Giornalismo di cronaca e giornalismo d’inchiesta

La crisi,  da sofferenza a processo. Sì alla vigilanza, no al giustizialismo.

I media di uno Stato libero con diritti costituzionali in materia di informazione non agiscono come un corpo all’unisono. Non scrivono sotto dettatura. Non raccontano, in principio, contraddicendo la realtà che i cittadini-utenti di quell’informazione possono vedere con i propri occhi. Questa regola mette ogni giorno in frizione le redazioni che producono e gerarchizzano le notizie. E naturalmente anche tutti gli ambiti che di quelle realtà sono agenti, quindi anche poteri, normalmente con conflitti in atto. C’è da immaginarsi dunque che arrivati a cinque abbondanti settimane di racconto pressoché totalizzante sulla crisi, ci sia materia per vedere aprirsi anche il nodo sulla legittimità del giornalismo di inchiesta rispetto al giornalismo di cronaca.

Chi svolge un compito critico di inventario del lavoro quotidiano dei media è indotto, per forza, a fare qualche riflessione. Tutt’oggi – per esempio ieri sera scivolando nei canali televisivi o questa mattina sfogliando le tante pagine dei quotidiani – non appare diminuito l’impeto narrativo che tiene gli occhi ancora ben piantati sulle dinamiche sanitarie della crisi. Non è retorica del reportage, malgrado per esempio il mezzo televisivo si presti a modulare non solo le parole sui sentimenti delle audiences. C’è la potenza dell’immagine. C’è lo zoom che indaga. C’è la camera che allarga suoi vuoti delle strade e sui pieni delle corsie. C’è persino la musica che scandisce. C’è la forza della testimonianza in voce che pesa molto di più del virgolettato a stampa. In tempi più lunghi tutto ciò può essere ponderato nei giudizi mediologici. Per capire quanto ogni servizio sia legittimo, sia diversivo, sia saliente, sia fuorviante. A quaranta giorni della crisi con la curva dei morti ancora in salita, appare certamente giusto che ci sia una sorta di dovuto nei confronti di comunità alle volte davvero stremate, comunque stressate. La “rappresentazione” sembra un segnale attraverso cui narrare deve essere più una restituzione che uno spettacolo. Arriverà il momento in cui questi servizi saranno preziosa testimonianza. Ora dovrebbe prevalere il senso di una verità che muove solidarietà, se possibile aiuto. Sollecita donazioni. Spiega con realismo la costruzione dell’agenda.

E’ vero che da due o tre giorni c’è anche una certa flessione dei dati che erano in impennata e che ora crescono con percentuali che per lo più non superano il 5% (non dappertutto, ovviamente) che danno legittimità anche ad altri linguaggi, ad altre narrative. Ma se questi racconti dovessero oggi sbloccare il senso di disciplina e di esecuzione delle misure di sicurezza, cosa a cui spinge ovviamente una certa pressione di interessi, i media che ne favoriscono la circolazione potrebbero trovarsi al centro di un vero nodo deontologico. Sono, al tempo stesso, giorni in cui – sempre sui media – affiorano scuse, ammissioni, percezione di qualche confusione nei giudizi e sulle misure in certi momenti cruciali. Ma sono anche giorni in cui le comunità più colpite (un tema di terribile sensazione è quello delle case di risposo per anziani) aprono la questione della messa a fuoco delle responsabilità. Il lavoro dei media è certo meno drammatico e difficile di quello dei medici. Ma proprio mentre affiorano questo genere di problemi – con torsioni inevitabili per chi deve capire e spiegare – si comincia a cogliere un punto alto, anzi elevato, di crucialità di ruolo e di responsabilità dell’informazione. C’è da augurarsi – meglio dirlo subito – che non si alzi ora una temperatura giustizialista. Perché il diritto ad ogni libertà di esercizio della funzione è fuori discussione. Anche se proprio quei servizi dalla trincea sanitaria, a cui si e accennato, dimostrano che è sempre il momento della vigilanza. Ma può non essere ancora il momento per tirare le somme.

