“L’altra Euridice” di Italo Calvino

Tutti o quasi conoscono la favola bella e antica di Orfeo ed Euridice, uno dei miti più affascinanti della classicità. È la triste storia del cantore Orfeo, figlio di Eagro e della Musa Calliope che scende agli Inferi per riprendersi la sua amata Euridice, morta per un morso di un serpente mentre tentava di sfuggire all’indesiderata corte del pastore Aristeo. Il potere magico  del suo canto melodioso incanta e commuove Plutone e Persefone, Signori degli Inferi, che acconsentono a restituirle la sua donna a condizione di non girarsi indietro fino alle soglie del mondo terrestre. Orfeo, però, non resiste e, nel tentativo di accertarsi che Euridice lo seguisse, si volta e la perde per sempre. Sopraffatto dal dolore cercherà consolazione “nella lira e per la sua pena d’amore, cantava te, dolce sposa ,te sulle rive solitarie e se stesso, te all’arrivo del giorno, te al suo declinare (Georgiche 4, 462 ss). Rivisitato più volte attraverso i secoli, il mito non ha mai smesso di “incantare” gli artisti e i lettori di tutti i tempi. I vari autori si sono interrogati prevalentemente sul motivo della fatale disobbedienza divina di Orfeo: il suo gesto è stato volontario o istintivo?

Orfeo, come immagina Pavese, si è voltato volontariamente  o  no? Ognuno ha offerto una propria personale interpretazione ma quella di Calvino avvince per una significativa variazione rispetto agli autori classici. Nel suo racconto “L’altra Euridice” immagina una Euridice felice negli Inferi, un mondo incontaminato, ricco di paesaggi fantasmagorici risultato di un equilibrio armonioso tra gli elementi della natura ma che, attratta dalla stranezza del mondo “di fuori” e dal suo rumore, sale incautamente in superficie subendo il  rapimento di Orfeo. Plutone, disperato, cercherà in tutti i modi di liberarla risalendo attraverso il canale di un vulcano e di riportarla alla “vita pura” della profondità della terra ma inutilmente.

Calvino immagina un rovesciamento totale della storia: Orfeo è un rapitore e Plutarco ed Euridice sue vittime. Alla musica prodotta dagli elementi naturali nel centro della terra  contrappone il rumore terrestre fatto di suoni assordanti, alla bellezza incontaminata della profondità della terra contrappone il caos assordante della terra:

Uno strimpellio di chitarre si levava da ogni parte e l’ondeggiante mugghito di cento altoparlanti, e si mischiavano a un frastagliato scoppiettio di motori. La corazza del rumore s’estendeva sulla crosta del globo: con la fascia che delimita la vostra vita di superficie, con le antenne inalberate sui tetti a trasformare in suono le onde che percorrono invisibili e inudibili lo spazio, coi transistor appiccicati agli orecchi per riempirli in ogni istante della colla acustica senza la quale non sapete se siete vivi o morti… e l ‘interrotta sirena dell’ambulanza che raccoglie ora per ora i feriti della vostra carneficina ininterrotta“(Calvino “L’altra Euridice”)

Il vero Inferno era sulla terra e il canto di Orfeo, capace di creare emozioni anche alle pietre che incontrava sul suo cammino, secondo la tradizione classica, diventa una “melodia distraente” che disintegra. E così Plutone:

Mi ritirai, muovendomi a ritroso nella colata di lava, risalii le pendici del vulcano, tornai ad abitare il silenzio… ora voi che vivete fuori, ditemi, se per caso vi accade di cogliere nella fitta pasta di suoni che vi circonda il canto di euridice, il canto che la tiene prigioniera ed è a sua volta prigioniero del non canto che massacra tutti i canti, se riuscite a riconoscere la voce di euridice in cui risuona ancora l’eco lontana della musica silenziosa degli elementi, ditemelo, datemi notizie di lei, voi extraterrestri, voi provvisoriamente vincitori, perché io possa riprendere i miei piani per riportare euridice al centro della vita terrestre, per ristabilire il regno degli dei del dentro, degli dei che abitano lo spessore denso delle cose, ora che gli dei del fuori e dell’aria rarefatta vi hanno dato tutto quello che potevano dare ed è chiaro che non basta“(op. cit)

Nel capovolgimento totale del mito Calvino allude al disastro ambientale di cui l’uomo è colpevole e vittima  insieme. Il racconto è l’allegoria, neanche troppo velata, del pericolo a cui  l’esistenza sulla terra va incontro.

Questa originale interpretazione del mito  appare quasi profetica e se oggi si parla di transizione ecologica è segno che il nostro pianeta è a rischio e che il problema della tutela dell’ambiente è inderogabile  per noi divenuti quasi “extraterrestri”. Il rapporto simbiotico e spirituale degli antichi col mondo della natura si è interrotto ma è dal suo recupero che dipende la nostra sopravvivenza sulla terra a prescindere da ogni “pretesa” ideologica  o religiosa . Altrettanto indiscutibile è  l’ interdipendenza tra sistemi economico-sociali e sistemi naturali per cui il problema ecologico diventa un problema morale e culturale insieme.

Il degrado ambientale è conseguenza di macro e micro comportamenti  scorretti : i nostri stili di vita influenzano non poco la salute del pianeta. Correggere i nostri comportamenti, pertanto, e ridare ordine a ciò che abbiamo reso disordinato è un imperativo a cui non possiamo sottrarci . È a rischio la nostra stessa esistenza. Dovrebbe essere chiaro che l’inquinamento ambientale, conseguenza anche di un inquinamento etico, è il riflesso di un degrado assoluto aldilà delle grandi conquiste scientifiche -tecnologiche e compromette sempre più in modo irreversibile il futuro delle generazioni che verranno e dell’intero ecosistema-terra. Si dovrebbe  riconoscere che non tutto ciò che è fattibile è anche eticamente lecito. Il nostro pianeta si sta trasformando in un Inferno e l’uomo sempre più in una forza luciferina che di titanico ha solo la potenza autodistruttiva di una azione distopica che porterà inevitabilmente ad un collasso universale.

Se non si comprenderà che il problema ambientale è un problema assoluto la natura potrà scatenarsi irreversibilmente contro la specie umana decimandola con carestie, cataclismi e malattie e  non sarà per un leopardiano comportamento matrigno ma per una sua personale autodifesa contro l’uomo che da sapiens sta divenendo demens.

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Antonella Botti

Sono nata a Salerno il 3 Marzo del 1959 ma vivo da sempre a Sessa Cilento, un piccolo paese di circa 1300 anime del Parco Nazionale del Cilento. Ho studiato al Liceo classico “Parmenide” di Vallo della Lucania ed ho conseguito la laurea in Lettere moderne. Sono entrata nella scuola come vincitrice di concorso nel 1987, attualmente insegno Letteratura Italiana e Latino al Liceo Scientifico di Vallo della Lucania. Ho pubblicato due testi di storia locale: "La lapidazione di Santi Stefano" e "Viaggio del tempo nel sogno della memoria". Da qualche mese gestisco un blog, una sorta di necessità interiore che mi porta a reagire al pessimismo della ragione con l’ottimismo della volontà. I tempi sono difficili: non sono possibili "fughe immobili".

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