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Contro COVID-19 la bassa tecnologia vince

La mancanza di preparativi per affrontare una pandemia come il coronavirus non è giustificabile, pandemia nota a tutti i governi del mondo dallo scorso dicembre. Forse i vari governanti speravano che tecnologia e scienza sarebbero venute loro incontro per risolvere il problema.

Sfortunatamente anche tecnologia e scienza erano poco preparate. Oltre all’assenza di vaccini e cure, non si conoscevano farmaci che potessero alleviare i sintomi e i test o tamponi diagnostici non si potevano effettuare in quantità sufficienti.
Per quanto riguarda la scienza, è comprensibile che alle case farmaceutiche non interessi tanto scoprire il vaccino contro il coronavirus, classificato ufficialmente come COVID-19, quanto sviluppare costosi medicinali per tenerlo a bada.

La tecnologia non ha aiutato nemmeno con proiezioni e previsioni, anche a causa di molti dati non corretti, forniti specialmente dalla Cina, fonte della pandemia del COVID-19.
Le uniche cose che hanno funzionato per ridurre contagi e decessi sono stati principalmente quattro semplici accorgimenti di “bassa tecnologia”, che il presidente Usa Donald Trump chiama “special weapons”: mantenere una distanza “sociale” di due metri tra le persone nei posti pubblici, l’uso delle mascherine, uscire di casa il meno possibile e lavarsi le mani.

Il “7pm clap” (gli applausi delle ore 19): un’altra forma “low-tech” per tenere alto lo spirito ed onorare i lavoratori essenziali.

A capire che in caso di epidemia bisognava tenere le distanza tra persone ci si arrivò nel 1629 con la peste bubbonica. Le mascherine risalgono addirittura ai tempi di Marco Polo che descrisse come fossero usate dalla servitù dei reali cinesi quando servivano i pasti. Queste comunque divennero di uso comune dal 1897 e furono impiegate in larga misura durante la pandemia dell’influenza spagnola del 1918.
Lavarsi le mani (ora per eliminare le proteine del coronavirus) per motivi igenici fu scoperto nel 1846 dal medico ungherese Ignaz Semmelweis, quando ancora non si era a conoscenza della presenza dei germi (scoperti nel 1881).

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Dom Serafini

Domenico (Dom) Serafini, di Giulianova risiede a New York City ed è
il fondatore, editore e direttore del mensile “VideoAge” e del quotidiano fieristico VideoAge Daily", rivolti ai principali mercati televisivi e cinematografici internazionali. Dopo il diploma di perito industriale, a 18 anni va a continuare gli studi negli Usa e, per finanziarsi, dal 1968 al ’78 ha lavorato come freelance per una decina di riviste in Italia e negli Usa; ottenuta la licenza Fcc di operatore radio, lavora come dj per tre stazioni radio e produce programmi televisivi nel Long Island, NY. Nel 1979 viene nominato direttore della rivista “Television/Radio Age International” di New York City e nell’81 fonda il mensile “VideoAge”. Negli anni successivi crea altre riviste in Spagna, Francia e Italia. Dal ’94 e per 10 anni scrive di televisione su “Il Sole 24 Ore”, poi su “Il Corriere Adriatico” e riviste di settore come “Pubblicità Italia”, “Cinema &Video” e “Millecanali”. Attualmente collabora con “Il Messaggero” di Roma, con “L’Italo-Americano” di Los Angeles”, “Il Cittadino Canadese” di Montreal ed é opinionista del quotidiano “AmericaOggi” di New York. Ha pubblicato numerosi volumi principalmente sui temi dei media e delle comunicazioni, tra cui “La Televisione via Internet” nel 1999. Dal 2002 al 2005, è stato consulente del Ministro delle Comunicazioni italiano nel settore audiovisivo e televisivo internazionale.

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