Un caso sempre più discusso è quello di Bergamo e provincia – con l’altissima concentrazione di imprese industriali molte delle quali con connessioni internazionali (la Val Seriana con la Cina, per esempio). Insomma uno dei luoghi-chiave di questa triplice rappresentazione: quella della sofferenza sanitaria; quella della dura partita per tenere in equilibrio crisi sanitaria e crisi economica; quella di una drammatica statistica che ne fa un territorio apicale. Dietro a ogni tema, decisioni, cause, tempi, incertezze, conflitti sulle misure. E – come mi suggerisce una figura che ha per Bergamo uno sguardo prima d’amore e poi di ragione, come Pia Locatelli – la sommatoria di molteplici fattori che, incatenandosi, hanno rotto gli argini.

In questi giorni quel che riesce è al massimo registrare gli andamenti dell’informazione, ancora in una fase effluviale e totalizzante. E ciò non porta ad esercitare giudizi improvvisati. Ma come esercitare il giornalismo di indagine e come sapere in tempo reale porre delle domande fa parte a pieno titolo dell’informazione professionale e non stracciona di un paese libero. Ineludibile che su questo aspetto si eserciti il massimo della responsabilità e della prudenza. Perché il conflitto è in atto, perché non tutte le risposte sono acquisite, perché la violenza della crisi su una materia inaspettata e sconosciuta produce ovviamente queste contraddizioni.

E sono contraddizioni che prendono quotidianamente forma, prima di tutto sul terreno della rappresentazione della realtà. La “sottovalutazione dei fatti”, nel caso di Alzano e Nembro per esempio, è sui principali quotidiani di questa mattina. Ed è difficile per chiunque chiudere gli occhi.  Come gli occhi si spalancano – proponendoci addirittura l’apertura di prima pagina questa mattina (e il preannuncio di inchieste) – di fronte alla “vergogna del Pio Albergo Trivulzio” e cioè al dramma gestionale di trenta morti nello storico ricovero per gli anziani di Milano.

Andrea Crisanti, virologo della Sapienza che opera a Padova (ieri sera a Report, Rai2), dice che la scienza deve sfidare la realtà anche quando la norma dovesse interpretare un’evidenza non comprovata dalla ricerca scientifica. Ne traiamo la morale che la crisi che stiamo vivendo non è un film con una sceneggiatura lineare. E’ un contenitore bizzarro in cui c’è chi è più avanti e altri più indietro. C’è chi ha conosciuto la prevenzione e chi no. Chi ha gruppi dirigenti sperimentati su questo genere di crisi, chi (i più) nemmeno per sogno. C’è chi ha strutture di contrasto e chi no. C’è chi ha puntato sull’ospedalità e chi ha ancora una medicina di territorio funzionale. La livella egualitaria del contagio produce così svariatissime tipologie che appaiono con colori diversi e con ragioni diverse a chi guarda ai fatti ricordando sempre che il giornalismo ha il dovere di descrivere senza nascondersi quando è il caso di interpretare.  

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Stefano Rolando

Stefano Rolando è nato a Milano nel 1948, dove si è laureato in Scienze Politiche e specializzato alla Scuola di direzione aziendale della Bocconi. Tra vita e lavoro si è da sempre articolato tra Milano e Roma. E' professore universitario, di ruolo dal 2001 all’Università IULM di Milano dopo essere stato dirigente alla Rai e all'Olivetti; direttore generale dell'Istituto Luce, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Consiglio Regionale della Lombardia. Insegna Comunicazione pubblica e politica e Public Branding. Ha scritto molti libri sia su media e comunicazione che di storia, politica e questioni identitarie. Da giovanissimo è stato segretario dei giovani repubblicani a Milano, poi ha partecipato al nuovo corso socialista tra anni settanta e ottanta. Poi a lungo non appartenente. Più di recente ha lavorato sul civismo progressista (Milano e Lombardia) e su un progetto politico post-azionista in relazione al quale è parte della direzione nazionale di Più Europa.

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