L’anno che verrà

Siamo al termine del primo ventennio del 2000, ma soprattutto al termine di un anno angosciante per il suo carico di dolore e di morte. Un anno da elaborare e superare, che ci ha provato profondamente e ci ha privato anche dell’essenzialmente semplice come una stretta di mano. L’anno che verrà si apre con grosse incognite ma anche con la speranza che quanto sofferto sia servito a comprendere, cambiare, migliorare e modificare lo sguardo sulla nostra umanità e su tutto ciò che ci coinvolge.

Negli anni del terrorismo, anni bui della nostra storia nazionale, Lucio Dalla scrisse uno dei suoi brani più intensi e fortunati: “L’anno che verrà“, lo trovo estremamente attuale e in linea con il clima di stanchezza, di sconforto e di difficoltà in cui oggi ci dibattiamo, stremati da un virus pandemico, che come un nemico invisibile ci ha terrorizzato e ci terrorizza, senza tregua, scavando profondi solchi nelle nostre misere esistenze e nelle nostre fragilissime vite. Nella sua essenzialità riesce a esemplificare lo stato d’animo del nostro tempo, il clima di ambascia e insieme di speranza che lo caratterizza. È costruito a mo’ di lettera per raccontare inquietudini e speranze e io lo ripropongo alla luce del nostro presente.

Caro amico, ti scrivo così mi distraggo un po‘” dal dolore, dagli affanni, dalle paure di oggi e dalle incognite di domani “e poiché sei troppo lontano” per sentimento e per il distanziamento a cui siamo forzatamente obbligati, “più forte ti scriverò” perché tu possa sentirmi e comprendermi.
L’anno vecchio è finito ma qualcosa ancora qui non va. Si esce poco la sera compreso quando è festa e c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia davanti alle finestre“, colpevoli il qualunquismo e la diffidenza generale, difficili da vincere: come corazze di ferro induriscono l’animo e convincono che la salvezza sia nella lontananza dell’indifferenza.
E si sta senza parlare per intere settimane“, annichiliti e devastati da forze immani incontrollabili che sovrastano, “e a quelli che non hanno niente da dire del tempo ne rimane” inesorabilmente vuoto e inutile.
Ma la televisione ha detto che il nuovo anno porterà una trasformazione e tutti quanti stiamo già aspettando” un futuro di eccezionalità perché “sarà tre volte Natale” con una sovrabbondanza di amore, di pace e di fratellanza. “Ogni Cristo scenderà dalla Croce… e ci sarà da mangiare” per tutti: la povertà sarà solo un lontano ricordo, chi ha sofferto non soffrirà più nel recupero vero del senso di una comunità civile, inclusiva e solidale. “Anche gli uccelli faranno ritorno” e con loro la leggerezza del pensiero libero e alto. “Anche i muti potranno parlare“, contro ogni reticenza per contribuire a rendere migliore il mondo, “mentre i sordi già lo fanno” e sono, ahimè, coloro che parlano senza ascoltare, senza scopo e senza un fine se non quello di “intorbidire” e a cui ciascuno dovrebbe essere “sordo” per salvarsi dalla loro indecenza. La speranza è che “senza grossi disturbi possano sparire” insieme “ai furbi e ai cretini di ogni età“.

Ma sarà cosi per davvero?
Vedi caro amico, cosa si deve inventare per continuare a sperare
Davvero domani sarà diverso e migliore? Che il fardello di sofferenze vissute sia servito ad apprezzare l’essenziale, il valore della condivisione, della commiserazione nell’accezione classica del cum-patire, a comprendere l’inutilità del frivolo e del superfluo? Ritorneremo a ricontattarci ma secondo le connessioni del cuore, escludendo egoismi, opportunismi, sterili individualismi? Si comincerà a costruire fiducia intorno alla scienza, alla ricerca, alla cultura come unica arma di salvezza dal male cosmico?

Il 2020, in effetti ha messo maggiormente in evidenza una malattia grave, almeno quanto il covid, perché devasta le menti e risulta mortale per le coscienze: è la malattia dell’ignoranza, dell’ arroganza, della protervia e della superbia.
Una certezza però rimane ed è illuminante: “quest’anno che sta arrivando fra un anno finirà… e se passasse in un istante, vedi amico mio, come diventa importante che in questo istante ci sia anche io” che non voglio e non posso arrendermi al grigiore annichilente ma che continuo disperatamente a lottare per la vita, ad essere presente per me e per gli altri perché è importante esserci in quest’istante, ancora di più acquisirne il senso, in particolare la consapevolezza di un limite (all’indecenza, soprattutto) e dell’importanza di continuare disperatamente a sperare in un nuovo inizio. NONOSTANTE TUTTO E TUTTI.

Buon INIZIO a tutti.

A proposito di libertà di insegnamento e “di lesa maestà” (dedicato alla prof.ssa Rosa Maria Dell’Aria)
La voce di Cassandra – “Monologo per Cassandra” di Wislawa Szymborska

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Antonella Botti

Sono nata a Salerno il 3 Marzo del 1959 ma vivo da sempre a Sessa Cilento, un piccolo paese di circa 1300 anime del Parco Nazionale del Cilento. Ho studiato al Liceo classico “Parmenide” di Vallo della Lucania ed ho conseguito la laurea in Lettere moderne. Sono entrata nella scuola come vincitrice di concorso nel 1987, attualmente insegno Letteratura Italiana e Latino al Liceo Scientifico di Vallo della Lucania. Ho pubblicato due testi di storia locale: "La lapidazione di Santi Stefano" e "Viaggio del tempo nel sogno della memoria". Da qualche mese gestisco un blog, una sorta di necessità interiore che mi porta a reagire al pessimismo della ragione con l’ottimismo della volontà. I tempi sono difficili: non sono possibili "fughe immobili".

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