Coronavirus: perché in Italia?

Per la prima volta gli Italiani scoprono la scienza e ascoltano gli esperti. Nel momento in cui questi non sanno cosa dire.

Dovendo e volendo trovare aspetti positivi alla corrente situazione, questa attenzione ai dati acquisiti, questa disponibilità (certamente non manca il tempo) all’approfondimento sono una piacevole novità. È importante per non affidarsi solo al lato emozionale.

Sconosciuti virologi e negletti immunologi, abituati a vivere in isolati reparti ospedalieri indossando scafandri, oggi sono le star della informazione televisiva. Anch’io che sono totalmente incompetente in materia mi faccio delle domande: può la logica essere paradossale? Forse sì, e vado a spiegare.

Tutti, a proposito del virus, si chiedono: perché in Italia?

Dove non mangiamo pipistrelli, bensì la acclamata dieta mediterranea. Dove pratichiamo una ragionevole igiene, utilizzando anche il bidet (propriamente: cavallino) che persino gli inventori francesi ignorano. Dove non ci stressiamo e prendiamo tutto con filosofia e fatalismo.

Perché in Lombardia? Dove il benessere e le condizioni di vita sono le migliori del Paese.
Perché a Bergamo e Brescia? Dove ci sono i migliori ospedali nazionali.
Risposta: proprio per questo!
Perché siamo il secondo Paese al mondo, dopo i Giapponesi, per durata media di vita (tipo: 78 gli uomini e 82 le donne), perché a queste età i nostri vecchi hanno ovviamente mille patologie, perché solo un’ottima sanità li sa tenere in vita, nonostante le complicanze.

Conclusione paradossale: i nostri anziani muoiono oggi così numerosi perché hanno avuto fin qui un’ottima e ineguagliata assistenza, al minimo costo. E sono quindi i più numerosi e “fragili” obiettivi del male. Con il risultato di avere una sanità in affanno perché colpevole di avere fatto fin qui il proprio dovere in modo esemplare.

Ovviamente questa mia semplicistica e “banale” ipotesi non ha trovato alcuna conferma ufficiale.

Io, intanto, mi faccio altre domande.

  • La vecchiaia che già così non è al massimo del glamour, uscirà più impopolare se non colpevolizzata (nel subconscio nazionale) per essere costata centinaia di miliardi all’economia nazionale?
  • La gioventù che già si considera estranea ad un Paese di cui non capisce la rassegnazione, pigrizia e mancanza di competizione, scopertasi diversa anche fisiologicamente e inattaccabile dal morbo, sentirà ancora più confermata la sua separatezza e onnipotenza?
  • La sanità deve ripensare la sua organizzazione in un Paese vecchio, col massimo decremento demografico, con un ritardo conclamato in enormi aree del territorio, con la massima vulnerabilità dall’esterno? Dovrà’ modificare il suo equilibrio tra pubblico e privato?
La vecchiaia che già così non è al massimo del glamour, uscirà più impopolare se non colpevolizzata (nel subconscio nazionale) per essere costata centinaia di miliardi all’economia nazionale? Foto credit: Pxhere.com

Ma il vero dilemma etico che la pandemia ha posto – e di cui Boris Johnson si è fatto il primo, più volgare e cinico interprete- è quello “utilitaristico” e funzionalista.

Invece di lanciarsi nel disperato e costosissimo tentativo di fermare l’epidemia, la soluzione è una “gestione” lungimirante e caritatevole della crisi, non modificando troppo il ritmo della vita e degli affari, spalmando i picchi del contagio in modo da non mandare in tilt l’ordinaria capacità degli ospedali, considerando fisiologici e “normali” i decessi, d’altronde dovuti all’età e alle specifiche condizioni fisiche, dando tempo infine a tutti gli altri infettati, più o meno sintomatici, di autoimmunizzarsi.

È come descrivere una tragedia epocale alla stregua di un sorprendente ed asettico fuoriprogramma.

Il premier inglese verrà travolto dai suoi stessi concittadini.

E a me rimane un’ultima domanda. Non sarà che negli ultimi decenni ci siamo distratti e abbiamo sottovalutato una serie di segnali e di allarmi?

Che si chiamassero Aviaria, Aids, Sars, Ebola, ogni cinque anni un contagio ha aggredito una fetta importante del nostro pianeta. Con modalità diverse, con vittime di età ed abitudini completamente differenti. Non sarà il momento che anche altri, a più alti livelli, si pongano qualche domanda?

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Gianluca Veronesi

Nato ad Alessandria nel 1950, si laurea in Scienze Politiche, è Consigliere comunale ad Alessandria per tre legislature, Assessore alla cultura ed al teatro, poi Sindaco della città. Dirigente Rai dal 1988 al 2018, anni in cui ricopre vari incarichi:Assistente del Presidente della RAI, Direttore delle Pubbliche relazioni, Presidente di Serra Creativa, Amministratore delegato di Rai Sat. E' stato consigliere dell’istituto dell’autodisciplina Pubblicitaria e del Teatro Regionale Alessandrino.

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