Don Ferrante, Saturno, Giove e la peste


Don Ferrante è uno dei  personaggi  minori de “I Promessi Sposi” di Manzoni ma uno  di quei personaggi che restano, comunque, impressi per la loro particolarità; di don Ferrante ci colpisce l’ingenua sterilità di una erudizione libresca, chiusa e circoscritta in una biblioteca, poco aperta e disponibile al confronto con il mondo e le sue “novità” e, pertanto, incapace di evitare errori di visione e di giudizio. L’originalità delle sue strampalate teorie ci fa un po’ tenerezza  anche perché diventano la causa della sua stessa fine ,una fine ingenua che ci fa sorridere pur commiserandolo. Manzoni ce lo presenta nel capitolo XXVII  come “un uomo di studio…” che passava molte ore nella sua biblioteca, fornita di circa 300 volumi (moltissimi per quei tempi) di vario argomento su ognuno dei quali si sentiva versato.

Era più che un dilettante in Astrologia  per cui  discettava di “circoli massimi… di deiezioni, di transiti e di rivoluzioni”. Conosceva più che mediocremente la storia della scienza e riteneva che di fronte a evenienze drammatiche la colpa  non era della scienza ma di “chi non aveva saputo adoperar bene”.

I suoi interessi spaziavano dalla filosofia all’erboristeria, dalla magia alla stregoneria, dalla storia alla  politica ma ferratissimo era nell’arte cavalleresca tanto da saper recitare a memoria tutti i passi de “La Gerusalemme liberata”.

Ma  in tempo di peste, quando Milano si trovò piena di cadaveri, disseminati pure lungo le strade, “don Ferrante fu uno dei più risoluti a negarla “e a sostenere questa convinzione fino all’ultimo ,contro ogni evidenza “.

“In rerum natura” diceva “non ci sono che due generi di cose: sostanza e accidenti” .

La peste per Lui non poteva essere sostanza, ” non era aerea perché volerebbe alla sua sfera, nè acquea perché bagnerebbe, nè ignea perché brucerebbe, nè terrea perché sarebbe visibile”.

“Rimane da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dottori che si comunica da corpo all’altro… Questo il pretesto per far tante prescrizioni senza costrutti. Ora supponendolo accidente, verrebbe ad essere un accidente  trasportato… ma… un accidente non può passare da un soggetto all’altro… Vibici, esantemi, antraci, parotiti, bubboni violacei, foruncoli nigricanti, son tutte parole rispettabili… ma non hanno niente a che fare con la questione”.

Per don Ferrante la peste era determinata da una “fatale congiunzione di Saturno con Giove” ed era del tutto inutile affannarsi nel dire: “non toccate qui, non toccate là, e sarete sicuri! Come se questo schivare il contatto materiale dei corpi terreni, potesse impedir l’effetto virtuale dei corpi celesti! E tanto affannarsi a bruciar dei cenci! Povera gente! Brucerete Giove? Brucerete Saturno? His fretus, Su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s’attaccò ; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle. E quella sua  famosa libreria? È ancora dispersa su per i muriccioli”.

Il povero don Ferrante fu in qualche modo vittima dei suoi tempi, privi di fondamenti scientifici. Ma oggi i moderni don Ferrante sono solo presuntuosi ignoranti che contrappongono con arroganza inopportuna affermazioni fallaci a verità scientifiche inattaccabili per evidenza e rigore di studio. Se il personaggio manzoniano  ci fa sorridere  e commuovere, i don Ferrante moderni ci indignano, sono espressione storiche di una sottocultura preoccupante che misura un livello molto scadente di civiltà. Sono soggetti pericolosi come e forse più di un virus, causa di disinformazioni e di mortifere convinzioni. Se l’antico restava solitario nel suo studio il moderno don Ferrante, utilizzando i moderni mezzi di comunicazione, non è  solo pericoloso a se stesso  ma può diventare una minaccia globale. Contro gli effetti dannosissimi che può produrre esiste solo una difesa: l’amore per la conoscenza , intesa come pratica costante di una ricerca scrupolosa del vero, la sola in grado di contrapporre a ragionamenti astratti e a dispute teoriche senza fondamenti l’esperienza diretta e il confronto con la realtà.

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Antonella Botti

Sono nata a Salerno il 3 Marzo del 1959 ma vivo da sempre a Sessa Cilento, un piccolo paese di circa 1300 anime del Parco Nazionale del Cilento. Ho studiato al Liceo classico “Parmenide” di Vallo della Lucania ed ho conseguito la laurea in Lettere moderne. Sono entrata nella scuola come vincitrice di concorso nel 1987, attualmente insegno Letteratura Italiana e Latino al Liceo Scientifico di Vallo della Lucania. Ho pubblicato due testi di storia locale: "La lapidazione di Santi Stefano" e "Viaggio del tempo nel sogno della memoria". Da qualche mese gestisco un blog, una sorta di necessità interiore che mi porta a reagire al pessimismo della ragione con l’ottimismo della volontà. I tempi sono difficili: non sono possibili "fughe immobili".

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