cultura, ma è pur avventato ritenerli responsabili di gravi guasti linguistici.

In Italia, poi, a parte lo “schema libero” di Piero Bartezzaghi, che ha fatto tanto deliziosamente “impazzire” milioni di italiani, non si è mai verificato un fenomeno come quello allora scatenatosi in Germania. Eppure da noi l’enigmistica è di casa (non solo quella dei cruciverba e dei rebus, ma anche quella più “cólta” degli enigmi delle sciarade); forse più capaci, noi altri, di “giocare”, di sorridere a quanto ci sta intorno. Viene in mente “Giambattista l’enigmista”, il protagonista di una serie di gustose storielle che Federico Fellini firmava sul “Marcantonio Enigmistico” un tabloid nato nell’immediato dopoguerra, sulle ceneri del bisettimanale “Marc’Aurelio”; ogni settimana il simpatico personaggio appariva continuamente impegnato a proporre i suoi pseudo-indovinelli che seguivano la moda, sempre viva, delle parole incrociate:

«Buongiorno ‒ disse Giambattista entrando nello studio del signor Paolo ‒ ho l’onore di chiederle la…». Si interruppe, sorrise, agitò graziosamente un ditino nell’aria, strizzò un occhio e, inclinandosi un poco in avanti, concluse: «… mano».

Del resto le parole incrociate hanno anche finito per suscitare l’attenzione e l’interesse di scrittori e artisti: se ne rinvengono le tracce nelle opere di Poe, Nabokov, Queneau, Calvino, Levi, Escher, Boetti. Esse, poi,possono anche assumere il carattere dell’enigma quando la ricerca delle definizioni è volta a far scoprire affascinanti ambiguità della lingua. È evidente il “salto di qualità” quando, ad esempio, per ‘GHIGLIOTTINA’ venga data la definizione “la capitale francese” o quando la ‘GRECA’ venga definita “classifica generale”.

La ricerca delle definizioni è, infatti, può essere una ricerca nel mondo della lingua volta a scoprire affascinanti ambiguità. Questa fase è quella che fa scoprire Perec enigmista ed è qui che è possibile riabilitare l’operazione dei mots croisés scorgendone l’interesse linguistico, anche se sviluppato nell’àmbito del gioco. Il merito di Perec è quello di aver introdotto in questo gioco, totalmente arido nella sua apparenza formale, un elemento certamente ravvivante e nobilitante. Nei suoi schemi, infatti, è molto accurata la ricerca della “definizione” che più possa sorprendere e allo stesso tempo essere l’occasione per un simpatico gioco di parole; questo darà gusto al di là di quello del semplice incasellare lettere e lettere in una griglia, nel solo rispetto della disposizione delle caselle bianche e nere. Costruite in questa maniera le parole incrociate assumono un aspetto vicino all’enigma e la ricerca delle definizioni diventa un lavoro fluido, suggestivo vòlto a scoprire un aspetto affascinante della lingua.

E cosa dire del linguista lituano Algirdes Julien Greimas, che dedicò alla “scrittura cruciverbistica” un intero capitolo del suo Du Sens. Essais semiotiques (Seuil, 1970)? Greimas effettuava una compiuta analisi dei diversi tipi di definizione distinguendo quelle “frastiche” da quelle “sub-frastiche” e da quelle “metalinguistiche” e così via fino a individuare anche una “isotopia semantica” riscontrabile nelle definizioni che giocano sui diversi significati delle parole. Egli sarebbe rimasto certamente affascinato a sapere delle eccezionali possibilità offerte in questo senso dalla nostra lingua laddove, ad esempio, un’espressione come “somma riscossa” può definire “una grande rivoluzione”, attraverso un totale mutamento morfologico dei termini: ‘somma’ da sostantivo diventa aggettivo, ‘riscossa’ da participio diventa sostantivo. Quando ciò avviene può anche accadere che il gioco del cruciverba, totalmente arido nella sua apparenza formale, acquisti un elemento che effettivamente lo ravviva e vieppiù lo nobilita.

È significativo, a questo proposito, quanto si verifica in altri Paesi, dove il gioco con le parole è comunque praticato (sia in termini di cruciverba che di manipolazione linguistica), ma in nessun caso per esso ricorre il termine ‘enigma’ (e derivati), se non riferito a un’attività che può definirsi “classica” di fatto e di adesione. Altrove, per altro, le riviste di parole incrociate hanno titoli specifici come Mots croisés in Francia, Kreuzworträtsel in Germania, Crucigramas in Spagna (Mots encruats per i Catalani), Palabras cruzadas in Portogallo, Cuvinte Incruicisate in Romania, Kruisswoord in Olanda, Krossord in Svezia, in Ristisana in Finlandia, Krossword (Кроссворд) in Russia, Krjz-Ljca nei paesi slavi.

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Raffaele Aragona

Raffaele Aragona (Napoli), ingegnere, ha insegnato Tecnica delle Costruzioni all’Università di Napoli “Federico II”. Giornalista pubblicista, ideatore e promotore dei convegni di caprienigma, è tra i fondatori dell’Oplepo. Per la “Biblioteca Oplepiana” ha scritto La viola del bardo. Piccolo omonimario illustrato (1994) e molti altri lavori in forma collettanea. Autore di Una voce poco fa. Repertorio di vocaboli omonimi della lingua italiana (Zanichelli, 1994), ha curato per le Edizioni Scientifiche Italiane, i volumi: Enigmatica. Per una poietica ludica (1996), Le vertigini del labirinto (2000), La regola è questa (2002), Sillabe di Sibilla (2004), Il doppio (2006), Illusione e seduzione (2010), L’invenzione e la regola (2012). Sono anche a sua cura: Antichi indovinelli napoletani (Tommaso Marotta, 1991, ried. Marotta & Cafiero, 1994), Capri à contrainte (La Conchiglia, 2000), Napoli potenziale (Dante & Descartes, 2007) e il volume Italo Calvino. Percorsi potenziali (Manni, 2008). Ha pubblicato il volumetto Pizza nella collana “Petit Précis de gastronomie italienne” (Éditions du Pétrin, Paris, 2017). È autore di due volumi per le edizioni in riga (2019): Enigmi e dintorni e Sapori della mente. Dizionario di Gastronomia Potenziale. Il suo Oplepiana. Dizionario di letteratura potenziale è pubblicato da Zanichelli (2002).

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