Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere (Leopardi)

“Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere ” dalle Operette morali di G. Leopardi.

Il dialogo si svolge tra un venditore di almanacchi e un passante e ruota intorno al tema del tempo e della felicità. L’anno nuovo sarà migliore di quelli già passati? Vale la pena tornare indietro nel tempo? Sicuramente, ma a condizioni diverse perché la vita trascorsa è irrimediabilmente e tragicamente sempre infelice, quella che verrà, invece, è attesa sempre nella speranza di cose belle e liete. La conclusione è univoca: non esistono tempi trascorsi che vale la pena di rivivere; la felicità consiste nell’attesa di ciò che non si conosce, nella speranza di un futuro diverso e migliore del passato e del presente.

Ogni anno a fine anno è immancabile il momento critico del bilancio: gioie e dolori non mancano nel conteggio, così come i rimpianti per le cose non fatte, per le parole non dette, per tutte le occasioni perdute e per tutti gli obiettivi mancati. È sempre così che si chiude un anno e quello nuovo si apre sempre nella speranza che sarà migliore , ed inizia già carico di desideri e di sogni.

Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere

In questa attesa paranoica e speranzosa si festeggia l’incognita del futuro così come accade per il “passeggere” dell’ operetta leopardiana. Un uomo senza nome, in un luogo indefinito, in un tempo senza tempo si fa carico del travaglio esistenziale di ciascun uomo interpretando l’ eterno dilemma della vita : “Quella vita ch’ è una cosa bella non è la vita che si conosce ma quella che non si conosce, non la vita passata ma la futura”. Come a dire che è nell’attesa di quello che si spera che si consuma tutta la vita e si esaurisce tutta la nostra felicità. È nell’arrendevolezza ad un’illusione futura che si dà sollievo al cuore e si va incontro alla vita.

È dai tempi del liceo che ripercorro con la mente i passaggi di questo dialogo nutrendo in cuor mio sempre una triste speranza per qualcosa che si desiderava accadesse e che inconsciamente si temeva non accadesse mai. Così ogni anno fino a quando, con la maturità, ho imparato a concentrarmi più che sul Kronos , sul Kairos, sull’ hic et nunc, trasformando il tempo dell’attesa in un tempo del fare ora e bene , senza rinvii e senza ritardi ,secondo una visione etica di stile senecano.

È forse qui il segreto della vera felicità: annullare il passato e il futuro nella dimensione di un eterno presente, ma di un presente pieno e impegnato.
Che senso ha, mi chiedo, aspettare, sperare che le cose accadano o cambino senza nessuna incidenza da parte nostra? La vita, come dicevano i platonici, è situata al confine tra il tempo e l’eternità ed è nella fragile drammaticità dell’attimo che si perde o si guadagna. In bilico tra una visione epicentrica e una visione policentrica la vita può divenire un inutile passaggio di anni o un’opportunità per fare ciò che ci caratterizza e dare un senso al nostro stare al mondo.

Quando il tempo cesserà di essere un semplice trascorrere e un drammatico scorrere di cose e di eventi e diventerà, invece, un contenitore di progetti da fare ora e sempre la partita contro il tempo sarà vinta definitivamente non perché la corsa cesserà ma semplicemente perché non ci riguarderà più. “La gente si preoccupa unicamente di passare il tempo , chi ha talento invece pensa ad utilizzarlo ” ( A. Schopenhauer) e a utilizzarlo bene per sé e per gli altri, aggiungo.

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Antonella Botti

Sono nata a Salerno il 3 Marzo del 1959 ma vivo da sempre a Sessa Cilento, un piccolo paese di circa 1300 anime del Parco Nazionale del Cilento. Ho studiato al Liceo classico “Parmenide” di Vallo della Lucania ed ho conseguito la laurea in Lettere moderne. Sono entrata nella scuola come vincitrice di concorso nel 1987, attualmente insegno Letteratura Italiana e Latino al Liceo Scientifico di Vallo della Lucania. Ho pubblicato due testi di storia locale: "La lapidazione di Santi Stefano" e "Viaggio del tempo nel sogno della memoria". Da qualche mese gestisco un blog, una sorta di necessità interiore che mi porta a reagire al pessimismo della ragione con l’ottimismo della volontà. I tempi sono difficili: non sono possibili "fughe immobili".

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